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Vorremmo, prima di affrontare
direttamente l’argomento METODO, soffermarci un momento sulla
realtà nella quale viviamo, almeno come la percepiamo noi,
attraverso la nostra esperienza di vita comune. Uno sguardo
d’insieme, semplicemente, risultato della nostra percezione
diretta di sposi inseriti in questa società, con un campo di
osservazione che raggruppa più generazioni, proprio per come è
strutturata la nostra famiglia anche allargata e per i
molteplici incontri che abbiamo la grazia di poter fare ( breve
descrizione). Questo perché lo stesso Gesù ci dice, attraverso
la Parola del Vangelo, che noi “Siamo nel mondo, anche se non
del mondo”. Ritorneremo su questo richiamo anche
approfondendo l’esperienza END, che voi ben sapete essere una
realtà ecclesiale, inserita e in comunicazione costante con la
Chiesa tutta.
Non possiamo quindi isolarci
dal mondo circostante, e questo è anche un primo dato, il
Metodo non è uno strumento di fuga, alternativo a…, ma
uno strumento per comprendere il nostro divenire nella
vita quotidiana.
Ma veniamo alla nostra
analisi:
Pensiamo che sia esperienza
di tutti raccogliere - quando incontriamo qualcuno e chiediamo
“Come va?” - risposte spesso molto incerte. Il lavoro, la vita
frenetica, la gestione della casa e spesso degli affetti
sembrano essere una gran fatica! La precarietà incombe, la
società viene definita “liquida”, incapace cioè di
fornire dei modelli di vita stabili. Gli spazi familiari nella
cultura odierna sono considerati secondari alla produttività e
il tempo non viene percepito come da dedicare a…, bensì
come per fuggire da! Il problema del tempo è tale che si
dice “è difficile vivere le giornate a misura d’uomo”,
immaginiamo poi per inserire attività in più che prendono
tempo! La felicità è spesso intesa come libertà
individuale, capita che anche l’amore non venga visto come
spazio di condivisione e di comunione, ma relegato nel campo del
tempo determinato (sentiamo dire nei corsi per fidanzati che ci
si può amare finché dura). La regola del tutto e
subito non è più prerogativa solo di bambini capricciosi, ma
sembra molto diffusa anche tra gli adulti che preferiscono
lasciarsi trasportare dalle mode, piuttosto che inserirsi in un
percorso fedele ad un progetto personale e condiviso.
Crearsi una identità stabile
oggi è quindi una bella sfida, anche perché finora manca uno
schema culturale che contrasti con l’individualismo,
corrispondente ad un egoismo collettivo che non risponde ai
bisogni profondi che comunque sono sempre nella persona. Non a
caso le indagini fra i giovani testimoniano che Amore e
Matrimonio sono all’apice di ogni ricerca statistica come realtà
legate ai valori più forti e desiderati.
Sembrerebbe un quadro
pessimistico al quale, come purtroppo sentiamo dire anche
spesso, ci si deve adeguare perché le situazioni che ne derivano
sono ineluttabili. C’è chi abdica davanti all’idea che si possa
smuovere un dato così diffuso e radicato.
Ora,
invece, noi siamo convinti che a questa atmosfera si può reagire
e lo testimoniate anche voi che siete qui presenti, ma non da
privilegiati o fortunati, bensì come persone e coppie che hanno
deciso di prendere in mano la propria esistenza consapevolmente,
ponendo alla base di tutta la vita personale e di coppia il
fattore delicato della SCELTA.
