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È
con grande piacere e gioia che siamo qui, oggi, per passare
qualche ora insieme a voi. Abbiamo accettato volentieri l’invito
rivoltoci dai vostri RS perché, dentro di noi, c’era proprio la
voglia di conoscere le coppie della regione, anche e prima di
tutto, attraverso i volti, attraverso le emozioni, attraverso un
primo contatto diretto con le esigenze e le aspettative più
pressanti. È il primo passo per “prenderci a carico” a
vicenda, per provare a discernere insieme le opportunità migliori
per la crescita umana e spirituale di tutti noi.
Nonostante
tutto, però, non possiamo negarvi un certo imbarazzo
nell’elaborare e tradurre in parole il nostro pensiero: non
siamo relatori, ma ci sforziamo di approfondire il significato di
quella “teologia della coppia” di cui, spesso, nel nostro
Movimento, si parla.
Volevamo
iniziare questo incontro nella maniera più ovvia, più normale,
cioè con un saluto, ma un “buongiorno” non ci bastava per
esprimere i sentimenti con cui siamo qui. Così abbiamo chiesto
aiuto a San Paolo che apre in questo modo la Prima Lettera ai
Corinzi: “Paolo,
chiamato ad essere apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio, e
il fratello Sòstene, alla Chiesa di Dio che è in Corinto, a
coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, chiamati ad
essere santi insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il
nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro:
grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù
Cristo”.
(1Co 1,1-3)
Si
tratta della Lettera che culmina nell’Inno alla Carità, a cui
segue – confessiamo che non l’avevamo mai notato – un
capitolo, il 14°, dedicato ai carismi e all’edificazione della
Comunità.
Proprio
per quello che ci apprestiamo a fare vogliamo appropriarci di
un’espressione, di un auspicio di questo capitolo: “Chi
parla in lingue, preghi di poterle interpretare” (1Co
14,13). Ci pare un’esortazione bella per chi, come tutti noi,
esercita una responsabilità rivolta a molti, dotati di linguaggi
diversi, cioè espressione di sensibilità, formazioni, cammini
umani e di fede differenti.
Ed
ora ci raccontiamo un po’: siamo Patrizia e Marco Rena. Viviamo
e lavoriamo ad Alessandria. Patrizia insegna materie letterarie in
un Istituto superiore ed io lavoro in proprio, faccio
l’artigiano nel settore della stampa digitale e fotolitografica.
Abbiamo due figlie, Elisa di 16 anni che frequenta il 3° anno al
Liceo Scientifico, e Chiara di 6, che quest’anno ha iniziato la
scuola elementare. Elisa comincia a porsi, e a porci, qualche
interrogativo, tipico della sua età, che però ci spiazza.
Abbiamo entrambi ancora i genitori e, se questo da un lato ci
consola, dall’altro ci crea non pochi problemi in quanto non
si spiegano il perché di questo nostro andare per l’Italia,
magari lasciando a casa di amici le figlie…
Siamo
sposati da 20 anni e grazie ad una coppia conosciuta ai CPM, siamo
entrati in équipe nel 1987. Sottolineiamo “grazie” in quanto
quella coppia aveva probabilmente intuito che a noi serviva quel
tipo di proposta, tanto che ci hanno “inseguito” per tre anni
prima di ricevere una nostra risposta affermativa. Col tempo
abbiamo capito che era la proposta giusta per la nostra coppia
perché, a seguito di una formazione giovanile salesiana, non ci
bastava “metter su famiglia” e accontentarci della messa
domenicale o poco di più, ma nella logica dell’apertura,
dell’amicizia, del dialogo, della collaborazione sperimentati da
giovani, cercavamo, forse egoisticamente, qualcosa per noi due.
Insomma non volevamo chiuderci la porta alle spalle come purtroppo
avevamo visto fare da coppie di amici.
Siamo
stati inseriti, allora, in un gruppo formato da persone diverse
fra loro: due coppie di giovani sposi come noi, e altre due
coppie di mezza età. Con noi un sacerdote, l’unico con il quale
avevamo avuto rapporti in gioventù; gli altri erano dei perfetti
estranei. Dopo qualche anno, nella nostra équipe, è stata
inserita una coppia proveniente da Roma, trasferitasi dalle nostre
parti per motivi di lavoro, e che non aveva avuto esperienze di
END. Questa coppia ha arricchito profondamente il nostro gruppo.
Erano giovani anche loro, ma con un bagaglio di esperienze di
vita molto più straordinarie delle nostre, per alcuni versi, con
scelte anche molto coraggiose. Immaginate il nostro sconforto e il
nostro senso di impotenza quando, dopo alcuni anni, non solo hanno
lasciato il nostro gruppo, ma si sono lasciati interrompendo la
loro relazione coniugale.
