Giornata di Settore Alessandria, 10.04.2005

"La messa in comune: la parte migliore della cena"

di Claudia e Giorgio Macciò

 

 

 

Come prevede ogni Messa in Comune tra coppie che non si conoscono iniziamo con una presentazione.

Noi siamo Giorgio e Claudia, ... Siamo in Équipe da quindici anni ed abbiamo svolto servizio come Coppia di Collegamento, scrivani del Notiziario locale e Coppia Pilota per due volte; forse qualcuno di voi ha letto anche qualche nostro contributo di vita quotidiana sulla Lettera.

 

Vogliamo rompere il ghiaccio raccontandovi una storiella del repertorio di  Moni Ovadia legata alla cultura ebraica. La storiella è pressappoco questa:

Due giovani ebrei stanno studiando la Torah, quando ad uno di loro viene voglia di fumare. Allora si alza e va a chiedere al Rabbino “Posso fumare mentre studio la Torah?”. Il Rabbino lo fulmina con lo sguardo e gli urla “Sei pazzo non si può fumare mentre si studia la Torah!”.

Lo studente mortificato torna al suo posto e confessa a un altro studente tutta la sua delusione, ma il compagno lo rincuora “Non hai saputo chiedere, ora vado io e vedrai che il Rabbino ci darà il permesso”. Detto fatto si alza, si avvicina e chiede: “Rabbino si può studiare la Torah mentre si fuma?”. Il Rabbino si illumina di un compiaciuto sorriso e risponde “Certo figliolo, ogni momento è buono per studiare la Torah!”

 

Parafrasando la storiella potremmo dire che se è veramente sconveniente mangiare mentre si rende gloria a Dio, è invece meritevole rendere gloria a Dio anche mentre si mangia. Ed è proprio il fine di rendere gloria a Dio che deve permeare tutta la riunione d’équipe e quindi anche il tempo dedicato alla Cena e alla Messa in Comune, e che deve distinguere la nostra Messa in Comune dal garbato conversare, tanto piacevole, quanto a volte superficiale e inconcludente.

 

La Messa in Comune, la convivialità, la condivisione, non sono esclusiva delle END. Tutti noi abbiamo ricordi d’infanzia e di famiglia nei quali il pasto condiviso è stato anche occasione per tramandare usi e racconti tra le generazioni, per apprendere notizie dall’ospite forestiero, per discutere e definire affari di famiglia…ora quel mondo non esiste più. È ben raro che un ospite possa darci notizie che non ci sono ancora giunte attraverso televisione o telefono, le riunioni di famiglia sono confinate alle occasioni di festa o di lutto e quindi per rispondere al nostro innato bisogno di aprirci agli altri per dare e ricevere esperienze, emozioni, gioie e dolori ricorriamo a una situazione forse inizialmente artificiale: l’équipe non è un’aggregazione naturale, non è frutto di una parentela né di una vicinanza di abitazione, siamo una comunità assortita dal caso, meglio sarebbe dire dalla Provvidenza, che si affida a un metodo, inizialmente quasi imponendoselo, nella speranza di trarne beneficio.

 

Prima di scendere ad esperienze personali e a possibili suggerimenti pratici per canalizzare meglio la spontaneità e la gioiosità che accompagnano questo momento, volgiamo gli occhi al Maestro e cerchiamo di capire cosa ha da dirci sul significato e sulla gestione del momento conviviale, sugli effetti che esso produce nell’ immediato e nel futuro.

 

Il mangiare insieme è forse una delle prime manifestazioni di aggregazione sociale umana: si mangiava insieme la preda se questa era troppo grande, ma evidentemente l’uomo ha scoperto che oltre a mangiare, lo stare insieme faceva sentire tutti più sicuri e felici e il banchetto presto si associò agli eventi sociali della vita dell’uomo, la nascita, il matrimonio e anche la morte. Ma quando oltre a mangiare si beve insieme, nasce nella cultura greca il sin-posio, occasione di meditazione filosofica, culturale e politica, come testimonia l’opera omonima di Platone. La mitologia spesso ci rappresenta gli dei a banchetto alle prese con le loro piccole e grandi dispute, ma solo Dio eleva il banchetto ad una dimensione spirituale eccelsa. In Isaia troviamo la descrizione:

 

Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte,

un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti,

di cibi succulenti, di vini raffinati[1].

 

Nel salmo 22 l’uomo rappresenta l’amore che Dio prova per lui con la premura di un padrone di casa che serve un ospite:

 

Davanti a me tu prepari una mensa

sotto gli occhi dei miei nemici;

cospargi di olio il mio capo.

