Sessione Regionale NOB per nuove équipes, 3-4.03.2007

"Perché un Movimento: la rete delle équipes"

di Patrizia e Marco Rena

 

 

 

 

Breve presentazione

Siamo …

 

È un senso di gratitudine che ci spinge a parlare, sempre e comunque, della nostra Alessandria 7 e insieme è l’auspicio che possa continuare con sempre nuove energie il proprio cammino.

È sicuramente grazie alla nostra équipe di base, alla pazienza, alla collaborazione, alla disponibilità dei nostri amici, se in questi anni siamo riusciti, in primo luogo, ad aprirci verso l’esterno dell’équipe stessa e in seguito a svolgere alcuni servizi nel Movimento: pilotaggio, responsabili di settore, ed ora responsabili della Regione Nord Ovest B. In equipe la disponibilità di ciascuno ha bisogno di quella degli altri, anche nei modi più semplici e concreti. È importante “rimuovere gli ostacoli” (come abbiamo tentato di fare anche in questi giorni), ma non è sufficiente: bisogna interiorizzare il senso, il bene che viene dall’apertura verso l’esterno, verso le altre coppie ed équipes.

Per giustizia di causa dobbiamo dire che anche altre coppie del nostro Settore di Alessandria hanno reso e continuano e rendere possibile il nostro servizio con il loro incoraggiamento e aiuto concreto e, sempre per giustizia di causa, vogliamo dire che molto dobbiamo anche alle coppie che fanno Equipe Regionale con noi e che hanno contribuito, e continuano a contribuire, alla creazione del clima giusto e delle condizioni giuste per lavorare insieme a un’opera che non ci appartiene, ma che è del Signore.

 

1. Introduzione “esperienziale”

Il Movimento che in questi 20 anni abbiamo avuto la possibilità di frequentare, raccogliendo inviti, chiamate a incontri, sessioni, ritiri, servizi… e che, gradualmente, ci ha affascinato e appassionato, altrimenti non saremmo qui a raccontarlo, è un Movimento che ha caratteristiche ormai consolidate. È un Movimento, prima di tutto, laico.

Proprio in questa sala, tre mesi fa, in un nostro intervento ad un Convegno della famiglia Carmelitana, abbiamo esordito citando un passo della Lettera a Diogneto che ci è particolarmente caro e che ci aiuta a definire questa nostra laicità, il nostro essere incarnati alla maniera di Cristo:

 

“I cristiani non si distinguono dagli altri uomini, né per la terra di origine, né per la lingua, né per l’abbigliamento. Non abitano città proprie, né si servono di una lingua particolare, e il loro modo di vivere non ha nulla di speciale... Vivono nella loro patria, ma come stranieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come forestieri. Ogni terra straniera è patria loro e ogni patria è terra straniera. Si sposano come tutti e generano figli, ma non abbandonano le loro creature... In una parola: come l’anima è nel corpo, così i cristiani sono nel mondo… Abitano nel mondo, ma non sono del mondo”. (A Diogneto 5,I-6,3)

 

Già, i cristiani “sono nel mondo, ma non sono del mondo”. La realtà in cui siamo chiamati a vivere, a sentirci parte, è una realtà terrena, una realtà fatta di carne, ma che, senza tensione alla relazione, all’attenzione all’altro, al coniuge, ai figli, alla società, al lavoro, alla giustizia, alla pace, all’amore - in ultima analisi - diventa sterile.

Scriveva Giovanni Paolo II nella Novo millennio ineunte: “si deve respingere la tentazione di una spiritualità intimistica e individualistica, che mal si comporrebbe con le esigenze della carità, oltre che con la logica dell’incarnazione e, in definitiva, con la stessa tensione escatologica del cristianesimo” (n. 51).

Il nostro è un Movimento che si sente unito nel richiamo evangelico dell’Amore, nel "metodo" spirituale di coppia, ma che vive e si arricchisce delle diversità e del pluralismo delle esperienze e dei carismi di cui siamo tutti portatori. Siamo consapevoli che le differenze possono diventare ricchezze? Non è questa la nostra esperienza prima di tutto in coppia? Eppure oggi sembra che ogni incontro non possa che trasformarsi in scontro, polemica, confusione che impedisce la riflessione, la ricerca della verità e del bene. Guardiamoci intorno: i dibattiti televisivi, giornalistici, politici, i reality… E quale dialogo nelle famiglie, nelle coppie…?

Papa Paolo VI affermava nella Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi che “occorre evangelizzare – non in maniera decorativa, a somiglianza di vernice superficiale, ma in modo vitale, in profondità e fino alle radici – la cultura e le culture dell’uomo … partendo sempre dalle persone e tornando ai rapporti delle persone tra loro e con Dio” (n. 20).

