|
Come
prevede ogni Messa in Comune tra coppie che non si conoscono
iniziamo con una presentazione.
Noi
siamo Giorgio e Claudia, ... Siamo in Équipe da quindici anni ed
abbiamo svolto servizio come Coppia di Collegamento, scrivani del
Notiziario locale e Coppia Pilota per due volte; forse qualcuno di
voi ha letto anche qualche nostro contributo di vita quotidiana
sulla Lettera.
Vogliamo
rompere il ghiaccio raccontandovi una storiella del repertorio di
Moni Ovadia legata alla cultura ebraica. La storiella è
pressappoco questa:
Due
giovani ebrei stanno studiando la Torah, quando ad uno di loro
viene voglia di fumare. Allora si alza e va a chiedere al Rabbino
“Posso fumare mentre studio la Torah?”. Il Rabbino lo fulmina
con lo sguardo e gli urla “Sei pazzo non si può fumare mentre
si studia la Torah!”.
Lo
studente mortificato torna al suo posto e confessa a un altro
studente tutta la sua delusione, ma il compagno lo rincuora “Non
hai saputo chiedere, ora vado io e vedrai che il Rabbino ci darà
il permesso”. Detto fatto si alza, si avvicina e chiede:
“Rabbino si può studiare la Torah mentre si fuma?”. Il
Rabbino si illumina di un compiaciuto sorriso e risponde “Certo
figliolo, ogni momento è buono per studiare la Torah!”
Parafrasando
la storiella potremmo dire che se è veramente sconveniente
mangiare mentre si rende gloria a Dio, è invece meritevole
rendere gloria a Dio anche mentre si mangia. Ed è proprio il fine
di rendere gloria a Dio che deve permeare tutta la riunione d’équipe
e quindi anche il tempo dedicato alla Cena e alla Messa in Comune,
e che deve distinguere la nostra Messa in Comune dal garbato
conversare, tanto piacevole, quanto a volte superficiale e
inconcludente.
La
Messa in Comune, la convivialità, la condivisione, non sono
esclusiva delle END. Tutti noi abbiamo ricordi d’infanzia e di
famiglia nei quali il pasto condiviso è stato anche occasione per
tramandare usi e racconti tra le generazioni, per apprendere
notizie dall’ospite forestiero, per discutere e definire affari
di famiglia…ora quel mondo non esiste più. È ben raro che un
ospite possa darci notizie che non ci sono ancora giunte
attraverso televisione o telefono, le riunioni di famiglia sono
confinate alle occasioni di festa o di lutto e quindi per
rispondere al nostro innato bisogno di aprirci agli altri per dare
e ricevere esperienze, emozioni, gioie e dolori ricorriamo a una
situazione forse inizialmente artificiale: l’équipe non è
un’aggregazione naturale, non è frutto di una parentela né di
una vicinanza di abitazione, siamo una comunità assortita dal
caso, meglio sarebbe dire dalla Provvidenza, che si affida a un
metodo, inizialmente quasi imponendoselo, nella speranza di trarne
beneficio.
Prima
di scendere ad esperienze personali e a possibili suggerimenti
pratici per canalizzare meglio la spontaneità e la gioiosità che
accompagnano questo momento, volgiamo gli occhi al Maestro e
cerchiamo di capire cosa ha da dirci sul significato e sulla
gestione del momento conviviale, sugli effetti che esso produce
nell’ immediato e nel futuro.
Il
mangiare insieme è forse una delle prime manifestazioni di
aggregazione sociale umana: si mangiava insieme la preda se questa
era troppo grande, ma evidentemente l’uomo ha scoperto che oltre
a mangiare, lo stare insieme faceva sentire tutti più sicuri e
felici e il banchetto presto si associò agli eventi sociali della
vita dell’uomo, la nascita, il matrimonio e anche la morte. Ma
quando oltre a mangiare si beve insieme, nasce nella cultura greca
il sin-posio, occasione di meditazione filosofica, culturale e
politica, come testimonia l’opera omonima di Platone. La
mitologia spesso ci rappresenta gli dei a banchetto alle prese con
le loro piccole e grandi dispute, ma solo Dio eleva il banchetto
ad una dimensione spirituale eccelsa. In Isaia troviamo la
descrizione:
Preparerà
il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte,
un
banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti,
di
cibi succulenti, di vini raffinati[1].
Nel
salmo 22 l’uomo rappresenta l’amore che Dio prova per lui con
la premura di un padrone di casa che serve un ospite:
Davanti
a me tu prepari una mensa
sotto
gli occhi dei miei nemici;
cospargi
di olio il mio capo.