La prima scelta che ci
riunisce qui è di voler essere “Cercatori di Dio”, per
usare una espressione di Padre Caffarel, coppie, e famiglie
anche, nelle quali l’obiettivo è: ”vivere sotto lo sguardo
dell’Eterno e meditare sulle sue perfezioni leggendo nel libro
della Natura e nella Bibbia”. In queste coppie, diceva
ancora, si “alleva una stirpe di Cristiani dai globuli rossi;
in loro le virtù rispondono alle perfezioni divine che essi
ammirano, come il riflesso risponde al raggio di sole”. La
prima scelta che voi e noi abbiamo fatto è di affrontare questa
realtà in coppia, un’altra scelta è di volerlo fare aiutandoci a
vicenda nell’esperienza del cammino di Équipe. Ricordate il
raduno di Lourdes? Équipe Notre Dame: Comunità di coppie
riflesso dell’amore di Cristo… Il riflesso che risponde al
raggio di sole.
Sappiamo
che la scelta a volte implica la rinuncia, la fatica e
richiede di recuperare una corretta scala di valori utilizzando
dei criteri di valutazione che siano oggettivi e validi in senso
generale, sui quali poi impostare consapevolmente uno specifico
stile di vita.
Ma quando e come
possiamo attuare questa scelta? La nostra libertà determina
l’orientamento della nostra vita, ma all’interno di una serie
di dati che noi non possiamo né inventare né cambiare. Abbiamo
ricevuto la vita, non abbiamo scelto di essere maschio o
femmina, non abbiamo scelto il nostro codice genetico, ma anche
la città in cui siamo nati, con le sue influenze culturali,
siamo condizionati a volte dagli eventi, le relazioni native e
occasionali non le scegliamo e le congiunture storiche che
possono apparire come dei semplici accidenti determinano la
nostra esistenza e sono il materiale sul quale la costruiamo.
Ma proprio parlando di questi
accidenti, pensando ad alcuni fatti accadutici, possiamo
chiederci se in qualche occasione non ci si sia parata davanti
la Provvidenza, piuttosto che il caso. Abbiamo per esempio detto
sì alla persona con la quale abbiamo deciso di condividere la
vita, ma perché proprio lei/lui? Magari l’abbiamo incontrata per
caso, proviamo a pensare… e poi abbiamo insieme scelto di
coltivarci a vicenda. E così pure, per caso o per provvidenza ci
è stato proposto il cammino nel Movimento?
Ciò che crea la differenza
fra i due termini, caso e provvidenza appunto, è porsi di fronte
a realtà diverse, non leggere le cose in modo diverso.
Dire che le situazioni storiche sono provvidenza significa che
lì Dio c’entra, che ha disposto per noi un dono e la nostra
libertà, la nostra scelta sta nell’accoglierlo e nel custodirlo.
Quando pensiamo al nostro sposo, alla nostra sposa, quindi, se
siamo consapevoli di essere coppie riflesso dell’amore di
Cristo, siamo chiamati a vivere la nostra relazione come
quotidiano sacramento. Non è stato sufficiente il rito celebrato
il giorno delle nozze per definire il sacramento, il nostro
matrimonio diventa salvezza quotidiana per noi e per gli
altri, se incarnato in Cristo. Ecco che si delinea la strada
della santità, la ricerca della volontà di Dio disposta nella
nostra vita coniugale, incarnata quindi nella quotidianità, ma
con il criterio della misura alta della vita.
In questa ricerca il
Movimento ci offre una valida mano, sappiamo che non ci si
salva da soli, che fin dal principio i seguaci di Cristo si sono
costituiti in Comunità, basta leggere gli Atti degli Apostoli;
anche la presenza dei sacerdoti in questo cammino è di grande
aiuto, pensiamo a S. Paolo e Aquila e Priscilla, per esempio,
insieme a cercare la volontà di Dio sull’umanità, ministero
ordinato e ministero di fatto insieme, così come già San Tommaso
d’Aquino diceva nel tredicesimo secolo.
Allo stesso modo, ritroviamo
il valore del sacramento, segno dell’amore di Dio per l’umanità
e la ricchezza della condivisione del cammino fra coppie e fra
coppie e sacerdote nei fondamenti dell’esperienza END.
