Incontro CRE dei Settori di Genova, 17.10.2004

"CRE: una coppia nella rete... o per la rete?"

di Patrizia e Marco Rena

 

 

 

È con grande piacere e gioia che siamo qui, oggi, per passare qualche ora insieme a voi. Abbiamo accettato volentieri l’invito rivoltoci dai vostri RS perché, dentro di noi, c’era proprio la voglia di conoscere le coppie della regione, anche e prima di tutto, attraverso i volti, attraverso le emozioni, attraverso un primo contatto diretto con le esigenze e le aspettative più pressanti. È il primo passo per “prenderci a carico” a vicenda, per provare a discernere insieme le opportunità migliori per la crescita umana e spirituale di tutti noi.

Nonostante tutto, però, non possiamo negarvi un certo imbarazzo nell’elaborare e tradurre in parole il nostro pensiero: non siamo relatori, ma ci sforziamo di approfondire il significato di quella “teologia della coppia” di cui, spesso, nel nostro Movimento, si parla.

Volevamo iniziare questo incontro nella maniera più ovvia, più normale, cioè con un saluto, ma un “buongiorno” non ci bastava per esprimere i sentimenti con cui siamo qui. Così abbiamo chiesto aiuto a San Paolo che apre in questo modo la Prima Lettera ai Corinzi: Paolo, chiamato ad essere apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio, e il fratello Sòstene, alla Chiesa di Dio che è in Corinto, a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, chiamati ad essere santi insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro: grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo”. (1Co 1,1-3)

Si tratta della Lettera che culmina nell’Inno alla Carità, a cui segue – confessiamo che non l’avevamo mai notato – un capitolo, il 14°, dedicato ai carismi e all’edificazione della Comunità.

Proprio per quello che ci apprestiamo a fare vogliamo appropriarci di un’espressione, di un auspicio di questo capitolo: “Chi parla in lingue, preghi di poterle interpretare” (1Co 14,13). Ci pare un’esortazione bella per chi, come tutti noi, esercita una responsabilità rivolta a molti, dotati di linguaggi diversi, cioè espressione di sensibilità, for­mazioni, cammini umani e di fede differenti.

 

Ed ora ci raccontiamo un po’: siamo Patrizia e Marco Rena. Viviamo e lavoriamo ad Alessandria. Patrizia insegna materie letterarie in un Istituto superio­re ed io lavoro in proprio, faccio l’artigiano nel settore della stampa digitale e fotolitografica. Abbiamo due figlie, Elisa di 16 anni che frequenta il 3° anno al Liceo Scientifico, e Chiara di 6, che quest’anno ha iniziato la scuola elementare. Elisa comin­cia a porsi, e a porci, qualche interrogativo, tipico della sua età, che però ci spiazza. Abbiamo entrambi ancora i genitori e, se questo da un lato ci consola, dall’al­tro ci crea non pochi problemi in quanto non si spiegano il perché di questo nostro andare per l’Italia, magari lasciando a casa di amici le figlie…

Siamo sposati da 20 anni e grazie ad una coppia conosciuta ai CPM, siamo entrati in équipe nel 1987. Sottolineiamo “grazie” in quanto quella coppia aveva probabilmente intuito che a noi serviva quel tipo di proposta, tanto che ci hanno “inseguito” per tre anni prima di ricevere una nostra risposta affermativa. Col tempo abbiamo capito che era la proposta giusta per la nostra coppia perché, a seguito di una formazione giovanile salesiana, non ci bastava “metter su famiglia” e accontentarci della messa domenicale o poco di più, ma nella logica dell’apertura, dell’amicizia, del dialogo, della collaborazione sperimentati da giovani, cercavamo, forse egoisticamente, qualcosa per noi due. Insomma non volevamo chiuderci la porta alle spalle come purtroppo avevamo visto fare da coppie di amici.

Siamo stati inseriti, allora, in un gruppo formato da persone diverse fra loro: due cop­pie di giovani sposi come noi, e altre due coppie di mezza età. Con noi un sacerdote, l’unico con il quale avevamo avuto rapporti in gioventù; gli altri erano dei perfetti estranei. Dopo qualche anno, nella nostra équipe, è stata inserita una coppia proveniente da Roma, trasferitasi dalle nostre parti per motivi di lavoro, e che non aveva avuto esperienze di END. Questa coppia ha arricchito profondamente il nostro gruppo. Erano gio­vani anche loro, ma con un bagaglio di esperienze di vita molto più straordinarie delle nostre, per alcuni versi, con scelte anche molto coraggiose. Immaginate il nostro sconforto e il nostro senso di impotenza quando, dopo alcuni anni, non solo hanno lasciato il nostro gruppo, ma si sono lasciati interrompendo la loro relazione coniugale.