Il
mio calice trabocca.[2]
Certo
queste sono solo immagini che celano più profonde verità, ma non
è un caso che gli uomini per rappresentare la cura e l’amore di
Dio scelgano di raffigurarlo come colui che prepara un banchetto.
Nel
capitolo ventidue del vangelo secondo Matteo, Gesù non solo
paragona il regno dei cieli ad un banchetto di nozze, ma prendendo
spunto da ciò, ci indica quale deve essere il nostro
comportamento per entrarvi degnamente[3].
Anche in altre parabole, quella dei servi inutili nel capitolo
diciassette del vangelo secondo Luca[4]
o quella degli invitati che scelgono i primi posti nel capitolo
undici sempre nel vangelo secondo Luca[5],
il momento del mangiare insieme viene preso a immagine di realtà
più complesse e usato come esempio didascalico. Inoltre è un
banchetto a rappresentare il culmine della gioia, meglio della
misericordia, e al tempo stesso a mettere in risalto la pochezza
degli ipocriti: è quello che il padre misericordioso imbandisce
per il figlio che ritorna[6].
Ma
Gesù non solo parla di banchetti, ma va ai banchetti, alle nozze
di Cana[7], a casa di Zaccheo[8]
e di Lazzaro[9],
impartisce ordine ai suoi di preparare la Pasqua[10],
si trattiene a cena con i discepoli di Emmaus[11]…
tanto che in un bel libro per ragazzi Enzo Bianchi lo definisce
“un rabbi che amava i banchetti”. Ora prendendo spunto da
questi singoli brani cerchiamo di cogliere cosa ci insegna in
generale e quale luce proietta in particolare sulla nostra cena,
sul nostro comportamento e sulla nostra Messa in Comune.
Gesù
accetta il nostro invito come fece con i discepoli di Emmaus, ma
alcune volte non aspetta di essere invitato, Gesù si autoinvita
con noi come fece con Zaccheo, entra oggi nella nostra casa e
costruisce sulla nostra curiosità e sulla nostra ricerca, la
nostra conversione, ispirandoci la via da seguire così come
descritto nel capitolo diciannove del vangelo secondo Luca[12].
E cosa viene a portare? Innanzitutto ci regala la gioia,
simboleggiata dal vino che dona agli sposi di Cana, e per noi
coppie di sposi che spesso non abbiamo nemmeno otri piene
dell’acqua del quotidiano, ma solo otri vuote come i nostri
cuori quando non riescono a comunicare e ad amare, egli fa il
miracolo.
Di
recente abbiamo sentito dare una lettura molto interessante di un
film assai noto “Il pranzo di Babette”. Secondo questa
interpretazione nella cuoca francese si adombra la figura di Gesù:
Babette spende, meglio dire investe, tutto quello che ha, mette in
gioco tutta se stessa per un unico scopo, riportare la gioia in
una comunità che vive di ricordi, in un’austerità melanconica,
quasi impedendosi di godere i piaceri della vita, bloccata da una
prudenza che è inacidita in diffidenza. Babette sta in cucina,
non vista, fa riscoprire ai dodici commensali (e certo il numero
non è casuale!) che “misericordia e verità si sono incontrate,
rettitudine e felicità si sono baciate” e non il cibo
preparato, ma l’amore profuso da Babette rende i coniugi capaci
di nuova passione, le vecchie amiche di tenerezza, i fratelli
sleali di perdono, i vicini di autentico affetto, fa superare la
mera formalità, accende la fantasia e la speranza, trasforma il
rimpianto in sogno. Dopo qualche piatto prelibato e dopo qualche
bicchiere di vino squisito, ma in realtà per la coscienza di aver
ricevuto amore e attenzione, un commensale pronuncia un brindisi
che è veramente un atto di fede:
È
la presenza di Gesù non visto che dà sapore alla nostra
riunione, che ci aiuta a riscoprire il bello e il buono che è nel
cibo, ma soprattutto che è negli altri e che è in noi!
Esiste
poi una diffidenza, quasi una paura per tutto ciò che dà
piacere, si pensa che il fedele non debba godere delle gioie del
mondo e questa posizione attraversa da sempre la cultura
cristiana. Io ricordo che la mamma di Claudia quando le
raccontammo che eravamo entrati nell’équipe e come erano
organizzate le riunioni, un po’ ironicamente, commentò “certe
pregherete, ma va là che mangiate anche!”. Una frecciatina
spiccia che richiama le critiche ben più malevole che ebbe a
patire Gesù da parte degli scribi e dei farisei come ci riportano
i Vangeli al capitolo undicesimo di Matteo[13]
e al capitolo settimo di Luca[14].