Parlando delle origini del
Movimento, infatti, Padre Caffarel nella conferenza tenuta a
Roma nel 1959 in occasione del pellegrinaggio delle Equipe,
diceva “una delle scoperte più gioiose di quelle giovani,
avide menti (parlava delle prime coppie) fu che non
soltanto il matrimonio si colloca nel disegno di Dio, ma ne
rivela le ricchezze”… dopo altre importanti considerazioni
sul valore sacramentale del matrimonio e sulla tensione positiva
verso la scelta religiosa, una volta intravista da parte delle
coppie la bellezza di conformare nella vita amore umano e amore
divino, dice ancora “né meno evidente mi era apparsa la
fecondità della collaborazione tra sacerdote e coppie. Non
soltanto a me, ma anche ad essi […] il sacerdote apporta la
dottrina e le coppie l’esperienza: da questa unione viene in
luce un’arte di vivere cristianamente il matrimonio”.
Un’arte di vivere
cristianamente,
quindi, in cammino con Cristo per:
v ricercare
assiduamente la volontà del Padre
(Gv 6,38: “perché sono
disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di
Colui che mi ha mandato”);
v ricercare
la verità (Gv 17, 15-17: “non chiedo che Tu li tolga dal
mondo, ma che li custodisca dal maligno. Essi non sono del
mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità, la
Tua Parola è verità”);
v vivere
l’incontro e la comunione
(Gv 17, 21-22: “perché tutti
siano una cosa sola. Come Tu Padre, sei in me ed io in te, siano
anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi
hai mandato. E la gioia che Tu hai dato a me, io l’ho data a
loro, perché siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in
me…”).
È dunque in Cristo che
si realizza pienamente la Comunione: ma vivere l’incontro e
la comunione richiede un apprendimento, occorre conoscere
e conoscersi, accettare e accettarsi, amare se stessi e gli
altri, uscendo da sé secondo lo stile insegnatoci da Cristo
Eucaristia, cioè nel servizio e nel dono ricevuto e dato.
I punti concreti d’impegno
ci aiutano a vivere l’incontro con il Signore e con l’altro.
Incontro con il Signore nell’ascolto della Parola e nella
preghiera, incontro con il coniuge e incontro dei due con il
Signore nella preghiera coniugale e nel dovere di sedersi, ma
anche incontro con gli altri nell’accoglienza delle loro vite e
del loro percorso spirituale.
Ma
consideriamo con ordine il perché questi doveri hanno un
peso così significativo nella nostra esperienza di sposi e di
fratelli in Cristo.
Già Padre Caffarel nel
testo “Pellegrinaggio alle Sorgenti” (1987) sottolineava come
una regola di tipo monastico, ritmata su tempi e liturgie che
sono proprie dei monaci, non sia opportuna nello stato di vita
matrimoniale, perché si rappresenta come un abito che mal si
adatta alla vita coniugale e familiare.
Va detto che fino agli albori
dell’esperienza END, secondo l’insegnamento della Chiesa la vita
spirituale dei cristiani sposati era elaborata infatti solo
secondo schemi propri dei monaci e dei religiosi.
La scoperta della regola per
coppie di sposi, che poi è stata indicata nei suoi punti
concreti nella Carta, è seguita ad un periodo di approfondimento
e preghiera vissuto dalle prime coppie con Caffarel. Alla fine
di questa ricerca, alimentata anche dall’esperienza di gruppo e
preghiera vissuti insieme, emersero alcuni dati: i gruppi, le
future équipe, dovevano basarsi su alcuni fattori fondamentali e
irrinunciabili:
v
l’approfondimento
del pensiero di Dio sul matrimonio;
v
l’aiuto reciproco
fra coppie;
v
la preghiera,
e per sconfiggere il rischio
di involuzione accontentandosi di qualcosa di comodo piuttosto
che avere un ideale posto in alto,
v
seguire una regola.
Badate bene che la proposta
di questo programma, fondamento della Carta appunto, ebbe come
effetto l’abbandono di un terzo delle coppie già coinvolte nei
primi gruppi, perché ritenevano che la disciplina fosse troppo
esigente.