Vi
abbiamo rubato qualche minuto di troppo per raccontarvi della
nostra équipe di base perché le nostre radici sono in questo
terreno. È un senso di gratitudine che ci spinge a parlare della
nostra Alessandria 7 ed insieme l’auspicio che possa riprendere
con chiarezza ed entusiasmo il proprio cammino. Diciamo questo
perché, svolgendo lo scorso anno il nostro servizio di CRE,
abbiamo avuto modo di vivere con i nostri co-équipiers una fase
di disorientamento, di fatica a comprendere a che punto del cammino
ci trovavamo, che senso aveva continuare e in quale direzione
farlo. Qualche équipiers ha detto che forse l’esperienza si era
esaurita, era giunta ad una naturale conclusione, come succede a
tutte le esperienze umane. Ci è sembrata più bella, invece,
l’idea di altri équipiers che hanno parlato della fine di una
fase di innamoramento (lunga circa 18 anni) e che ora veniva il
momento di mettere alla prova l’amore che eravamo stati capaci
di generare. Proprio come succede alle coppie.
Quando
abbiamo iniziato a riflettere sui contenuti di questo nostro
intervento abbiamo, per prima cosa, riletto e ripensato ai
documenti che ci parlano di servizio e responsabilità, primo fra
tutti quello della “Coppia responsabile al servizio
della propria équipe”. Ma da dove partire per impostare
un discorso, o meglio un percorso da seguire insieme alle CRE? Così
ci siamo ricordati che la cosa migliore è sempre partire da dove
si è rimasti: il nostro pensiero è, allora, andato a Carmen e
Renzo Gaggero che solo un anno fa vi parlavano di un “servizio
col grembiule”; o meglio ci parlavano di una CRE, ma anche di un
Movimento, di una Chiesa intera che, in fedeltà al suo Signore,
si arma di grembiule, catino e asciugatoio e lava i piedi.
L’umiltà di questo tipo di servizio sembra non richiedere
particolari competenze, il saper far bene chissà che… Eppure
chiede la cosa più difficile, la conversione del cuore, chiede di
lasciarci cambiare il cuore di pietra in cuore di carne, che
gioisce e si rattrista di gioie e tristezze condivise, un cuore
che si preoccupa e quindi si occupa, con attenzione, con
intelligenza e anche con diligenza, dei suoi fratelli. Per il
resto, il servizio non chiede e non dà patenti, e la sua
“temporaneità” è espressione della sua autenticità.
“La
coppia responsabile è la custode dei fratelli”, è stato detto.
Ammettiamo che la parola “custode”, di primo acchito, ci ha
lasciati un po’ perplessi. Forse che chi, come voi o come noi,
esercita una responsabilità deve “fare la guardia” a
qualcuno, a che tutto sia fatto per bene, le regole siano ben
rispettate, il metodo applicato alla lettera…?
Poi
ci è tornato alla mente il passo della Genesi (4,9) in cui si
legge: “Il Signore disse a Caino: «Dov’è Abele, tuo
fratello?». Ed egli rispose: «Non lo so. Sono forse io il
custode di mio fratello?»”. La custodia è allora una cosa
seria. È il Signore che ci affida gli altri, i nostri fratelli, i
nostri co-équipiers; magari per un tempo breve, ma non per questo
meno impegnativo. Ci affida gli altri e la comunità che insieme a
loro andiamo a costituire: “Se due o tre sono riuniti nel mio
nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20). È proprio
preparando una riunione della nostra équipe, che abbiamo
“rivisitato” questo versetto.
Infatti
ci siamo proposti, per quest’anno, di nutrire la nostra
compartecipazione (sempre a dieta) attraverso una rilettura dei
vecchi libretti verdi con cui abbiamo fatto il nostro pilotaggio.
Soprattutto ci hanno colpito le testimonianze di due autori, Padre
Loew e Madleine Delbrel, fondatori di piccole comunità
apostoliche denominate équipes. Ne riportiamo alcuni passaggi che
non necessitano di particolare commento: “Il
termine équipe viene dalla vecchia parola francese esquif, scafo;
non un transatlantico, ma, se vogliamo la barca artigianale
dell’Apostolo Pietro, con un equipaggio unito e poco numeroso,
teso al bene comune mediante lo sforzo concorde… L’équipe è
un laboratorio dove si costruisce l’unità mediante la carità…
Non è che un mezzo, non è uno scopo… Deve essere disponibile
per costruire il Regno, se no diventa un ghetto, un grumo, anziché
lievito nella pasta… Allora il comandamento nuovo che Gesù ci dà,
oggi come sempre, si realizza quando due o tre sono radunati nel
suo nome”.