Vi abbiamo rubato qualche minuto di troppo per raccontarvi della nostra équipe di base perché le nostre radici sono in questo terreno. È un senso di gratitudine che ci spinge a parlare della nostra Alessandria 7 ed insieme l’auspicio che possa riprendere con chiarezza ed entusiasmo il proprio cammino. Diciamo questo perché, svolgendo lo scorso anno il nostro servizio di CRE, abbiamo avuto modo di vivere con i nostri co-équipiers una fase di disorientamento, di fatica a comprendere a che punto del cammino ci trovavamo, che senso aveva continuare e in quale direzione farlo. Qualche équipiers ha detto che forse l’esperienza si era esaurita, era giunta ad una naturale conclusione, come succede a tutte le esperienze umane. Ci è sembrata più bella, invece, l’idea di altri équipiers che hanno parlato della fine di una fase di innamoramento (lunga circa 18 anni) e che ora veniva il momento di mettere alla prova l’amore che eravamo stati capaci di generare. Proprio come succede alle coppie.

 

Quando abbiamo iniziato a riflettere sui contenuti di questo nostro intervento abbiamo, per prima cosa, riletto e ripensato ai documenti che ci parlano di servizio e responsabilità, primo fra tutti quello della “Coppia responsabile al servizio della propria équipe”. Ma da dove partire per impostare un discorso, o meglio un percorso da seguire insieme alle CRE? Così ci siamo ricordati che la cosa migliore è sempre partire da dove si è rimasti: il nostro pensiero è, allora, andato a Carmen e Renzo Gaggero che solo un anno fa vi parlavano di un “servizio col grembiule”; o meglio ci parlavano di una CRE, ma anche di un Movimento, di una Chiesa intera che, in fedeltà al suo Signore, si arma di grembiule, catino e asciugatoio e lava i piedi. L’umiltà di questo tipo di servizio sembra non richiedere particolari competenze, il saper far bene chissà che… Eppure chiede la cosa più difficile, la conversione del cuore, chiede di lasciarci cambiare il cuore di pietra in cuore di carne, che gioisce e si rattrista di gioie e tristezze condivise, un cuore che si preoccupa e quindi si occupa, con attenzione, con intelligenza e anche con diligenza, dei suoi fratelli. Per il resto, il servizio non chiede e non dà patenti, e la sua “temporaneità” è espressione della sua autenticità.

“La coppia responsabile è la custode dei fratelli”, è stato detto. Ammettiamo che la parola “custode”, di primo acchito, ci ha lasciati un po’ perplessi. Forse che chi, come voi o come noi, esercita una responsabilità deve “fare la guardia” a qualcuno, a che tutto sia fatto per bene, le regole siano ben rispettate, il metodo applicato alla lettera…?

Poi ci è tornato alla mente il passo della Genesi (4,9) in cui si legge: “Il Signore disse a Caino: «Dov’è Abele, tuo fratello?». Ed egli rispose: «Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?»”. La custodia è allora una cosa seria. È il Signore che ci affida gli altri, i nostri fratelli, i nostri co-équipiers; magari per un tempo breve, ma non per questo meno impegnativo. Ci affida gli altri e la comunità che insieme a loro andiamo a costituire: “Se due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20). È proprio preparando una riunione della nostra équipe, che abbiamo “rivisitato” questo versetto.

Infatti ci siamo proposti, per quest’anno, di nutrire la nostra compartecipazione (sempre a dieta) attraverso una rilettura dei vecchi libretti verdi con cui abbiamo fatto il nostro pilotaggio. Soprattutto ci hanno colpito le testimonianze di due autori, Padre Loew e Madleine Delbrel, fondatori di piccole comunità apostoliche denominate équipes. Ne riportiamo alcuni passaggi che non necessitano di particolare commento: “Il termine équipe viene dalla vecchia parola francese esquif, scafo; non un transatlantico, ma, se vogliamo la barca artigianale dell’Apostolo Pietro, con un equipaggio unito e poco numeroso, teso al bene comune mediante lo sforzo concorde… L’équipe è un laboratorio dove si costruisce l’unità mediante la carità… Non è che un mezzo, non è uno scopo… Deve essere disponibile per costruire il Regno, se no diventa un ghetto, un grumo, anziché lievito nella pasta… Allora il comandamento nuovo che Gesù ci dà, oggi come sempre, si realizza quando due o tre sono radunati nel suo nome”.