Ecco allora che il nostro Movimento (ed anche in questo senso è Chiesa) è in costante tensione tra il carisma fondatore (la tradizione) e i segni dei tempi, per essere in costante conversione, e quindi ancora “profetico”.

Non è facile leggerli, questi segni dei tempi; ancor più difficile è fare discernimento in essi della volontà dello Spirito. Eppure abbiamo la certezza che siamo di fronte a questioni vitali per l’esistenza individuale e sociale. Vi sembra che la condizione-dimensione coppia sia così scontata, chiara, acquisita a livello sociale, ma anche ecclesiale? Non vi sembra che come Movimento abbiamo ancora molto da lavorare e secondo un “modo” che ci è costantemente suggerito dal metodo stesso e che quindi ci è proprio? Esso è fatto di accoglienza, ascolto, parola mai aggressiva, disponibilità sempre rinnovata a riallacciare i fili della relazione, a cercare il bene, la verità, a lasciarsi interpellare dal Dio-Amore.

 

2. Le Equipes Notre Dame: un Movimento di spiritualità coniugale e di aiuto reciproco

Questo Movimento ha fatto una proposta, in primo luogo, a noi coppie: quella di scoprire la presenza di Dio nell’intimo della nostra coppia e, poi, di metterla in comune con altre coppie per portare un segno di testimonianza nel mondo. Nella Carta si legge: «Le coppie coscienti delle loro debolezze, dei limiti delle loro forze, del fatto che sperimentano ogni giorno come è difficile vivere da cristiani, decidono di fare gruppo, “équipe”, di costruire una comunità di fede per percorrere insieme un cammino di fede, prendendosi a carico gli uni gli altri».

Se siamo qui è perché abbiamo deciso di accogliere la proposta di questo Movimento che, nato dall’esigenza di quattro coppie di vivere un “cristianesimo integrale”, ben presto si allarga a macchia d’olio per rispondere ad un bisogno diffuso: quello di condurre e approfondire la ricerca sul matrimonio cristiano.

Il nostro è allora un Movimento di iniziazione e, insieme, di perfezione alla vita cristiana. Queste due caratteristiche sono state ribadite da Padre Caffarel durante un suo discorso alle END, a Roma, nel 1959: “Se le équipes sono un Movimento di iniziazione non devono trattenere le coppie che per un tempo limitato. Rimanere in un Movimento di iniziazione oltre un determinato limite è un non senso che favorisce l’infantilismo. Noi non vogliamo che il Movimento sia un asilo di eterni minorenni, di deboli spiritualmente, una associazione di gente che vive di reddito nella vita spirituale” […] “Le nostre équipes devono essere insieme Movimento di iniziazione e Movimento di perfezione. Se fossero soltanto un Movimento di perfezione, le coppie esiterebbero ad entrarvi. Oppure, una volta entrate, non saprebbero bene a cosa si impegnano, poiché bisogna aver raggiunto un certo grado di evoluzione spirituale per aspirare alla perfezione cristiana. Se le nostre équipes fossero soltanto un Movimento di iniziazione, ben presto deluderebbero le coppie portate dalle stesse équipes a desiderare qualcosa di più” (cfr. “Vocazione e itinerario delle Equipes Notre Dame” da “Due di loro erano in cammino”).

 

Se notiamo bene, le affermazioni contenute in queste parole sono dirette alle coppie, alle équipes, ma la realtà Movimento è quella che fa sempre da sfondo e da interlocutore.

Ecco perché, allora, non basta l’équipe di base. Essa è importante, e della sua importanza si è già parlato ieri e anche noi vogliamo rimarcarne il valore, ma il pensiero della sua insufficienza è già nelle riflessioni originarie.  Padre Caffarel – come si può vedere anche dalla Carta – parlando della mistica del Movimento parla in primo luogo di aiuto reciproco e ne fa notare le tre componenti: tra sposi, tra coppie, tra équipes. E, sempre nel discorso del ‘59, commentando quest’ultimo aspetto, afferma che “il nostro Movimento è un’équipe di équipes”.

 

3. Un Movimento - rete

È sulla base di quest’ultima affermazione che ci è sembrato di poter immaginare il Movimento come una rete.

Ci piace pensare a questo Movimento come al luogo di un moto incessante, di una vera e propria circolazione che va dal cuore (non dal cervello, o almeno non solo) alla periferia. Il cuore non ha senso senza l’afflusso di sangue che lo raggiunge e la periferia necessita del ricircolo che il cuore determina. Si tratta di garantire un incessante passaggio di esperien­ze, di riflessioni, di fede.