Ma Gesù ha altri orizzonti, sa che a tavola la gente, come
diremmo noi, si sbottona più facilmente ed è quindi più
ricettiva, sa anche che la pancia vuota spesso invade e degrada
tutto il nostro essere e perciò anche quando non è ad un
banchetto lo crea, come nel caso delle moltiplicazioni dei pani e
dei pesci e lo fa perché ha compassione[15].
Gesù sa che il cibo ci è necessario, che la convivialità ci
apre il cuore, ma con questo miracolo ci insegna anche tre cose:
-
la
lode a Dio deve essere posta all’inizio del nostro
banchetto, ma anche presente nei momenti più significativi,
perciò quasi al termine dell’ultima cena, banchetto rituale
della Pasqua ebraica, prima di consacrare il pane e il vino
“rese grazie a Dio” entrambe le volte[16];
-
il
cibo si moltiplica nella condivisione, perché si affratellano
gli animi: infatti la moltiplicazione non è istantanea,
sensazionale, ma avviene, diremmo, alla spicciolata nel
passaggio del pane e dei pesci di mano in mano;
-
il
necessario viene da Dio, lo spreco non è previsto, tanto che
alla fine si raccolgono gli avanzi.
Questo
ci mette immediatamente a fuoco tre punti:
-
la
nostra Messa in Comune, il dialogo fra noi, si apra sempre con
una preghiera a Dio anche semplice e breve, ma sentita; nella
sua preparazione la Coppia Ospitante metta tutto il proprio
zelo, anteponendola alla scelta della tovaglia o alla cottura
del primo piatto. La scelga con cura, la diversifichi, la cali
nel tempo della Chiesa, la sostituisca con un canto o
l’arricchisca con un segno…
-
la
preparazione dei cibi sia condivisione di attenzioni ed
affetto; non portiamo un piatto di patate lesse, ma mettiamo
in comune il lavoro, la cura, l’attenzione e l’amore che
abbiamo posto nel preparare quelle patate lesse. Non dobbiamo
certo fare sfoggio della nostra abilità culinaria, ma neppure
dobbiamo cadere nella sciatteria, farci prendere dalla
pigrizia, piuttosto facciamo in modo che quello che prepariamo
non urti il gusto o la dieta di nessuno, ma anzi possa essere
gradito a tutti…. facciamo in modo che profumi di affetto!
-
i
cibi siano buoni e curati, ma improntati alla frugalità e
alla parsimonia; viviamo il tempo dell’opulenza,
dell’ostentata ricerca della novità, dello spreco; i nostri
cibi invece siano quelli che prepariamo quotidianamente,
quelli che ci parlano della nostra infanzia o delle tradizioni
della nostra terra e siano sempre ben calibrati sul numero dei
commensali. Siano preparati a turno così da non dover imporre
la preparazione dei piatti più costosi alla stessa coppia e,
se ci è possibile, laddove le équipe sono formate da molte
coppie, si arrivi a prevedere che una coppia non prepari un
piatto per la cena, ma porti generi non deperibili o anche una
semplice offerta per persone che si trovano nella necessità,
così facendo è come se le invitassimo al nostro tavolo, come
se raccogliessimo l’invito di Gesù: “Quando dai un
banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato
perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua
ricompensa alla risurrezione dei giusti”[17]
Il
cibo è il pretesto, il dialogo è lo scopo, per questo i
“complimenti alla cuoca” o lo scambio di ricette, così
educati ed opportuni in un conversare salottiero, in una cena di
équipe sono spazio tolto a cose più profonde.
Gesù
a tavola porta gioia, converte, insegna. Forse non era un
banchetto, ma solo un semplice pasto, certo preparato con impegno,
quello che Marta si affanna ad imbandire. Marta non ha ancora
imparato che “gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono,
né ammassano nei granai; eppure il Padre…celeste li nutre”[18], e quindi si affanna
perdendo “la parte migliore”, Gesù la rimprovera , ma la
rimprovera con affetto, perché come ci dice il Vangelo “Gesù
voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro”[19]
e gli effetti del suo insegnamento cambiano sia Marta che Maria,
infatti quando ritroviamo Gesù nella casa di Betania le cose sono
un po’ cambiate, Marta non è più totalmente presa dai suoi
affanni, ma trova modo di interagire con gli ospiti e Maria non
sta solo seduta a contemplare, ma cerca di fare qualcosa di buono
per accogliere l’ospite. Anche la nostra Coppia Ospitante non si
affanni troppo, prepari il più possibile in anticipo e cerchi di
godere nel modo più continuativo della presenza dei fratelli e di
Dio in mezzo ai fratelli, e della Messa in Comune, che è “la
parte migliore” della cena. Non affanniamoci neppure troppo per
chi al momento non è con noi: con figli piccoli e genitori
anziani portarsi dietro un cellulare è segno di prudenza, ma
forse ora i vari cicalini interferiscono troppo con il nostro
parlare e mentre uno si accinge a raccontare se stesso la
terribile musichetta dà proprio fastidio; non capiterà nulla a
figli e genitori se disattiveremo la suoneria e richiameremo nei
momenti di pausa!