Solo
una notazione personale: a noi è sembrato significativo che
bastino già due persone, cioè la coppia, per avere la presenza
del Cristo. Barca e laboratorio è allora, in prima battuta, la
coppia. Guai se si fa ghetto, grumo…
La
Delbrel dice: “Ci
si riunisce per fare una cosa sola con il Cristo che può cambiare
il mondo. L’équipe sarebbe fragile se si accontentasse
dell’amicizia… Bisogna che sia l’amore del Cristo quello che
ci salda gli uni agli altri. La presenza del Signore nell’équipe
dovrebbe darci un profondo rispetto per l’équipe stessa. Una
regola dell’équipe è il gioco del “chi perde, vince”, per
cui nessuno ha dei diritti sull’équipe, ma l’équipe deve
prendere a carico i diritti di ciascuno. E il mondo ha diritto
alle nostre équipes”.
Allora
chi esercita una responsabilità nell’END, chi nello specifico
opera come CRE, è custode di una realtà preziosa e delicata.
Perciò, alla fine di ogni servizio, dobbiamo idealmente
immaginare che ci venga chiesto dal Signore “dove sono i nostri
fratelli” e se siamo stati loro custodi.
Il consigliere della nostra équipe ci faceva riflettere sul
vangelo di Luca (17, 11-19) della scorsa domenica, quello dei 10
lebbrosi sanati da Gesù: uno solo di essi torna indietro a
ringraziare, ed è certamente meritevole, ma Gesù gli domanda
degli altri nove… Allora nessuno – e quindi nessun
responsabile – potrà mai dire: “I miei co-équipiers sono
tutti adulti e vaccinati: che bisogno hanno dei miei inviti, delle
mie esortazioni, delle mie sollecitazioni?”. È la tentazione
opposta a quella formalista e dirigista di cui abbiamo detto
all’inizio. È la tentazione che forse anche noi, abbiamo subìto
come CRE. Le coppie responsabili hanno una – noi diremmo la sola
– via d’uscita da queste trappole: essa non è altro che la
modalità privilegiata dell’Annuncio Evangelico, cioè la
testimonianza. Le coppie responsabili, allora, si interrogano per
prime sul loro modo di vivere l’Evangelo, di vivere il Metodo
END; non dicono ciò che va fatto, ma si sforzano di farlo. Si
allenano nell’ascolto della Parola di Dio, meditano e pregano
ricordandosi di tutti, praticano il diritto-dovere di sedersi,
credono che la loro esistenza ha sempre spigoli da smussare e lo
fanno con la regola di vita, si impegnano in qualche esperienza più
prolungata di dialogo con il Signore, ovvero non temono di
“ritirarsi” con lui sul Monte Tabor già sapendo che ne
dovranno discendere. Le CRE non hanno alternativa al mettersi
sinceramente in gioco, sia nel momento della messa in comune che
in quello della compartecipazione, non possono dare un contributo
sbrigativo alla riflessione sul tema, devono curare la preghiera
della riunione, ma soprattutto il clima che essa crea. Devono
sapere che il tempo è un tesoro per tutti, il tempo per dire e il
tempo per ascoltare.
Il
rischio di questa scelta è quello di sembrare guide poco
energiche, non capaci di imporsi e di imporre le regole…, quasi
il problema fosse questo.
Siamo
quindi d’accordo con un nostro co-équipiers che dice spesso:
“Io so cosa dice il Metodo (lo leggo da anni nei Documenti) e
soprattutto so cosa dice il Vangelo (lo leggo e lo sento leggere
da anni). Il problema vero resta, comunque, come agisco di
conseguenza”.
Ci
piace pensare alle CRE – e quindi ad ogni coppia del Movimento,
perché a ciascuna tocca, prima o poi, questo servizio – come ad
una finestra aperta su due ambienti, su due dimensioni: una tutta
interna, anzi intima, familiare che è quella della propria équipe
di base; l’altra rivolta all’esterno, al Movimento e,
attraverso esso, alla Chiesa e al mondo. Ci piace pensare al
nostro Movimento come al luogo di un moto incessante che va
dal cuore (non dal cervello, o almeno non solo) alla periferia. Il
cuore non ha senso senza l’afflusso di sangue che lo raggiunge e
la periferia necessita del ricircolo che il cuore determina.
Mentre
stavamo meditando se accettare o meno il servizio di CRR, un
nostro co-équipier ci faceva notare (e forse non casualmente) che
percepiva il Movimento come una realtà gerarchizzata e
burocratizzata…, di poca partecipazione, poco coinvolgente. Noi
ci siamo sentiti di rispondere di aver sperimentato –
partecipando ad iniziative allargate (regionali, nazionali…) e
lasciandoci coinvolgere – lo sforzo opposto, l’impegno alla
collegialità, a smantellare una “piramide” per tessere una
“rete”. Il rischio paventato dal nostro co-équipier permane,
ma l’alternativa ci è sembrata attraente e percorribile,
così ci siamo addentrati nel servizio.
