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Breve presentazione
Siamo …
È un senso di gratitudine che
ci spinge a parlare, sempre e comunque, della nostra Alessandria
7 e insieme è l’auspicio che possa continuare con sempre nuove
energie il proprio cammino.
È sicuramente grazie alla
nostra équipe di base, alla pazienza, alla
collaborazione, alla disponibilità dei nostri amici, se in
questi anni siamo riusciti, in primo luogo, ad aprirci verso
l’esterno dell’équipe stessa e in seguito a svolgere alcuni
servizi nel Movimento: pilotaggio, responsabili di settore, ed
ora responsabili della Regione Nord Ovest B. In equipe la
disponibilità di ciascuno ha bisogno di quella degli altri,
anche nei modi più semplici e concreti. È importante “rimuovere
gli ostacoli” (come abbiamo tentato di fare anche in questi
giorni), ma non è sufficiente: bisogna interiorizzare il senso,
il bene che viene dall’apertura verso l’esterno, verso le altre
coppie ed équipes.
Per giustizia di causa
dobbiamo dire che anche altre coppie del nostro Settore di
Alessandria hanno reso e continuano e rendere possibile il
nostro servizio con il loro incoraggiamento e aiuto concreto e,
sempre per giustizia di causa, vogliamo dire che molto dobbiamo
anche alle coppie che fanno Equipe Regionale con noi e che hanno
contribuito, e continuano a contribuire, alla creazione del
clima giusto e delle condizioni giuste per lavorare insieme a
un’opera che non ci appartiene, ma che è del Signore.
1. Introduzione
“esperienziale”
Il Movimento che in questi 20
anni abbiamo avuto la possibilità di frequentare, raccogliendo
inviti, chiamate a incontri, sessioni, ritiri, servizi… e che,
gradualmente, ci ha affascinato e appassionato, altrimenti non
saremmo qui a raccontarlo, è un Movimento che ha caratteristiche
ormai consolidate. È un Movimento, prima di tutto, laico.
Proprio in questa sala, tre
mesi fa, in un nostro intervento ad un Convegno della famiglia
Carmelitana, abbiamo esordito citando un passo della Lettera a
Diogneto che ci è particolarmente caro e che ci aiuta a definire
questa nostra laicità, il nostro essere incarnati alla maniera
di Cristo:
“I cristiani non si
distinguono dagli altri uomini, né per la terra di origine, né
per la lingua, né per l’abbigliamento. Non abitano città
proprie, né si servono di una lingua particolare, e il loro modo
di vivere non ha nulla di speciale... Vivono nella loro patria,
ma come stranieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto
sono distaccati come forestieri. Ogni terra straniera è patria
loro e ogni patria è terra straniera. Si sposano come tutti e
generano figli, ma non abbandonano le loro creature... In una
parola: come l’anima è nel corpo, così i cristiani sono nel
mondo… Abitano nel mondo, ma non sono del mondo”.
(A Diogneto 5,I-6,3)
Già, i cristiani “sono nel
mondo, ma non sono del mondo”. La realtà in cui siamo
chiamati a vivere, a sentirci parte, è una realtà terrena, una
realtà fatta di carne, ma che, senza tensione alla relazione,
all’attenzione all’altro, al coniuge, ai figli, alla società, al
lavoro, alla giustizia, alla pace, all’amore - in ultima analisi
- diventa sterile.
Scriveva Giovanni Paolo II
nella Novo millennio ineunte: “si deve respingere la
tentazione di una spiritualità intimistica e individualistica,
che mal si comporrebbe con le esigenze della carità, oltre che
con la logica dell’incarnazione e, in definitiva, con la stessa
tensione escatologica del cristianesimo” (n. 51).