Inquadrato
per sommi capi il luogo della Messa in Comune, la cena, cerchiamo
ora di capire come è evoluto il suo significato nella storia e lo
faremo focalizzando soltanto due situazioni.
Le
comunità dei primi cristiani vivevano la cena comune come parte
integrante del loro essere credenti, durante la cena rinnovavano
il sacrificio di Cristo, ma cementavano anche la loro unione[20], si ammaestravano a
vicenda[21]
e si facevano coraggio nelle difficoltà[22].
Nella
storia delle comunità monastiche, spesso le uniche occasioni di
incontro fra i monaci erano le funzioni liturgiche e i pasti. Di
frequente il cibo era consumato in silenzio o nell’ascolto di
letture sacre, e per quanto possa sembrare fuori tempo,
quest’ultima è un’esperienza che abbiamo fatto e che vi
consigliamo di provare. Dalla tradizione monastica possiamo invece
più facilmente apprendere l’attenzione per il nostro vicino: in
alcuni ordini era vietato al monaco servirsi da solo, era compito
di ognuno intuire e soddisfare le necessità di chi gli stava
accanto. Sarebbe bello mettere in comune tanta attenzione anche
nelle nostre cene!
Per
calarci nella storia delle Équipes Notre Dame, quando nella
Parigi del dopoguerra Padre Caffarel propose alle coppie di
sposi il pasto in comune come momento imprescindibile della
riunione, certo mettere in comune per alcuni era una grossa
fatica, significava veramente privarsi di qualcosa di necessario.
Ora mediamente nel nostro mondo e, di conseguenza nelle nostre équipe,
nessuna coppia è chiamata a questa privazione materiale e quindi
il cibo deve essere simbolo di una condivisione più profonda, la
condivisione della nostra vita.
In
un contesto molto laico, nel libro “Novecento“, Alessandro
Baricco scrive “Non sei fregato veramente finché hai da
parte una buona storia, e qualcuno a cui raccontarla.”; facendo
fare un salto di qualità a questa affermazione, potremmo dire che
“non sei povero veramente finché puoi narrare te stesso a
qualcuno capace di accoglierti” e questo è ciò che accade
nella Messa in Comune: ma mentre una storia, una chiacchiera
possono fluire nel chiasso di una stazione ferroviaria o nella
generale disattenzione di un bar, quando si parla di quanto
abbiamo vissuto sentiamo la necessità di silenzio, di ascolto, di
partecipazione. La fine della preghiera, con la quale si apre la
cena, spesso purtroppo sembra un segnale del “liberi tutti” e
lì si parte a commentare la pastasciutta, a passarsi il formaggio
e l’orizzonte immediatamente si circoscrive a chi ci sta a
destra e a sinistra, al massimo a chi abbiamo di fronte. Si creano
i gruppetti, i gruppetti fanno rumore, il rumore impedisce di
ascoltare al di fuori del proprio gruppetto e il circolo vizioso
si chiude!
La
Coppia Animatrice spesso si sente impotente o teme di essere
inopportuna e non osa inserirsi in un discorso per alzarne il
tono. Per questo lo stile della Messa in Comune dovrebbe essere
fissato “a bocce ferme”, durante la preparazione della
riunione o una volta per tutte, così che la coppia animatrice di
turno non tema che il suo intervento sia vissuto come
un’antipatica ingerenza, ma abbia la certezza che sarà accolto
come una forma di attenzione e protezione per quanto convenuto
insieme. Aiuta molto ad elevare il tono l’abitudine a parlare
una coppia alla volta, mentre le altre mangiano ascoltando o,
meglio, ascoltano mangiando e mentre la coppia animatrice avrà
cura di vigilare affinché ad ogni coppia venga assicurato uno
spazio e di intervenire con garbo sia per invitare i più restii
come per arginare i più esuberanti.