Solo una notazione personale: a noi è sembrato significativo che bastino già due persone, cioè la coppia, per avere la presenza del Cristo. Barca e laboratorio è allora, in prima battuta, la coppia. Guai se si fa ghetto, grumo…

La Delbrel dice: “Ci si riunisce per fare una cosa sola con il Cristo che può cambiare il mondo. L’équipe sarebbe fragile se si accontentasse dell’amicizia… Bisogna che sia l’amore del Cristo quello che ci salda gli uni agli altri. La presenza del Signore nell’équipe dovrebbe darci un profondo rispetto per l’équipe stessa. Una regola dell’équipe è il gioco del “chi perde, vince”, per cui nessuno ha dei diritti sull’équipe, ma l’équipe deve prendere a carico i diritti di ciascuno. E il mondo ha diritto alle nostre équipes”.

Allora chi esercita una responsabilità nell’END, chi nello specifico opera come CRE, è custode di una realtà preziosa e delicata. Perciò, alla fine di ogni servizio, dobbiamo idealmente immaginare che ci venga chiesto dal Signore “dove sono i nostri fratelli” e se siamo stati loro custodi.

Il  consigliere della nostra équipe ci faceva riflettere sul vangelo di Luca (17, 11-19) della scorsa domenica, quello dei 10 lebbrosi sanati da Gesù: uno solo di essi torna indietro a ringraziare, ed è certamente meritevole, ma Gesù gli domanda degli altri nove… Allora nessuno – e quindi nessun responsabile – potrà mai dire: “I miei co-équipiers sono tutti adulti e vaccinati: che bisogno hanno dei miei inviti, delle mie esortazioni, delle mie sollecitazioni?”. È la tentazione opposta a quella formalista e dirigista di cui abbiamo detto all’inizio. È la tentazione che forse anche noi, abbiamo subìto come CRE. Le coppie responsabili hanno una – noi diremmo la sola – via d’uscita da queste trappole: essa non è altro che la modalità privilegiata dell’Annuncio Evangelico, cioè la testimonianza. Le coppie responsabili, allora, si interrogano per prime sul loro modo di vivere l’Evangelo, di vivere il Metodo END; non dicono ciò che va fatto, ma si sforzano di farlo. Si allenano nell’ascolto della Parola di Dio, meditano e pregano ricordandosi di tutti, praticano il diritto-dovere di sedersi, credono che la loro esistenza ha sempre spigoli da smussare e lo fanno con la regola di vita, si impegnano in qualche esperienza più prolungata di dialogo con il Signore, ovvero non temono di “ritirarsi” con lui sul Monte Tabor già sapendo che ne dovranno discendere. Le CRE non hanno alternativa al mettersi sinceramente in gioco, sia nel momento della messa in comune che in quello della compartecipazione, non possono dare un contributo sbrigativo alla riflessione sul tema, devono curare la preghiera della riunione, ma soprattutto il clima che essa crea. Devono sapere che il tempo è un tesoro per tutti, il tempo per dire e il tempo per ascoltare.

Il rischio di questa scelta è quello di sembrare guide poco energiche, non capaci di imporsi e di imporre le regole…, quasi il problema fosse questo.

Siamo quindi d’accordo con un nostro co-équipiers che dice spesso: “Io so cosa dice il Metodo (lo leggo da anni nei Documenti) e soprattutto so cosa dice il Vangelo (lo leggo e lo sento leggere da anni). Il problema vero resta, comunque, come agisco di conseguenza”.

 

Ci piace pensare alle CRE – e quindi ad ogni coppia del Movimento, perché a ciascuna tocca, prima o poi, questo servizio – come ad una finestra aperta su due ambienti, su due dimensioni: una tutta interna, anzi intima, familiare che è quella della propria équipe di base; l’altra rivolta all’esterno, al Movimento e, attraverso esso, alla Chiesa e al mondo. Ci piace pensare al nostro Movimento come al luogo di un moto incessante che va dal cuore (non dal cervello, o almeno non solo) alla periferia. Il cuore non ha senso senza l’afflusso di sangue che lo raggiunge e la periferia necessita del ricircolo che il cuore determina.

Mentre stavamo meditando se accettare o meno il servizio di CRR, un nostro co-équipier ci faceva notare (e forse non casualmente) che percepiva il Movimento come una realtà gerarchizzata e burocratizzata…, di poca partecipazione, poco coinvolgente. Noi ci siamo sentiti di rispondere di aver sperimentato – partecipando ad iniziative allargate (regionali, nazionali…) e lasciandoci coinvolgere – lo sforzo opposto, l’impegno alla collegialità, a smantellare una “piramide” per tessere una “rete”. Il rischio paventato dal nostro co-équipier permane, ma l’alternativa ci è sembrata attraente e per­cor­ribile, così ci siamo addentrati nel servizio.