Il nostro è un Movimento che
si sente unito nel richiamo evangelico dell’Amore, nel
"metodo" spirituale di coppia, ma che vive e si arricchisce
delle diversità e del pluralismo delle esperienze
e dei carismi di cui siamo tutti portatori. Siamo consapevoli
che le differenze possono diventare ricchezze? Non è questa la
nostra esperienza prima di tutto in coppia? Eppure oggi sembra
che ogni incontro non possa che trasformarsi in scontro,
polemica, confusione che impedisce la riflessione, la ricerca
della verità e del bene. Guardiamoci intorno: i dibattiti
televisivi, giornalistici, politici, i reality… E quale dialogo
nelle famiglie, nelle coppie…?
Papa Paolo VI affermava nella
Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi che “occorre
evangelizzare – non in maniera decorativa, a somiglianza di
vernice superficiale, ma in modo vitale, in profondità e fino
alle radici – la cultura e le culture dell’uomo … partendo
sempre dalle persone e tornando ai rapporti delle persone tra
loro e con Dio” (n. 20).
Ecco allora che il nostro
Movimento (ed anche in questo senso è Chiesa) è in costante
tensione tra il carisma fondatore (la tradizione) e i segni dei
tempi, per essere in costante conversione, e quindi ancora “profetico”.
Non è facile leggerli, questi
segni dei tempi; ancor più difficile è fare
discernimento in essi della volontà dello Spirito. Eppure
abbiamo la certezza che siamo di fronte a questioni vitali per
l’esistenza individuale e sociale. Vi sembra che la
condizione-dimensione coppia sia così scontata, chiara,
acquisita a livello sociale, ma anche ecclesiale? Non vi sembra
che come Movimento abbiamo ancora molto da lavorare e secondo un
“modo” che ci è costantemente suggerito dal metodo stesso
e che quindi ci è proprio? Esso è fatto di accoglienza, ascolto,
parola mai aggressiva, disponibilità sempre rinnovata a
riallacciare i fili della relazione, a cercare il bene, la
verità, a lasciarsi interpellare dal Dio-Amore.
2.
Le Equipes Notre Dame: un
Movimento di spiritualità coniugale e di aiuto reciproco
Questo Movimento ha fatto una
proposta, in primo luogo, a noi coppie: quella di
scoprire la presenza di Dio nell’intimo della nostra coppia e,
poi, di metterla in comune con altre coppie per portare un segno
di testimonianza nel mondo. Nella Carta si legge:
«Le
coppie coscienti delle loro debolezze, dei limiti delle loro
forze, del fatto che sperimentano ogni giorno come è difficile
vivere da cristiani, decidono di fare gruppo, “équipe”, di
costruire una comunità di fede per percorrere insieme un cammino
di fede, prendendosi a carico gli uni gli altri».
Se siamo qui è perché abbiamo
deciso di accogliere la proposta di questo Movimento che, nato
dall’esigenza di quattro coppie di vivere un “cristianesimo
integrale”, ben presto si allarga a macchia d’olio per
rispondere ad un bisogno diffuso: quello di condurre e
approfondire la ricerca sul matrimonio cristiano.
Il nostro è allora un
Movimento di iniziazione e, insieme, di perfezione
alla vita cristiana. Queste due caratteristiche sono state
ribadite da Padre Caffarel durante un suo discorso alle END, a
Roma, nel 1959: “Se le équipes sono un Movimento di
iniziazione non devono trattenere le coppie che per un tempo
limitato. Rimanere in un Movimento di iniziazione oltre un
determinato limite è un non senso che favorisce l’infantilismo.
Noi non vogliamo che il Movimento sia un asilo di eterni
minorenni, di deboli spiritualmente, una associazione di gente
che vive di reddito nella vita spirituale” […] “Le nostre
équipes devono essere insieme Movimento di iniziazione e
Movimento di perfezione. Se fossero soltanto un Movimento di
perfezione, le coppie esiterebbero ad entrarvi. Oppure, una
volta entrate, non saprebbero bene a cosa si impegnano, poiché
bisogna aver raggiunto un certo grado di evoluzione spirituale
per aspirare alla perfezione cristiana. Se le nostre équipes
fossero soltanto un Movimento di iniziazione, ben presto
deluderebbero le coppie portate dalle stesse équipes a
desiderare qualcosa di più” (cfr. “Vocazione e itinerario
delle Equipes Notre Dame” da “Due di loro erano in cammino”).