L’importante
è che il nostro parlare tenda sempre all’essenziale, provenga
dal cuore, non miri a far colpo, a compiacere, ma solo a
trasmettere amore; è Gesù stesso ad insegnarci come deve parlare
un cristiano: “Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il
di più viene dal maligno”. (Mt 5,37) e poco prima sempre al
capitolo quinto del vangelo di Matteo ci insegna lo scopo del
nostro parlare: ”Voi siete il sale della terra…Voi siete la
luce del mondo; non … si accende una lucerna per metterla sotto
il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti
quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti
agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria
al vostro Padre che è nei cieli.” (Mt 5,13-16)
Dopo
aver riflettuto su “come parlare”, passiamo ad esaminare “di
che cosa parlare”. Certo non è nostra intenzione fare una
casistica degli argomenti consigliati e di quelli all’indice, ma
vogliamo fornire solo tre criteri che possano essere di aiuto:
-
evitare
discorsi generici che non coinvolgano le altre coppie; inutile
tediare con il bollettino del mare persone che non hanno una
barca! o descrivere dettagliatamente la propria dieta
dimagrante…
-
concentrare
la propria attenzione non sulle cose, ma sulle persone, meglio
ancora sui sentimenti delle persone. Parliamo di cosa abbiamo
vissuto mettendo soprattutto in evidenza come lo abbiamo
vissuto e in quest’ottica nulla è inadeguato, nulla è
inopportuno. Per estremizzare possiamo anche raccontare che
abbiamo dato il bianco in cucina, ma ponendo l’accento sul
perché l’abbiamo fatto, per rendere la casa più ospitale e
accogliente, o sulla gioia che abbiamo provato nel lavorare
insieme, nel progettare e realizzare un piccolo lavoro in
coppia.
-
parlare
di noi, ma anche di chi sta accanto a noi; il farsi partecipi
gli uni gli altri delle vicende dei figli o dei genitori, non
solo rafforza la nostra conoscenza e cementa la nostra
amicizia, facendoci apparire uomini e donne a tutto tondo, ma
dà ad ogni coppia un bagaglio di esperienze, di successi e di
sconfitte, di consigli e di speranze che si rivelano una vera
ricchezza quando a nostra volta ci troveremo di fronte ad
analoghe situazioni.
Una
particolare attenzione meritano poi gli argomenti tabù, quelli
che il bon ton vieta in ogni conversazione educata: sesso, soldi,
politica. Sembra che questi siano quelli che ci mettono più a
nudo e che contemporaneamente corrono il rischio di generare
imbarazzi o attriti. Non esiste una regola; sarà il discernimento
della Coppia Animatrice, in base al livello di maturità e di
affiatamento dell’équipe, a valutare l’opportunità di
affrontare l’argomento. Anche nei casi migliori esiste il
rischio che un tema avvincente, sul quale tutti non hanno
un’opinione, ma un’intima convinzione, prenda un po’ troppo
e debordi fino ad assorbire l’intera serata. Ogni eccesso è
certo da evitare, ma non è affatto riprovevole, anzi sembra
opportuno, se non necessario, che di fronte a fatti drammatici, a
scelte che si impongono, un gruppo di coppie credenti si confronti
e magari anche in modo vivace, per cercare di capire, per vedere
quale è la lettura cristiana dei fatti, per conoscere le
motivazioni di posizioni a volte anche molto diverse dalle
proprie.
E
dove se non in famiglia o in équipe esiste un clima di
conoscenza, di stima e di affetto tali da poter vivere un
confronto, anche violento, senza tenere rancore, anzi facendoci
penetrare dalle parole dell’altro e da serbarle nella nostra
mente per meditarle? Dove esiste la certezza che la familiarità,
l’esperienza che gli altri hanno fatto di noi li indurrà a
valutare le nostre parole con conoscenza e misericordia? Per
citare don Lorenzo Milani “ Quando uno vede un altro una volta
solo e poi più, gli tocca di non dire bischerate e neanche
parventi bischerate, se no ne esce i malintesi. Quando invece il
contatto è… (continuativo) allora non c’è verso mai di dir
bischerate abbastanza grosse da poter guastare qualcosa. Allora
l’unico pericolo è di non esser cristiani perché se uno lo è
o prima o dopo traspare anche senza farlo apposta”.[23]
Sia
prevalente su tutto e vera ispiratrice la carità e l’amore
fraterno: se durante una discussione vediamo che l’argomento
invece di essere collante del gruppo e delle singole coppie, tende
a creare contrapposizioni pericolose soprattutto fra i coniugi,
sappiamo smorzare i toni, chiarire e mediare le posizioni,
affidando il giudizio al Signore e magari anche sdrammatizzando il
tutto con un’affettuosa ironia.