Il mio calice trabocca.[2]

 

Certo queste sono solo immagini che celano più profonde verità, ma non è un caso che gli uomini per rappresentare la cura e l’amore di Dio scelgano di raffigurarlo come colui che prepara un banchetto.

 

Nel capitolo ventidue del vangelo secondo Matteo, Gesù non solo paragona il regno dei cieli ad un banchetto di nozze, ma prendendo spunto da ciò, ci indica quale deve essere il nostro comportamento per entrarvi degnamente[3]. Anche in altre parabole, quella dei servi inutili nel capitolo diciassette del vangelo secondo Luca[4] o quella degli invitati che scelgono i primi posti nel capitolo undici sempre nel vangelo secondo Luca[5], il momento del mangiare insieme viene preso a immagine di realtà più complesse e usato come esempio didascalico. Inoltre è un banchetto a rappresentare il culmine della gioia, meglio della misericordia, e al tempo stesso a mettere in risalto la pochezza degli ipocriti: è quello che il padre misericordioso imbandisce per il figlio che ritorna[6].

 

Ma Gesù non solo parla di banchetti, ma va ai banchetti, alle nozze di Cana[7], a casa di Zaccheo[8] e di Lazzaro[9], impartisce ordine ai suoi di preparare la Pasqua[10], si trattiene a cena con i discepoli di Emmaus[11]… tanto che in un bel libro per ragazzi Enzo Bianchi lo definisce “un rabbi che amava i banchetti”. Ora prendendo spunto da questi singoli brani cerchiamo di cogliere cosa ci insegna in generale e quale luce proietta in particolare sulla nostra cena, sul nostro comportamento e sulla nostra Messa in Comune.

 

Gesù accetta il nostro invito come fece con i discepoli di Emmaus, ma alcune volte non aspetta di essere invitato, Gesù si autoinvita con noi come fece con Zaccheo, entra oggi nella nostra casa e costruisce sulla nostra curiosità e sulla nostra ricerca, la nostra conversione, ispirandoci la via da seguire così come descritto nel capitolo diciannove del vangelo secondo Luca[12]. E cosa viene a portare? Innanzitutto ci regala la gioia, simboleggiata dal vino che dona agli sposi di Cana, e per noi coppie di sposi che spesso non abbiamo nemmeno otri piene dell’acqua del quotidiano, ma solo otri vuote come i nostri cuori quando non riescono a comunicare e ad amare, egli fa il miracolo.

 

Di recente abbiamo sentito dare una lettura molto interessante di un film assai noto “Il pranzo di Babette”. Secondo questa interpretazione nella cuoca francese si adombra la figura di Gesù: Babette spende, meglio dire investe, tutto quello che ha, mette in gioco tutta se stessa per un unico scopo, riportare la gioia in una comunità che vive di ricordi, in un’austerità melanconica, quasi impedendosi di godere i piaceri della vita, bloccata da una prudenza che è inacidita in diffidenza. Babette sta in cucina, non vista, fa riscoprire ai dodici commensali (e certo il numero non è casuale!) che “misericordia e verità si sono incontrate, rettitudine e felicità si sono baciate” e non il cibo preparato, ma l’amore profuso da Babette rende i coniugi capaci di nuova passione, le vecchie amiche di tenerezza, i fratelli sleali di perdono, i vicini di autentico affetto, fa superare la mera formalità, accende la fantasia e la speranza, trasforma il rimpianto in sogno. Dopo qualche piatto prelibato e dopo qualche bicchiere di vino squisito, ma in realtà per la coscienza di aver ricevuto amore e attenzione, un commensale pronuncia un brindisi che è veramente un atto di fede:

 

“Viene il giorno in cui apriamo i nostri occhi e capiamo che la grazia di Dio è infinita,

dobbiamo solo attenderla con fiducia e accoglierla con riconoscenza.

Dio non pone condizioni, non preferisce uno di noi piuttosto di un altro,

ciò che abbiamo scelto ci viene dato

e allo stesso tempo ciò che abbiamo rifiutato ci viene accordato”.

 

È la presenza di Gesù non visto che dà sapore alla nostra riunione, che ci aiuta a riscoprire il bello e il buono che è nel cibo, ma soprattutto che è negli altri e che è in noi!