Abbiamo
intitolato questo nostro intervento: “CRE: una coppia nella
rete… o per la rete?” proprio perché la
metafora della rete con i suoi nodi e le maglie che la compongono
rende l’idea dell’identità che il Movimento sta sforzandosi
di esprimere. Ci viene spontaneo pensare ad ogni responsabilità
come ad un nodo: la CRE “annoda” la maglia della sua équipe a
quella di altre équipes, fonda il settore, la regione, la
super-regione… Anche le CC stanno in un “punto nodale”, e
poi ci stanno anche le coppie DIP che definiremmo nodi su maglie
aperte…
Ci
piace un Movimento che somigli alla rete dell’acrobata perché
ci dà la sicurezza di ammortizzare le cadute, un Movimento che
somigli alla rete telematica perché ci fa comunicare col mondo, e
ancora che somigli alla rete del Signore il quale ci fa
“pescatori di uomini”.
Per
tutto questo crediamo che ogni servizio, è “per la rete” e
non “nella rete”, cioè crea ricircolo, non teme l’apertura
e il coinvolgimento, anzi promuove tutti questi atteggiamenti. La
Coppia Responsabile di Équipe non è lì perché non ne può fare
a meno, perché non può dire di no, ma con coraggio, generosità
e concretezza, anima, collega ed opera affinché la propria équipe
possa essere parte attiva nel mare dell’esperienza END.
L’esperienza
END, in questi ultimi anni, si è davvero trasformata in un mare
che bagna ormai tutti i continenti. Questo può suscitare gioia
e quasi un senso di ebbrezza, ma può provocare anche una
reazione di timore e di chiusura. Noi tutti siamo équipiers con
le radici ben piantate nella cultura del cosiddetto mondo
occidentale, per cui ne viviamo gli slanci ma anche le paure.
Notiamo, anche qui in Italia, la fatica di tanti équipiers a
sbilanciarsi in un servizio, a lasciarsi attirare da una proposta
di partecipazione, a raccontare ad altri del tesoro che hanno
trovato nell’END. D’altra parte viviamo immersi in
un’atmosfera carica di ansie e di timori, così ci lasciamo
tentare dalla sicurezza che danno i “recinti”, così
ristretti, a volte inaccessibili, fatti di volti e gesti noti e
pertanto, almeno in apparenza, rassicuranti.
Finiamo
col convincerci della nostra autosufficienza, per cui non c’è
bisogno di affaticarsi nello scambiare con altri parole, pensieri,
cose… Crediamo che questo, per i cristiani, sia un rischio
gravissimo, una tentazione contro cui vale la pena lottare: è in
gioco la fedeltà stessa al Vangelo di Gesù. Così, anche come
équipiers,
non possiamo esimerci dal lottare contro l’attualissima, e
insieme eterna, convinzione dell’uomo di bastare a se stesso.
Dio per primo è stato, in questo modo, chiuso fuori di casa
dall’uomo. Subito dopo è toccato ai suoi simili.
Il
nostro Movimento, poi, proprio per come è strutturato, ha un
bisogno irrinunciabile del contributo di tutti i suoi membri per
vivere. Nessuno, in un Movimento come il nostro, può credere
che la sua partecipazione o meno sia indifferente, perché nessuno può immaginare che una rete dalle maglie
strappate possa servire a qualcosa.
Ci
piace terminare questo incontro leggendo un brano proposto, nel
nostro settore, all'incontro di inizio d'anno con le CRE:
Qualunque
sia la tua condizione di vita
pensa
a te e ai tuoi cari
ma
non lasciarti imprigionare
nella
ristretta cerchia della tua famiglia.
Una
volta per tutte
adotta
la famiglia umana.
Bada
di non sentirti estraneo nel mondo
Sii
un essere umano in mezzo agli altri.
Nessun
problema
di
qualunque popolo
ti
sia indifferente.
Vibra
con le gioie e le speranze
di
ogni gruppo umano.
Fa’
tue le sofferenze e le umiliazioni
dei
tuoi fratelli in umanità.
Vivi
a scala mondiale
O,
meglio ancora, universale.
Cancella
dal tuo vocabolario le parole:
nemico,
odio, razzismo, rancore.
Nei
tuoi pensieri,
nei
tuoi desideri,
nelle
tue azioni,
sforzati
di essere
e
di esserlo veramente
magnanimo.
Helder Camara.
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