La
sintesi di queste riflessioni potrebbe essere il consiglio di
fissare un tema per la Messa in Comune, un tema non pedissequo o
inquisitorio: cosa hai fatto sul lavoro? E neppure troppo
generico: cosa ti è capitato in questo mese? Ma un tema che
esplori parti del nostro vissuto poco conosciute: raccontiamoci i
Natali della nostra infanzia, chi ha bussato alla porta del nostro
cuore?… e non guasta se al tema diamo una forma
nuova che incuriosisce e dà spazio all’interpretazione: dolce e
amaro dell’ultimo mese, cosa sta sorgendo e cosa tramontando
nella nostra vita, colori e grigi della nostra coppia….
Prima
di avviarci alla conclusione e dopo tanti discorsi teorici,
Giorgio vuol darvi una dimostrazione pratica di Messa in comune
sul tema: i luoghi dei nostri ricordi.
Siamo
giunti al termine della nostra relazione che ha cercato di toccare
sia gli aspetti genericamente umani che quelli prettamente
religiosi. Le nostre personali esperienze sono alla base di quanto
vi abbiamo raccontato, ma non sempre sono messe in evidenza
proprio per evitare di fornire ricette che hanno funzionato in
alcuni contesti, ma che voi potreste essere costretti a rivedere,
a ricreare e soprattutto non vorremmo proprio assumere l’aria
dei Pierini venuti da Genova, quando sappiamo che a nostra volta
abbiamo tanto da scoprire, tanto da migliorare.
Siamo
profondamente grati a tutti voi per averci chiamati a fare questa
Messa in Comune allargata, nella quale purtroppo però,
contrariamente ai nostri consigli, ha parlato una coppia sola!
Grazie
del vostro ascolto e della vostra attenzione e speriamo che il
Signore ci conceda altri momenti di confronto, ma allora….
sarete voi a parlare!
“Il regno dei
cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo
figlio.
Egli mandò i
suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non
vollero venire. …. Poi disse ai suoi servi: Il banchetto
nuziale è pronto, ma gli invitati non ne erano degni; andate
ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete,
chiamateli alle nozze.….
Il re entrò per
vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava
l’abito nuziale, gli
disse: Amico, come hai potuto entrare qui senz’abito nuziale?
Ed egli ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani
e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e
stridore di denti. Perché molti sono chiamati, ma pochi
eletti”. (Mt 22,2-14)
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli
dirà quando rientra dal campo: Vieni subito e mettiti a tavola?
Non gli dirà piuttosto: Preparami da mangiare, rimboccati la
veste e servimi, finché io abbia mangiato e bevuto, e dopo
mangerai e berrai anche tu? Si riterrà obbligato verso il suo
servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi,
quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite:
Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”. ( Lc
17,7-10)
Osservando poi come gli invitati sceglievano i primi posti,
disse loro una parabola: “Quando
sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto,
perché non ci sia un altro invitato più ragguardevole di te e
colui che ha invitato te e lui venga a dirti: Cedigli il posto!
Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto.
Invece quando
sei invitato, và a metterti all’ultimo posto, perché venendo
colui che ti ha invitato ti dica: Amico, passa più avanti.
Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché
chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà
esaltato”. Disse poi a colui che l’aveva invitato: “Quando
offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i
tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché
anch’essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il
contraccambio. Al contrario, quando dai un banchetto, invita
poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno
da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla
risurrezione dei giusti”. (Lc 14,7-14)
Ma il padre
disse ai servi: …Portate il vitello grasso, ammazzatelo,
mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto
ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E
cominciarono a far festa.
Il
figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu
vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli
domandò che cosa fosse tutto ciò. Il servo gli rispose: È
tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello
grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si arrabbiò, e
non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui
rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho
mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un
capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo
figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è
tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il
padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è
tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo
fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è
stato ritrovato. (Lc 15,22-32)
Tre giorni dopo,
ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c’era la madre di
Gesù.