Se notiamo bene, le
affermazioni contenute in queste parole sono dirette alle
coppie, alle équipes, ma la realtà Movimento è quella che fa
sempre da sfondo e da interlocutore.
Ecco perché, allora, non
basta l’équipe di base. Essa è importante, e della sua
importanza si è già parlato ieri e anche noi vogliamo rimarcarne
il valore, ma il pensiero della sua insufficienza è già nelle
riflessioni originarie. Padre Caffarel – come si può vedere
anche dalla Carta – parlando della mistica del Movimento
parla in primo luogo di aiuto reciproco e ne fa notare le
tre componenti: tra sposi, tra coppie, tra équipes. E, sempre
nel discorso del ‘59, commentando quest’ultimo aspetto, afferma
che “il nostro Movimento è un’équipe di équipes”.
3. Un Movimento - rete
È sulla base di quest’ultima
affermazione che ci è sembrato di poter immaginare il Movimento
come una rete.
Ci piace pensare a questo
Movimento come al luogo di un moto incessante, di una vera e
propria circolazione che va dal cuore (non dal cervello, o
almeno non solo) alla periferia. Il cuore non ha senso senza
l’afflusso di sangue che lo raggiunge e la periferia necessita
del ricircolo che il cuore determina. Si tratta di garantire un
incessante passaggio di esperienze, di riflessioni, di fede.
Questo fa bene alla singola
équipe che “riceve” e “dona”, è cellula e non
monade; fa bene al Movimento nel suo insieme che continuamente
riceve e rinvia degli input rielaborati e arricchiti. Nessuna
équipes deve isolarsi per non mettere a rischio di sopravvivenza
se stessa. Diremmo che l’autoreferenzialità e, in ultima
analisi, l’individualismo (grande tentazione del tempo presente)
a poco a poco spegne l’équipe, se non la coppia stessa.
La maggior parte di voi ha da
poco terminato l’anno di pilotaggio e, dunque, con la sua équipe
di base, comincia ad acquisire la propria autonomia che è tutt’altro
rispetto all’isolamento. Anzi, proprio per il fatto che è
inserita a pieno titolo in quella rete di cui dicevamo pocanzi,
ne diventa un nodo fondamentale per crearne le maglie.
Naturalmente non è sola, ma
insieme ad altre équipe forma il Settore, primo anello
della catena che assicurerà il collegamento con il Movimento. Il
Settore è quindi la prima realtà nella quale una équipe si
innesterà per assicurare la sua vitalità. La vita degli
équipiers e la sua interazione col Movimento sono affidate alla
coppia responsabile di Settore e alla sua équipe di Settore.
Allora il funzionamento del
nostro Movimento (volutamente non la vogliamo chiamare
struttura) è simile ad una rete i cui nodi sono le varie
comunità e le cui relazioni sono i “collegamenti” tra i nodi,
cioè i servizi (CC, CRS, CRR, e così via) affidati alle coppie
con il compito di unire e mantenere il contatto tra le maglie
del Movimento.
Con questo intendiamo dire
che il Settore è la porzione di rete più importante.
Grazie alla sua dimensione ridotta permette alla coppia
responsabile di potersi relazionare con ogni responsabile di
équipes e con la maggior parte degli équipiers, cosa che è
indispensabile per la vita del Movimento.
Abbiamo fatto un cenno
all’équipe di Settore che, come tutte le équipe di servizio,
funziona come una vera e propria équipe di base ed è formata
dalle coppie di collegamento, dal consigliere spirituale di
Settore, dalla coppia DIP e dalla coppia CRC. Quindi anche in
questa équipe si applica il Metodo con la messa in comune, il
tema di studio, la preghiera, la compartecipazione e così via.