 

Esiste poi una diffidenza, quasi una paura per tutto ciò che dà piacere, si pensa che il fedele non debba godere delle gioie del mondo e questa posizione attraversa da sempre la cultura cristiana. Io ricordo che la mamma di Claudia quando le raccontammo che eravamo entrati nell’équipe e come erano organizzate le riunioni, un po’ ironicamente, commentò “certe pregherete, ma va là che mangiate anche!”. Una frecciatina spiccia che richiama le critiche ben più malevole che ebbe a patire Gesù da parte degli scribi e dei farisei come ci riportano i Vangeli al capitolo undicesimo di Matteo[13] e al capitolo settimo di Luca[14]. Ma Gesù ha altri orizzonti, sa che a tavola la gente, come diremmo noi, si sbottona più facilmente ed è quindi più ricettiva, sa anche che la pancia vuota spesso invade e degrada tutto il nostro essere e perciò anche quando non è ad un banchetto lo crea, come nel caso delle moltiplicazioni dei pani e dei pesci e lo fa perché ha compassione[15]. Gesù sa che il cibo ci è necessario, che la convivialità ci apre il cuore, ma con questo miracolo ci insegna anche tre cose:

  • la lode a Dio deve essere posta all’inizio del nostro banchetto, ma anche presente nei momenti più significativi, perciò quasi al termine dell’ultima cena, banchetto rituale della Pasqua ebraica, prima di consacrare il pane e il vino “rese grazie a Dio” entrambe le volte[16];

  • il cibo si moltiplica nella condivisione, perché si affratellano gli animi: infatti la moltiplicazione non è istantanea, sensazionale, ma avviene, diremmo, alla spicciolata nel passaggio del pane e dei pesci di mano in mano;

  • il necessario viene da Dio, lo spreco non è previsto, tanto che alla fine si raccolgono gli avanzi.

Questo ci mette immediatamente a fuoco tre punti:

  • la nostra Messa in Comune, il dialogo fra noi, si apra sempre con una preghiera a Dio anche semplice e breve, ma sentita; nella sua preparazione la Coppia Ospitante metta tutto il proprio zelo, anteponendola alla scelta della tovaglia o alla cottura del primo piatto. La scelga con cura, la diversifichi, la cali nel tempo della Chiesa, la sostituisca con un canto o l’arricchisca con un segno…

  • la preparazione dei cibi sia condivisione di attenzioni ed affetto; non portiamo un piatto di patate lesse, ma mettiamo in comune il lavoro, la cura, l’attenzione e l’amore che abbiamo posto nel preparare quelle patate lesse. Non dobbiamo certo fare sfoggio della nostra abilità culinaria, ma neppure dobbiamo cadere nella sciatteria, farci prendere dalla pigrizia, piuttosto facciamo in modo che quello che prepariamo non urti il gusto o la dieta di nessuno, ma anzi possa essere gradito a tutti…. facciamo in modo che profumi di affetto!

  • i cibi siano buoni e curati, ma improntati alla frugalità e alla parsimonia; viviamo il tempo dell’opulenza, dell’ostentata ricerca della novità, dello spreco; i nostri cibi invece siano quelli che prepariamo quotidianamente, quelli che ci parlano della nostra infanzia o delle tradizioni della nostra terra e siano sempre ben calibrati sul numero dei commensali. Siano preparati a turno così da non dover imporre la preparazione dei piatti più costosi alla stessa coppia e, se ci è possibile, laddove le équipe sono formate da molte coppie, si arrivi a prevedere che una coppia non prepari un piatto per la cena, ma porti generi non deperibili o anche una semplice offerta per persone che si trovano nella necessità, così facendo è come se le invitassimo al nostro tavolo, come se raccogliessimo l’invito di Gesù: “Quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti”[17]

 

Il cibo è il pretesto, il dialogo è lo scopo, per questo i “complimenti alla cuoca” o lo scambio di ricette, così educati ed opportuni in un conversare salottiero, in una cena di équipe sono spazio tolto a cose più profonde.

 