Fu
invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Nel
frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli
disse: “Non hanno più vino”. E Gesù rispose: “Che ho da
fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora”. La
madre dice ai servi: “Fate quello che vi dirà”. Vi
erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei,
contenenti ciascuna due o tre barili. E Gesù disse loro:
“Riempite d’acqua le giare”; e le riempirono fino
all’orlo. Disse loro di nuovo: “Ora attingete e portatene al
maestro di tavola”. Ed essi gliene portarono. E come ebbe
assaggiato l’acqua diventata vino, il maestro di tavola, che
non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano
attinto l’acqua), chiamò lo sposo e gli disse: “Tutti
servono da principio il vino buono e, quando sono un po’
brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora
il vino buono”. Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in
Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli
credettero in lui. (Gv 2,1-11)
Entrato in Gerico, attraversava la città. Ed ecco un uomo di
nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere
quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla,
poiché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per
poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di
là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli
disse: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a
casa tua”. In fretta scese e lo accolse pieno di gioia.
Vedendo ciò, tutti mormoravano: “È andato ad alloggiare da
un peccatore! ”. Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore:
“Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se
ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto”. Gesù
gli rispose: “Oggi la salvezza è entrata in questa casa,
perché anch’egli è figlio di Abramo;
il Figlio
dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era
perduto”.
Mentre erano in
cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo
accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria,
la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola;
Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto,
fattasi avanti, disse: “Signore, non ti curi che mia sorella
mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”. Ma
Gesù le rispose: “Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti
per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno.
Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta”.
(Luca 19,38-42)
Sei
giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si
trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E
qui gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei
commensali. Maria allora, presa una libbra di olio profumato
di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù
e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del
profumo dell’unguento. (Gv. 12,1-3)
Il primo giorno degli Azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù
e gli dissero: “Dove vuoi che ti prepariamo, per mangiare la
Pasqua? ”. Ed egli rispose: “Andate in città, da un tale, e
ditegli: Il Maestro ti manda a dire: Il mio tempo è vicino; farò
la Pasqua da te con i miei discepoli”. I discepoli fecero come
aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua. Venuta la
sera, si mise a mensa con i Dodici. (Mt 26,17-20)
Ed ecco in
quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un
villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome
Emmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto. Mentre
discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò
e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di
riconoscerlo. Ed egli disse loro: “Che sono questi discorsi
che state facendo fra voi durante il cammino? ”. Si fermarono,
col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: “Tu
solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che
vi è accaduto in questi giorni? ”. Domandò: “Che cosa?
”. Gli risposero: “Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno,
che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a
tutto il popolo; come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno
consegnato per farlo condannare a morte e poi l’hanno
crocifisso. Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con
tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono
accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti;
recatesi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo
corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di
angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri
sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevan detto le
donne, ma lui non l’hanno visto”.
Ed
egli disse loro: “Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla
parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse
queste sofferenze per entrare nella sua gloria? ”. E
cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte
le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furon vicini al
villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare
più lontano. Ma essi insistettero: “Resta con noi perché si
fa sera e il giorno già volge al declino”. Egli entrò per
rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane,
disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si
aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla
loro vista. Ed essi si dissero l’un l’altro: “Non ci
ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo
il cammino, quando ci spiegava le Scritture? ”. E partirono
senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono
riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali
dicevano: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a
Simone”. Essi
poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come
l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane. (Lc 24,13-35)
“È venuto
Giovanni, che non mangia e non beve, e hanno detto: Ha un
demonio. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e
dicono: Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei
peccatori. Ma alla sapienza è stata resa giustizia dalle sue
opere”. (Mt 11,18-19)
“È
venuto infatti Giovanni il Battista che non mangia pane e non
beve vino, e voi dite: Ha un demonio.
È venuto il
Figlio dell’uomo che mangia e beve, e voi dite: Ecco un
mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori. Ma
alla sapienza è stata resa giustizia da tutti i suoi figli”.
(Lc 7,10-11)
Sul far della
sera, gli si accostarono i discepoli e gli dissero: “Il luogo
è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei
villaggi a comprarsi da mangiare”. Ma Gesù rispose: “Non
occorre che vadano; date loro voi stessi da mangiare”. Gli
risposero: “Non abbiamo che cinque pani e due pesci! ”. Ed
egli disse: “Portatemeli qua”. E dopo aver ordinato alla
folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci
e, alzati gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò
i pani e li diede ai discepoli e i discepoli li distribuirono
alla folla.
Tutti mangiarono
e furono saziati; e portarono via dodici ceste piene di pezzi
avanzati.
Quelli che
avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le
donne e i bambini. (Mt 14, 15 – 21)
Sbarcando,
vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come
pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.