Ci fermeremmo qui per ciò che
riguarda il funzionamento del Movimento perchè altrimenti
rischieremmo di diventare troppo tecnici e non è il senso che
volevamo dare a questo nostro intervento. Casomai nel
pomeriggio, durante l’assemblea, avremo modo, se lo riterrete
opportuno, di sviluppare anche questo aspetto.
Riprendendo il discorso
iniziale a noi piace pensare, allora, ad ogni coppia come ad una
finestra aperta su due ambienti, su due dimensioni: una tutta
interna, anzi intima, familiare che è quella della propria
équipe di base; l’altra rivolta all’esterno, al Movimento e,
attraverso esso, alla Chiesa e al mondo.
Ci piace pensare a un
Movimento che somigli alla rete dell’acrobata perchè ci dà la
sicurezza di ammortizzare le cadute; un Movimento che somigli
alla rete telematica perché ci fa comunicare col mondo e,
ancora, un Movimento che somigli alla rete del Signore il quale
ci fa “pescatori di uomini”.
3.1. Importanza della
partecipazione
Ma una rete non si
improvvisa: si costruisce, si tesse, all’occorrenza si ripara.
Di qui nasce l’importanza della partecipazione di tutti,
partecipazione da intendere come “far parte” di una realtà,
ovvero “prendere parte” e “mettere a parte” più che appartenere.
Non è una questione di “possesso”, ma di attingere e alimentare
quella circolazione di cui abbiamo parlato.
Non dimentichiamoci che
nell’intuizione originaria il nostro è un Movimento di
riferimento e non di appartenenza. Forse l’idea di
appartenenza è in qualche modo più accattivante perché più
rassicurante, ma gli spazi di libertà che un Movimento di
“semplice” riferimento offre sono direttamente proporzionali a
quelli di responsabilità che richiede. Più sei libero e più ti
assumi per intero la responsabilità di ogni scelta, nessuno può
farti veramente da suggeritore, nemmeno tra i tuoi fratelli
équipiers.
Tutti conosciamo la fatica
della partecipazione e della partecipazione in coppia dentro e
fuori il Movimento. Essa costa tempo ed energie sottratti alla
nostra vita ordinaria già preda di impegni molteplici, di ritmi
indiavolati, nonché dell’ansia che determinano. Abbiamo bisogno
di riposo, di ristorarci, di riappropriarci delle nostre
esistenze, ma la vera fonte di tutto questo resta sempre il
Signore Gesù che ci dice: “Venite a me, voi tutti, che siete
affaticati e oppressi, e io vi ristorerò” (Mt 11,28).
Andare a giornate di Settore,
ritiri, sessioni in contesti sempre più allargati (regionale,
nazionale, internazionale) dovrebbe riflettere questa esigenza
profonda che abbiamo cercato di esprimere e che ciascuno
sicuramente sente viva dentro di sé. A questo bisogno si
sforzano sempre più di rispondere anche coloro che, per
responsabilità di servizio, organizzano e propongono i vari
momenti forti del Movimento.
Fa bene, dunque, alla coppia,
ma di riflesso fa bene alla sua equipe; più coppie partecipano,
più viva resta la stessa équipe di base.
3.2. Partecipazione e
servizio
Chi si apre alla
partecipazione più facilmente coglie anche il senso del
servizio. Passateci la battuta: il chiosco per il suddetto
ristoro va tenuto aperto e nella vigna, anche in quella del
Signore, bisogna lavorarci… il Movimento ha bisogno quindi di
coppie che operino in équipes di servizio, che curino quella
circolazione di esperienze, di riflessioni e di fede che
alimenta e fa crescere tutti.
Sembra quasi un luogo comune,
una specie di tormentone dire che il servizio serve prima di
tutto alla coppia che lo esercita, che si riceve più di quello
che si dà… E noi per primi ci rendiamo ben conto che il servizio
è impegnativo se non addirittura, qualche volta, faticoso.