Abbiamo intitolato questo nostro intervento: “CRE: una coppia nella rete… o per la rete?” proprio perché la metafora della rete con i suoi nodi e le maglie che la compongono rende l’idea dell’identità che il Movimento sta sforzandosi di esprimere. Ci viene spontaneo pensare ad ogni responsabilità come ad un nodo: la CRE “annoda” la maglia della sua équipe a quella di altre équipes, fonda il settore, la regione, la super-regione… Anche le CC stanno in un “punto nodale”, e poi ci stanno anche le coppie DIP che definiremmo nodi su maglie aperte…

Ci piace un Movimento che somigli alla rete dell’acrobata perché ci dà la sicurezza di ammortizzare le cadute, un Movimento che somigli alla rete telematica perché ci fa comunicare col mondo, e ancora che somigli alla rete del Signore il quale ci fa “pescatori di uomini”.

Per tutto questo crediamo che ogni servizio, è “per la rete” e non “nella rete”, cioè crea ricircolo, non teme l’apertura e il coinvolgimento, anzi promuove tutti questi atteggiamenti. La Coppia Responsabile di Équipe non è lì perché non ne può fare a meno, perché non può dire di no, ma con coraggio, generosità e concretezza, anima, collega ed opera affinché la propria équipe possa essere parte attiva nel mare dell’esperienza END.

 

L’esperienza END, in questi ultimi anni, si è davvero trasformata in un mare che bagna ormai tutti i continenti. Questo può suscitare gioia e quasi un senso di ebbrezza, ma può provocare anche una reazione di timore e di chiusura. Noi tutti siamo équipiers con le radici ben piantate nella cultura del cosiddetto mondo occidentale, per cui ne viviamo gli slanci ma anche le paure. Notiamo, anche qui in Italia, la fatica di tanti équipiers a sbilanciarsi in un servizio, a lasciarsi attirare da una proposta di partecipazione, a raccontare ad altri del tesoro che hanno trovato nell’END. D’altra parte viviamo immersi in un’atmosfera carica di ansie e di timori, così ci lasciamo tentare dalla sicurezza che danno i “recinti”, così ristretti, a volte inaccessibili, fatti di volti e gesti noti e pertanto, almeno in apparenza, rassicuranti.

Finiamo col convincerci della nostra autosufficienza, per cui non c’è bisogno di affaticarsi nello scambiare con altri parole, pensieri, cose… Crediamo che questo, per i cristiani, sia un rischio gravissimo, una tentazione contro cui vale la pena lottare: è in gioco la fedeltà stessa al Vangelo di Gesù. Così, anche come équipiers, non possiamo esimerci dal lottare contro l’attualissima, e insieme eterna, convinzione dell’uomo di bastare a se stesso. Dio per primo è stato, in questo modo, chiuso fuori di casa dall’uomo. Subito dopo è toccato ai suoi simili.

Il nostro Movimento, poi, proprio per come è strutturato, ha un bisogno irrinunciabile del contributo di tutti i suoi membri per vivere. Nessuno, in un Movimento come il nostro, può credere che la sua partecipazione o meno sia indifferente, perché nessuno può immaginare che una rete dalle maglie strappate possa servire a qualcosa.

Ci piace terminare questo incontro leggendo un brano proposto, nel nostro settore, all'incontro di inizio d'anno con le CRE:

 

Qualunque sia la tua condizione di vita

pensa a te e ai tuoi cari

ma non lasciarti imprigionare

nella ristretta cerchia della tua famiglia.

Una volta per tutte

adotta la famiglia umana.

Bada di non sentirti estraneo nel mondo

Sii un essere umano in mezzo agli altri.

Nessun problema

di qualunque popolo

ti sia indifferente.

Vibra con le gioie e le speranze

di ogni gruppo umano.

Fa’ tue le sofferenze e le umiliazioni

dei tuoi fratelli in umanità.

Vivi a scala mondiale

O, meglio ancora, universale.

Cancella dal tuo vocabolario le parole:

nemico, odio, razzismo, rancore.

Nei tuoi pensieri,

nei tuoi desideri,

nelle tue azioni,

sforzati di essere

e di esserlo veramente

magnanimo.

 

                                     Helder Camara.