Gesù a tavola porta gioia, converte, insegna. Forse non era un banchetto, ma solo un semplice pasto, certo preparato con impegno, quello che Marta si affanna ad imbandire. Marta non ha ancora imparato che “gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre…celeste li nutre”[18], e quindi si affanna perdendo “la parte migliore”, Gesù la rimprovera , ma la rimprovera con affetto, perché come ci dice il Vangelo “Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro”[19] e gli effetti del suo insegnamento cambiano sia Marta che Maria, infatti quando ritroviamo Gesù nella casa di Betania le cose sono un po’ cambiate, Marta non è più totalmente presa dai suoi affanni, ma trova modo di interagire con gli ospiti e Maria non sta solo seduta a contemplare, ma cerca di fare qualcosa di buono per accogliere l’ospite. Anche la nostra Coppia Ospitante non si affanni troppo, prepari il più possibile in anticipo e cerchi di godere nel modo più continuativo della presenza dei fratelli e di Dio in mezzo ai fratelli, e della Messa in Comune, che è “la parte migliore” della cena. Non affanniamoci neppure troppo per chi al momento non è con noi: con figli piccoli e genitori anziani portarsi dietro un cellulare è segno di prudenza, ma forse ora i vari cicalini interferiscono troppo con il nostro parlare e mentre uno si accinge a raccontare se stesso la terribile musichetta dà proprio fastidio; non capiterà nulla a figli e genitori se disattiveremo la suoneria e richiameremo nei momenti di pausa!

 

Inquadrato per sommi capi il luogo della Messa in Comune, la cena, cerchiamo ora di capire come è evoluto il suo significato nella storia e lo faremo focalizzando soltanto due situazioni.

 

Le comunità dei primi cristiani vivevano la cena comune come parte integrante del loro essere credenti, durante la cena rinnovavano il sacrificio di Cristo, ma cementavano anche la loro unione[20], si ammaestravano a vicenda[21] e si facevano coraggio nelle difficoltà[22].

 

Nella storia delle comunità monastiche, spesso le uniche occasioni di incontro fra i monaci erano le funzioni liturgiche e i pasti. Di frequente il cibo era consumato in silenzio o nell’ascolto di letture sacre, e per quanto possa sembrare fuori tempo, quest’ultima è un’esperienza che abbiamo fatto e che vi consigliamo di provare. Dalla tradizione monastica possiamo invece più facilmente apprendere l’attenzione per il nostro vicino: in alcuni ordini era vietato al monaco servirsi da solo, era compito di ognuno intuire e soddisfare le necessità di chi gli stava accanto. Sarebbe bello mettere in comune tanta attenzione anche nelle nostre cene!

 

Per calarci nella storia delle  Équipes Notre Dame, quando nella Parigi  del dopoguerra Padre Caffarel propose alle coppie di sposi il pasto in comune come momento imprescindibile della riunione, certo mettere in comune per alcuni era una grossa fatica, significava veramente privarsi di qualcosa di necessario. Ora mediamente nel nostro mondo e, di conseguenza nelle nostre équipe, nessuna coppia è chiamata a questa privazione materiale e quindi il cibo deve essere simbolo di una condivisione più profonda, la condivisione della nostra vita.

 

In un contesto molto laico, nel libro “Novecento“, Alessandro Baricco scrive  “Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia, e qualcuno a cui raccontarla.”; facendo fare un salto di qualità a questa affermazione, potremmo dire che “non sei povero veramente finché puoi narrare te stesso a qualcuno capace di accoglierti” e questo è ciò che accade nella Messa in Comune: ma mentre una storia, una chiacchiera possono fluire nel chiasso di una stazione ferroviaria o nella generale disattenzione di un bar, quando si parla di quanto abbiamo vissuto sentiamo la necessità di silenzio, di ascolto, di partecipazione. La fine della preghiera, con la quale si apre la cena, spesso purtroppo sembra un segnale del “liberi tutti” e lì si parte a commentare la pastasciutta, a passarsi il formaggio e l’orizzonte immediatamente si circoscrive a chi ci sta a destra e a sinistra, al massimo a chi abbiamo di fronte. Si creano i gruppetti, i gruppetti fanno rumore, il rumore impedisce di ascoltare al di fuori del proprio gruppetto e il circolo vizioso si chiude!

 

La Coppia Animatrice spesso si sente impotente o teme di essere inopportuna e non osa inserirsi in un discorso per alzarne il tono. Per questo lo stile della Messa in Comune dovrebbe essere fissato “a bocce ferme”, durante la preparazione della riunione o una volta per tutte, così che la coppia animatrice di turno non tema che il suo intervento sia vissuto come un’antipatica ingerenza, ma abbia la certezza che sarà accolto come una forma di attenzione e protezione per quanto convenuto insieme. Aiuta molto ad elevare il tono l’abitudine a parlare una coppia alla volta, mentre le altre mangiano ascoltando o, meglio, ascoltano mangiando e mentre la coppia animatrice avrà cura di vigilare affinché ad ogni coppia venga assicurato uno spazio e di intervenire con garbo sia per invitare i più restii come per arginare i più esuberanti.