Questo fa bene alla singola équipe che “riceve” e “dona”, è cellula e non monade; fa bene al Movimento nel suo insieme che continuamente riceve e rinvia degli input rielaborati e arricchiti. Nessuna équipes deve isolarsi per non mettere a rischio di sopravvivenza se stessa. Diremmo che l’autoreferenzialità e, in ultima analisi, l’individualismo (grande tentazione del tempo presente) a poco a poco spegne l’équipe, se non la coppia stessa.

 

La maggior parte di voi ha da poco terminato l’anno di pilotaggio e, dunque, con la sua équipe di base, comincia ad acquisire la propria autonomia che è tutt’altro rispetto all’isolamento. Anzi, proprio per il fatto che è inserita a pieno titolo in quella rete di cui dicevamo pocanzi, ne diventa un nodo fondamentale per crearne le maglie.

Naturalmente non è sola, ma insieme ad altre équipe forma il Settore, primo anello della catena che assicurerà il collegamento con il Movimento. Il Settore è quindi la prima realtà nella quale una équipe si innesterà per assicurare la sua vitalità. La vita degli équipiers e la sua interazione col Movimento sono affidate alla coppia responsabile di Settore e alla sua équipe di Settore.

Allora il funzionamento del nostro Movimento (volutamente non la vogliamo chiamare struttura) è simile ad una rete i cui nodi sono le varie comunità e le cui relazioni sono i “collegamenti” tra i nodi, cioè i servizi (CC, CRS, CRR, e così via) affidati alle coppie con il compito di unire e mantenere il contatto tra le maglie del Movimento.

Con questo intendiamo dire che il Settore è la porzione di rete più importante. Grazie alla sua dimensione ridotta permette alla coppia responsabile di potersi relazionare con ogni responsabile di équipes e con la maggior parte degli équipiers, cosa che è indispensabile per la vita del Movimento.

Abbiamo fatto un cenno all’équipe di Settore che, come tutte le équipe di servizio, funziona come una vera e propria équipe di base ed è formata dalle coppie di collegamento, dal consigliere spirituale di Settore, dalla coppia DIP e dalla coppia CRC. Quindi anche in questa équipe si applica il Metodo con la messa in comune, il tema di studio, la preghiera, la compartecipazione e così via.

Ci fermeremmo qui per ciò che riguarda il funzionamento del Movimento perchè altrimenti rischieremmo di diventare troppo tecnici e non è il senso che volevamo dare a questo nostro intervento. Casomai nel pomeriggio, durante l’assemblea, avremo modo, se lo riterrete opportuno, di sviluppare anche questo aspetto.

 

Riprendendo il discorso iniziale a noi piace pensare, allora, ad ogni coppia come ad una finestra aperta su due ambienti, su due dimensioni: una tutta interna, anzi intima, familiare che è quella della propria équipe di base; l’altra rivolta all’esterno, al Movimento e, attraverso esso, alla Chiesa e al mondo.

Ci piace pensare a un Movimento che somigli alla rete dell’acrobata perchè ci dà la sicurezza di ammortizzare le cadute; un Movimento che somigli alla rete telematica perché ci fa comunicare col mondo e, ancora, un Movimento che somigli alla rete del Signore il quale ci fa “pescatori di uomini”.

 

3.1. Importanza della partecipazione

Ma una rete non si improvvisa: si costruisce, si tesse, all’occorrenza si ripara. Di qui nasce l’importanza della partecipazione di tutti, partecipazione da intendere come “far parte” di una realtà, ovvero “prendere parte” e “mettere a parte” più che appartenere. Non è una questione di “possesso”, ma di attingere e alimentare quella circolazione di cui abbiamo parlato.

Non dimentichiamoci che nell’intuizione originaria il nostro è un Movimento di riferimento e non di appartenenza. Forse l’idea di appartenenza è in qualche modo più accattivante perché più rassicurante, ma gli spazi di libertà che un Movimento di “semplice” riferimento offre sono direttamente proporzionali a quelli di responsabilità che richiede. Più sei libero e più ti assumi per intero la responsabilità di ogni scelta, nessuno può farti veramente da suggeritore, nemmeno tra i tuoi fratelli équipiers.

Tutti conosciamo la fatica della partecipazione e della partecipazione in coppia dentro e fuori il Movimento. Essa costa tempo ed energie sottratti alla nostra vita ordinaria già preda di impegni molteplici, di ritmi indiavolati, nonché dell’ansia che determinano. Abbiamo bisogno di riposo, di ristorarci, di riappropriarci delle nostre esistenze, ma la vera fonte di tutto questo resta sempre il Signore Gesù che ci dice: “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò” (Mt 11,28).