Ma le équipes non vogliono
essere “asili nido per adulti” e la questione della
disciplina è quindi un caso serio.
La Carta delle Equipes Notre
Dame introduce la DISCIPLINA DELLE EQUIPES con una frase che ci
sembra fondamentale: “la mistica dell’Equipe,
per essere viva e duratura, esige una regola. Mistica e
regola, come anima e corpo, non possono fare a meno l’una
dell’altra: la mistica dev’essere l’anima della regola; la
regola, il sostegno e la salvaguardia della mistica.” Dice
inoltre “la regola deve essere sufficientemente leggera
per non intralciare la personalità e la missione degli sposi,
sufficientemente severa per difenderli dalla mollezza”.
Voi sapete che il termine
Mistica indica la strada per raggiungere il Signore, la
strada della santità, essa è l’anima, quindi, e definisce lo
stile di comunione fra le coppie, quell’aiuto reciproco,
che è spirituale e materiale, che permette di portare i pesi gli
uni degli altri e favorire l’incontro con il Signore per
sfociare nella testimonianza.
Il corpo della mistica è
appunto la regola proprio perché per arrivare a gustare l’anima,
bisogna che ci sia un esercizio serio e consapevole del
metodo. La nostra libertà disposta, come prima l’abbiamo
chiamata, ci chiede, se vogliamo essere discepoli di Gesù, di
scegliere con entusiasmo (pensate ai discepoli di Emmaus) la
disciplina, per portare il bene a noi e ai nostri fratelli.
Come è bello quando in una
équipe tutti durante il mese si è fatto il dovere di sedersi, si
è preparato con serietà il tema di studio, si è esplorato il
cuore per una onesta compartecipazione, ci si è preparati alla
preghiera, ma anche ci si è accostati quotidianamente alla
Parola di Dio, e magari si è cercato di partecipare ad una S.
Messa infrasettimanale, si è pregato insieme… solo questo
basterebbe per assicurarsi il fondamentale aiuto reciproco se
non altro nell’esperienza grande della messa in comune fatta in
équipe, nella certezza della discrezione e della fiducia
reciproca che nasce anche dal sapere che c’è una scelta comune
che ci contraddistingue.
Pensate infatti a quando per
qualsiasi occasione, una giornata di Settore, o una Sessione o
un servizio accolto, incontrate una coppia sconosciuta. Ci si
trova subito a proprio agio perché si sa quale cammino quella
coppia ha scelto di compiere e il “codice” è lo stesso, si parla
di riunione d’équipe, di cena condivisa, di messa in comune, di
preghiera, di tema di studio, di compartecipazione, di dovere di
sedersi… Tutti diversi, ma con lo stesso obiettivo e lo stesso
metodo per camminare.
Ma ancora Padre Caffarel,
nella stessa conferenza nominata prima, sottolineava che “se
ci venisse dimostrato che un qualche obbligo o un qualche metodo
non sono un mezzo per far progredire nella carità l’insieme
delle coppie, ed è la sola cosa che importa,
immediatamente esso verrebbe abolito e modificato”.
Pur essendo, quindi, un
fortissimo elemento unificante, il metodo non è l’obiettivo
della nostra esperienza di Comunione, ma solamente il mezzo, lo
strumento comune per formarsi una coscienza libera e disposta
secondo lo stile di vita Eucaristico. Quale stile quindi? Quello
di esercitare reciprocamente, fra marito e moglie, fra coppia e
coppia, fra coppie e sacerdote, fra équipiers, fra battezzati
credenti e verso tutti la cura e la relazione per una vita
buona così come Gesù ci ha insegnato con la sua vita, passione,
morte e resurrezione.