Mettere in comune i pensieri e le idee, condividere le stesse
soluzioni, ritagliarsi sempre più spazi “di coppia”, mette alla
prova. Ci costringe a impegnare energie prima di tutto
nella nostra relazione di coppia, introduce elementi di
confronto e discussione (come se il lavoro, i figli… non ci
fornissero già abbastanza argomenti), ma è una palestra
straordinaria perché ci chiama a misurarci in due fuori dai
nostri ambiti più ristretti, a fare unità nella diversità, il
che non guasterebbe anche in contesti più allargati che siamo
soliti frequentare.
3.3. Il servizio come
dono
“Chi esercita un ufficio,
lo compia con l’energia ricevuta da Dio”
(1 Pt, 4,11).
Ancora una volta, stiamo a
ricordarci che non siamo soli. Che cos’è questa energia che
viene da Dio?
Abbiamo scoperto che
l’espressione “dono gratuito” rimanda al termine greco
“charisma” che ha la stessa radice della parola “charis”, ovvero
“grazia”. La grazia è dono dello Spirito, è quell’energia
che Dio non fa mancare a chi lo chiama in causa nelle scelte di
vita che intraprende. E non c’è dono dello Spirito che non sia
finalizzato al bene di ciascuno e di tutti.
Qui presenti ci sono CRS, CC,
CP, CRE e crediamo che tutti potrebbero testimoniare che il
servizio è fatto di relazioni, di reciprocità e
complementarietà; bisogna lasciarsi mettere in discussione e
talvolta stravolgere la propria idea a favore di quella di
altri; si può non essere completamente d’accordo sulle scelte,
non condividerle appieno, ma nel discernimento collegiale (cioè
fatto insieme) si trova alla fine la chiave di volta, lo spazio
dello Spirito che fa scegliere per il meglio. Ci si educa alla
corresponsabilità, cioè a fondarsi anche sulla fiducia
nell’altro. Ma questo non è il nostro quotidiano esercizio
di vita di coppia? Sicuramente ci vuole poi anche altro: spirito
organizzativo, dinamismo, progettualità, ma il dono è ancora una
volta fatto per il bene di tutti e di ciascuno.
Per tutti viene (e se non è
ancora venuto verrà) il momento per chiedersi se si è pronti, se
è il momento giusto per accettare un servizio nel Movimento:
“Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni
faccenda sotto il cielo” si legge nel Quolet (3,1). Ma non
attendete condizioni ideali che sono altrettanto irreali nelle
nostre vite.
I discepoli, secondo il
Vangelo di Marco – quello della moltiplicazione dei pani e dei
pesci – di fronte alla moltitudine di folla accorsa da Gesù, ci
sembrano guardare con un’apprensione –
in cui tutti, prima o poi, ci riconosciamo – tanta gente da
sfamare. Prospettano anche al Signore delle soluzioni sagge:
“Congedali… in modo che possano andare a comprarsi da mangiare…”
(Mc 6,36).
Gesù non solo li esorta a
dare loro stessi da mangiare a tutte quelle persone, a non
rinviarle altrove, ma a farlo con quegli “inadeguatissimi”
cinque pani e due pesci che avevano. Servire è essere
disponibili a dividere con gli altri il nostro poco, alla
“moltiplicazione”, poi, ci pensa Dio.
4. Un Movimento
internazionale
Come tutti sapete il
Movimento è reduce dal Rassemblement Internazionale di Lourdes
del settembre scorso dove migliaia di coppie e CS di tutto il
mondo sono convenute per rinnovare il proprio incontro col
Signore e con gli altri e riprendere con nuove energie il
proprio cammino.
Noi purtroppo non c’eravamo,
ma ci hanno colpito le parole che Carlo e Maria Carla Volpini, i
nuovi responsabili internazionali, hanno inserito nel loro
intervento conclusivo al Raduno: “Le équipes devono poter
essere, per se stesse e come testimonianza alla Chiesa e al
mondo, luogo di persone e di coppie capaci di mettere insieme
ciò che hanno e ciò che sono e di farne dono per sé e per gli
altri”.