Essendosi ormai fatto tardi, gli si avvicinarono i discepoli
dicendo: “Questo luogo è solitario ed è ormai tardi;
congedali perciò, in modo che, andando per le campagne e i
villaggi vicini, possano comprarsi da mangiare”. Ma egli
rispose: “Voi stessi date loro da mangiare”. Gli dissero:
“Dobbiamo andar noi a comprare duecento denari di pane e dare
loro da mangiare? ”. Ma egli replicò loro: “Quanti pani
avete? Andate a vedere”. E accertatisi, riferirono: “Cinque
pani e due pesci”. Allora ordinò loro di farli mettere tutti
a sedere, a gruppi, sull’erba verde. E sedettero tutti a
gruppi e gruppetti di cento e di cinquanta. Presi i cinque pani
e i due pesci, levò gli occhi al cielo, pronunziò la
benedizione, spezzò i pani e li dava ai discepoli perché li
distribuissero; e divise i due pesci fra tutti. Tutti mangiarono
e si sfamarono,
e portarono via
dodici ceste piene di pezzi di pane e anche dei pesci. Quelli
che avevano mangiato i pani erano cinquemila uomini. (Mc
6,34-44)
Il
giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono
dicendo: “Congeda la folla, perché vada nei villaggi e nelle
campagne dintorno per alloggiare e trovar cibo, poiché qui
siamo in una zona deserta”. Gesù disse loro: “Dategli voi
stessi da mangiare”. Ma essi risposero: “Non abbiamo che
cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare
viveri per tutta questa gente”. C’erano infatti circa
cinquemila uomini. Egli disse ai discepoli: “Fateli sedere per
gruppi di cinquanta”. Così fecero e li invitarono a sedersi
tutti quanti. Allora egli prese i cinque pani e i due pesci e,
levati gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò e li diede
ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti
mangiarono e si saziarono e delle parti loro avanzate furono
portate via dodici ceste. (Lc 9,12-17)
Alzati
quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui
e disse a Filippo: “Dove possiamo comprare il pane perché
costoro abbiano da mangiare?”. Diceva così per metterlo alla
prova; egli infatti sapeva bene quello che stava per fare. Gli
rispose Filippo: “Duecento denari di pane non sono sufficienti
neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo”. Gli disse
allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro:
“C’è qui un
ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è
questo per tanta gente?”. Rispose Gesù: “Fateli sedere”.
C’era molta erba in quel luogo. Si sedettero dunque ed erano
circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver
reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo
stesso fece dei pesci, finché ne vollero. E quando furono
saziati, disse ai discepoli: “Raccogliete i pezzi avanzati,
perché nulla vada perduto”.
Li raccolsero e
riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo,
avanzati a coloro che avevano mangiato. (Gv 6,5-13)
Ora, mentre essi
mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione,
lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: “Prendete e
mangiate; questo è il mio corpo”. Poi prese il calice e, dopo
aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: “Bevetene tutti, perché
questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in
remissione dei peccati. (Mt 26,26-27)
Mentre
mangiavano prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò
e lo diede loro, dicendo: “Prendete, questo è il mio
corpo”. Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne
bevvero tutti. E
disse: “Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza
versato per molti. (Mc 14,22-23)
Poi,
preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo:
“Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in
memoria di me”. Allo stesso modo dopo aver cenato, prese il
calice dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio
sangue, che viene versato per voi”. (Lc 22,19-20)
Perciò vi dico:
per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o
berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che
indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più
del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né
mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro
celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di
voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola
alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate
come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano.
Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria,
vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l’erba del
campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non
farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi
dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa
indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il
Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate
prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi
saranno date in aggiunta.
Non affannatevi
dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue
inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena. (Mt 6,25-34)
Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e
nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle
preghiere…
Ogni giorno
tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a
casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore,
lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo. (At
2,42-47)
Il primo giorno della settimana ci eravamo riuniti a spezzare il
pane e Paolo conversava con loro; e poiché doveva partire il
giorno dopo, prolungò la conversazione fino a mezzanotte.
Poi … spezzò
il pane e ne mangiò e dopo aver parlato ancora molto fino
all’alba, partì. (At 20,7-11)
Finché non
spuntò il giorno, Paolo esortava tutti a prendere cibo: “Oggi
è il quattordicesimo giorno che passate digiuni nell’attesa,
senza prender nulla. Per questo vi esorto a prender cibo; è
necessario per la vostra salvezza… Ciò detto, prese il pane,
rese grazie a Dio davanti a tutti, lo spezzò e cominciò a
mangiare. Tutti si sentirono rianimati, e anch’essi presero
cibo. (At 27,33-36)
|