Non crediamo di dovere qui
elencare i doveri della regola, anche se per la nostra stessa
esperienza siamo sicuri che li rispettiamo e assumiamo a volte,
o anche spesso, in modo altalenante, ma definirne piuttosto la
forza per la crescita spirituale della coppia e della
équipe stessa. L’esercizio serio del metodo porta per forza di
cose a desiderare l’incontro con il coniuge, perché soprattutto
il dovere di sedersi alla presenza del Signore è fonte di grande
bene reciproco, e con le altre coppie proprio per il fatto che
stimola l’aiuto reciproco.
La compresenza che si
esprime tra marito e moglie grazie alla continuità dello sforzo
si amplifica in presenza con, cioè in partecipazione. In
questi anni, sono 26 anni di équipe, abbiamo osservato che i
momenti di maggior stasi, di povertà di messaggi e di senso del
cammino, che si vivono anche (ahimè) con una maggiore
superficialità del rapporto reciproco, si presentano soprattutto
quando gli équipiers non si sentono responsabili del percorso
degli altri e trascinano anche per se stessi l’esperienza. Così
diventa più difficile che si facciano presenti alle opportunità
comuni, dove si può respirare e condividere l’entusiasmo del
riconoscersi fratelli in Cristo secondo la missione propria del
matrimonio. Al contrario, i momenti di formazione comuni, le
condivisioni nelle équipes miste o di formazione sono a detta di
tutti quelli che vi partecipano, e spesso è l’équipe di base nel
suo insieme che lo decide, grandi momenti di spiritualità comune
e di confronto, una traccia sulla quale lavorare a lungo anche
per la propria crescita personale. Così progredisce nella
carità l’insieme delle coppie.
Ed ecco che emerge un altro
valore principe dell’esperienza del Movimento, motore proprio di
questa presenza l’uno per l’altro, sia fra coniugi che fra
coppia e coppia, ed è il mettersi al servizio. E’ questa
in realtà la prerogativa di ogni battezzato, in quanto rivestito
di Cristo, il Servo per eccellenza, ma l’esercitare la regola
impone un percorso di consapevolezza. Un tesoro, la perla
preziosa non si può tenere per sé. Ed ecco che ci scontriamo
ancora con il dato iniziale della nostra conversazione; non
dobbiamo dimenticarci che viviamo in una dimensione culturale
privatistica, dove il problema della persona, della coppia, del
lavoro, del tempo….è considerato un “affare privato”, ambito nel
quale non si deve entrare né per consigliare, tanto meno per
correggere. Questa mentalità ci crea un problema perché si pone
in contrasto con l’idea del servizio, è spesso la causa per cui
ci sentiamo giustificati, inadeguati, impreparati, non
autorizzati ”a comprometterci” nelle situazioni degli altri,
siano soltanto i nostri co-équipiers o tanto meno il gruppo
allargato.
Per reagire a questo aspetto
e raccogliere la sfida ci aiuti il pensare al fondamento del
sacramento del matrimonio, che è anche quello dell’ordine:
questi sono sacramenti pubblici, espressione della
grazia del Signore che si esprime e manifesta in quella coppia,
in quel prete, inseriti in quella comunità di credenti. Da
questa grazia, accolta e custodita, sgorgano le attitudini ad
uno stile di vita, quello della cura e della comunione reciproca
feconda nell’amore, che si manifesta poi in tutte le realtà in
cui la coppia è chiamata a vivere. L’esercizio del metodo,
strumento formativo, aiuta a precisare la grazia ricevuta in
comportamenti effettivi; infatti attraverso di esso in équipe
cerchiamo insieme la volontà di Dio e “niente unisce quanto
ricercare insieme il pensiero di Dio” .
È con queste parole di Padre
Caffarel che vogliamo terminare il nostro intervento, augurando
a voi tutti di assaporare nella vostra vita, attraverso i volti
e i cammini dei tanti équipiers che incontrerete strada facendo,
la gioia della presenza visibile del Signore apparso allora ai
discepoli di Emmaus, presente oggi nella Eucaristia condivisa.
Chiediamo al Signore, per
intercessione di Maria Vergine, che ci custodisca tutti nel
cammino.
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