Andare a giornate di Settore, ritiri, sessioni in contesti sempre più allargati (regionale, nazionale, internazionale) dovrebbe riflettere questa esigenza profonda che abbiamo cercato di esprimere e che ciascuno sicuramente sente viva dentro di sé. A questo bisogno si sforzano sempre più di rispondere anche coloro che, per responsabilità di servizio, organizzano e propongono i vari momenti forti del Movimento.

Fa bene, dunque, alla coppia, ma di riflesso fa bene alla sua equipe; più coppie partecipano, più viva resta la stessa équipe di base.

 

3.2. Partecipazione e servizio

Chi si apre alla partecipazione più facilmente coglie anche il senso del servizio. Passateci la battuta: il chiosco per il suddetto ristoro va tenuto aperto e nella vigna, anche in quella del Signore, bisogna lavorarci… il Movimento ha bisogno quindi di coppie che operino in équipes di servizio, che curino quella circolazione di esperienze, di riflessioni e di fede che alimenta e fa crescere tutti.

Sembra quasi un luogo comune, una specie di tormentone dire che il servizio serve prima di tutto alla coppia che lo esercita, che si riceve più di quello che si dà… E noi per primi ci rendiamo ben conto che il servizio è impegnativo se non addirittura, qualche volta, faticoso. Mettere in comune i pensieri e le idee, condividere le stesse soluzioni, ritagliarsi sempre più spazi “di coppia”, mette alla prova. Ci costringe a impegnare energie prima di tutto nella nostra relazione di coppia, introduce elementi di confronto e discussione (come se il lavoro, i figli… non ci fornissero già abbastanza argomenti), ma è una palestra straordinaria perché ci chiama a misurarci in due fuori dai nostri ambiti più ristretti, a fare unità nella diversità, il che non guasterebbe anche in contesti più allargati che siamo soliti frequentare.

 

3.3. Il servizio come dono

“Chi esercita un ufficio, lo compia con l’energia ricevuta da Dio” (1 Pt, 4,11).

Ancora una volta, stiamo a ricordarci che non siamo soli. Che cos’è questa energia che viene da Dio?

Abbiamo scoperto che l’espressione “dono gratuito” rimanda al termine greco “charisma” che ha la stessa radice della parola “charis”, ovvero “grazia”. La grazia è dono dello Spirito, è quell’energia che Dio non fa mancare a chi lo chiama in causa nelle scelte di vita che intraprende. E non c’è dono dello Spirito che non sia finalizzato al bene di ciascuno e di tutti.

Qui presenti ci sono CRS, CC, CP, CRE e crediamo che tutti potrebbero testimoniare che il servizio è fatto di relazioni, di reciprocità e complementarietà; bisogna lasciarsi mettere in discussione e talvolta stravolgere la propria idea a favore di quella di altri; si può non essere completamente d’accordo sulle scelte, non condividerle appieno, ma nel discernimento collegiale (cioè fatto insieme) si trova alla fine la chiave di volta, lo spazio dello Spirito che fa scegliere per il meglio. Ci si educa alla corresponsabilità, cioè a fondarsi anche sulla fiducia nell’altro. Ma questo non è il nostro quotidiano esercizio di vita di coppia? Sicuramente ci vuole poi anche altro: spirito organizzativo, dinamismo, progettualità, ma il dono è ancora una volta fatto per il bene di tutti e di ciascuno.

Per tutti viene (e se non è ancora venuto verrà) il momento per chiedersi se si è pronti, se è il momento giusto per accettare un servizio nel Movimento: “Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo” si legge nel Quolet (3,1). Ma non attendete condizioni ideali che sono altrettanto irreali nelle nostre vite.

I discepoli, secondo il Vangelo di Marco – quello della moltiplicazione dei pani e dei pesci – di fronte alla moltitudine di folla accorsa da Gesù, ci sembrano guardare con un’apprensione – in cui tutti, prima o poi, ci riconosciamo – tanta gente da sfamare. Prospettano anche al Signore delle soluzioni sagge: “Congedali… in modo che possano andare a comprarsi da mangiare…” (Mc 6,36).

Gesù non solo li esorta a dare loro stessi da mangiare a tutte quelle persone, a non rinviarle altrove, ma a farlo con quegli “inadeguatissimi” cinque pani e due pesci che avevano. Servire è essere disponibili a dividere con gli altri il nostro poco, alla “moltiplicazione”, poi, ci pensa Dio.