Queste parole ci suggeriscono
l’idea che gli équipiers non sono persone di un luogo, cioè
facenti parte di una équipe di base, di un Movimento, della
Chiesa, del mondo, come se questi fossero appunto luoghi
frequentati più o meno assiduamente e in maniera appagante, ma
sono chiamati a creare luoghi di persone e coppie, ovvero
occasioni di incontro, di scambio, di relazione possibile e
autentica, gratificante, “amorosa” secondo Cristo, anzi amorosa
perché con Cristo Amore in mezzo. Solo così saremo testimoni,
cioè gente che dice un vissuto, che dice perché ha visto, udito,
toccato con mano che un certo modo di vivere più umano,
veramente umano, è possibile.
Abbiamo detto possibile, non
facile, non automatico… ma comunque possibile. È possibile qui e
ora, in quel quotidiano in cui siamo costantemente immersi e
costantemente soggetti alle insidie della nostra fragilità di
uomini.
Ma per testimoniare tutto
questo dobbiamo diventare capaci di mettere insieme ciò che
abbiamo e che siamo (questo dicono ancora Carlo e Maria Carla).
Già, perché capaci si diventa, ci si allena, ci si educa a fare
del qui e ora, della nostra quotidianità domestica, ecclesiale e
mondana un possibile tempo felice, segno e speranza di eternità.
Ecco allora la pedagogia dell’END, l’appello a quell’impegno
e a quella tensione intorno ai nostri punti concreti di
impegno che ci viene dalle prime battute degli Orientamenti
post Lourdes: “Per ogni équipiers la piena adesione alla
Carta delle END implica l’accettazione completa dei punti
concreti di impegno e la tensione a metterli in pratica. Sono
punti di riferimento, sostegni nella vita delle coppie sposate
che spingono a proseguire nel cammino di santità”. E di
seguito leggiamo: “Il pasto fraterno, il tempo della messa in
comune, la preghiera condivisa e meditata, il tempo di
formazione sul tema di studio, […] contribuiscono in egual
misura a vivere il tempo forte della riunione di équipe, in cui
si accoglie Gesù Cristo come fratello”. È il Metodo che
ci chiama a mettere insieme ciò che abbiamo (sì, anche
aspetti della materialità come il cibo, la quota annuale,
l’aiuto coi figli) e ciò che siamo. Potremo capire, così, che
disponiamo davvero di molto, insieme, già a partire dalla nostra
équipe di base. Immaginiamo di quanto in più potremo disporre
aprendoci al Movimento intero, alla Chiesa, ma anche
al mondo.
5. Conclusioni
Allora, possiamo
“innamorarci” di un Movimento così?
Per quanto ci riguarda
possiamo rispondere sì, ma dovremmo anche dire che l’amore va
alimentato, va costruito giorno dopo giorno. Dire: “Mi piace”
non basta. Non ho mai detto a Patrizia: “Mi piaci”, ma quelle
poche volte che l’ho fatto, le ho sussurrato: “Ti amo, ti voglio
bene”.
Crediamo che il Movimento
vada curato come strumento privilegiato per il nostro cammino di
coppia perché vivo e fatto di persone.
A cominciare dalle nostre
équipes di base, dobbiamo allora lavorare per scoprire, prima
ancora che rivelare, le ricchezze che, attraverso il Movimento,
vengono offerte a noi coppie, ricchezze che non potremo certo
tenere per noi, ma che dovremo spendere all’esterno. Dobbiamo
cioè prepararci, sempre ed instancabilmente, ad impegnarci in un
dialogo franco e affettuoso con la storia, a cominciare da
quella piccola, fatta di parenti, amici, colleghi… che ci
chiedono, a buon diritto, conto delle tante energie che
spendiamo per tenere vivi l’amore e l’unità della nostra coppia.
Crediamo che sia doveroso,
per noi, accettare sempre questa sfida, ma per farlo abbiamo
bisogno di tanto ascolto della Parola, di tanta preghiera, di
tanto studio, di tanto scambio con chi crede che il tutto vada
sostenuto insieme in una grande rete come quella del nostro
Movimento.
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