 

4. Un Movimento internazionale

Come tutti sapete il Movimento è reduce dal Rassemblement Internazionale di Lourdes del settembre scorso dove migliaia di coppie e CS di tutto il mondo sono convenute per rinnovare il proprio incontro col Signore e con gli altri e riprendere con nuove energie il proprio cammino.

Noi purtroppo non c’eravamo, ma ci hanno colpito le parole che Carlo e Maria Carla Volpini, i nuovi responsabili internazionali, hanno inserito nel loro intervento conclusivo al Raduno: “Le équipes devono poter essere, per se stesse e come testimonianza alla Chiesa e al mondo, luogo di persone e di coppie capaci di mettere insieme ciò che hanno e ciò che sono e di farne dono per sé e per gli altri”.

Queste parole ci suggeriscono l’idea che gli équipiers non sono persone di un luogo, cioè facenti parte di una équipe di base, di un Movimento, della Chiesa, del mondo, come se questi fossero appunto luoghi frequentati più o meno assiduamente e in maniera appagante, ma sono chiamati a creare luoghi di persone e coppie, ovvero occasioni di incontro, di scambio, di relazione possibile e autentica, gratificante, “amorosa” secondo Cristo, anzi amorosa perché con Cristo Amore in mezzo. Solo così saremo testimoni, cioè gente che dice un vissuto, che dice perché ha visto, udito, toccato con mano che un certo modo di vivere più umano, veramente umano, è possibile.

Abbiamo detto possibile, non facile, non automatico… ma comunque possibile. È possibile qui e ora, in quel quotidiano in cui siamo costantemente immersi e costantemente soggetti alle insidie della nostra fragilità di uomini.

Ma per testimoniare tutto questo dobbiamo diventare capaci di mettere insieme ciò che abbiamo e che siamo (questo dicono ancora Carlo e Maria Carla). Già, perché capaci si diventa, ci si allena, ci si educa a fare del qui e ora, della nostra quotidianità domestica, ecclesiale e mondana un possibile tempo felice, segno e speranza di eternità. Ecco allora la pedagogia dell’END, l’appello a quell’impegno e a quella tensione intorno ai nostri punti concreti di impegno che ci viene dalle prime battute degli Orientamenti post Lourdes: “Per ogni équipiers la piena adesione alla Carta delle END implica l’accettazione completa dei punti concreti di impegno e la tensione a metterli in pratica. Sono punti di riferimento, sostegni nella vita delle coppie sposate che spingono a proseguire nel cammino di santità”. E di seguito leggiamo: “Il pasto fraterno, il tempo della messa in comune, la preghiera condivisa e meditata, il tempo di formazione sul tema di studio, […] contribuiscono in egual misura a vivere il tempo forte della riunione di équipe, in cui si accoglie Gesù Cristo come fratello”. È il Metodo che ci chiama a mettere insieme ciò che abbiamo (sì, anche aspetti della materialità come il cibo, la quota annuale, l’aiuto coi figli) e ciò che siamo. Potremo capire, così, che disponiamo davvero di molto, insieme, già a partire dalla nostra équipe di base. Immaginiamo di quanto in più potremo disporre aprendoci al Movimento intero, alla Chiesa, ma anche al mondo.

 

5. Conclusioni

Allora, possiamo “innamorarci” di un Movimento così?

Per quanto ci riguarda possiamo rispondere sì, ma dovremmo anche dire che l’amore va alimentato, va costruito giorno dopo giorno. Dire: “Mi piace” non basta. Non ho mai detto a Patrizia: “Mi piaci”, ma quelle poche volte che l’ho fatto, le ho sussurrato: “Ti amo, ti voglio bene”.

Crediamo che il Movimento vada curato come strumento privilegiato per il nostro cammino di coppia perché vivo e fatto di persone.

A cominciare dalle nostre équipes di base, dobbiamo allora lavorare per scoprire, prima ancora che rivelare, le ricchezze che, attraverso il Movimento, vengono offerte a noi coppie, ricchezze che non potremo certo tenere per noi, ma che dovremo spendere all’esterno. Dobbiamo cioè prepararci, sempre ed instancabilmente, ad impegnarci in un dialogo franco e affettuoso con la storia, a cominciare da quella piccola, fatta di parenti, amici, colleghi… che ci chiedono, a buon diritto, conto delle tante energie che spendiamo per tenere vivi l’amore e l’unità della nostra coppia.

Crediamo che sia doveroso, per noi, accettare sempre questa sfida, ma per farlo abbiamo bisogno di tanto ascolto della Parola, di tanta preghiera, di tanto studio, di tanto scambio con chi crede che il tutto vada sostenuto insieme in una grande rete come quella del nostro Movimento.