L’importante è che il nostro parlare tenda sempre all’essenziale, provenga dal cuore, non miri a far colpo, a compiacere, ma solo a trasmettere amore; è Gesù stesso ad insegnarci come deve parlare un cristiano: “Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno”. (Mt 5,37) e poco prima sempre al capitolo quinto del vangelo di Matteo ci insegna lo scopo del nostro parlare: ”Voi siete il sale della terra…Voi siete la luce del mondo; non … si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli.” (Mt 5,13-16)

 

Dopo aver riflettuto su “come parlare”, passiamo ad esaminare “di che cosa parlare”. Certo non è nostra intenzione fare una casistica degli argomenti consigliati e di quelli all’indice, ma vogliamo fornire solo tre criteri che possano essere di aiuto:

  • evitare discorsi generici che non coinvolgano le altre coppie; inutile tediare con il bollettino del mare persone che non hanno una barca! o descrivere dettagliatamente la propria dieta dimagrante…

  • concentrare la propria attenzione non sulle cose, ma sulle persone, meglio ancora sui sentimenti delle persone. Parliamo di cosa abbiamo vissuto mettendo soprattutto in evidenza come lo abbiamo vissuto e in quest’ottica nulla è inadeguato, nulla è inopportuno. Per estremizzare possiamo anche raccontare che abbiamo dato il bianco in cucina, ma ponendo l’accento sul perché l’abbiamo fatto, per rendere la casa più ospitale e accogliente, o sulla gioia che abbiamo provato nel lavorare insieme, nel progettare e realizzare un piccolo lavoro in coppia.

  • parlare di noi, ma anche di chi sta accanto a noi; il farsi partecipi gli uni gli altri delle vicende dei figli o dei genitori, non solo rafforza la nostra conoscenza e cementa la nostra amicizia, facendoci apparire uomini e donne a tutto tondo, ma dà ad ogni coppia un bagaglio di esperienze, di successi e di sconfitte, di consigli e di speranze che si rivelano una vera ricchezza quando a nostra volta ci troveremo di fronte ad analoghe situazioni.

Una particolare attenzione meritano poi gli argomenti tabù, quelli che il bon ton vieta in ogni conversazione educata: sesso, soldi, politica. Sembra che questi siano quelli che ci mettono più a nudo e che contemporaneamente corrono il rischio di generare imbarazzi o attriti. Non esiste una regola; sarà il discernimento della Coppia Animatrice, in base al livello di maturità e di affiatamento dell’équipe, a  valutare l’opportunità di affrontare l’argomento. Anche nei casi migliori esiste il rischio che un tema avvincente, sul quale tutti non hanno un’opinione, ma un’intima convinzione, prenda un po’ troppo e debordi fino ad assorbire l’intera serata. Ogni eccesso è certo da evitare, ma non è affatto riprovevole, anzi sembra opportuno, se non necessario, che di fronte a fatti drammatici, a scelte che si impongono, un gruppo di coppie credenti si confronti e magari anche in modo vivace, per cercare di capire, per vedere quale è la lettura cristiana dei fatti, per conoscere le motivazioni di posizioni a volte anche molto diverse dalle proprie.

E dove se non in famiglia o in équipe esiste un clima di conoscenza, di stima e di affetto tali da poter vivere un confronto, anche violento, senza tenere rancore, anzi facendoci penetrare dalle parole dell’altro e da serbarle nella nostra mente per meditarle? Dove esiste la certezza che la familiarità, l’esperienza che gli altri hanno fatto di noi li indurrà a valutare le nostre parole con conoscenza e misericordia? Per citare don Lorenzo Milani “ Quando uno vede un altro una volta solo e poi più, gli tocca di non dire bischerate e neanche parventi bischerate, se no ne esce i malintesi. Quando invece il contatto è… (continuativo) allora non c’è verso mai di dir bischerate abbastanza grosse da poter guastare qualcosa. Allora l’unico pericolo è di non esser cristiani perché se uno lo è o prima o dopo traspare anche senza farlo apposta”.[23]

 

Sia prevalente su tutto e vera ispiratrice la carità e l’amore fraterno: se durante una discussione vediamo che l’argomento invece di essere collante del gruppo e delle singole coppie, tende a creare contrapposizioni pericolose soprattutto fra i coniugi, sappiamo smorzare i toni, chiarire e mediare le posizioni, affidando il giudizio al Signore e magari anche sdrammatizzando il tutto con un’affettuosa ironia.

 

La sintesi di queste riflessioni potrebbe essere il consiglio di fissare un tema per la Messa in Comune, un tema non pedissequo o inquisitorio: cosa hai fatto sul lavoro? E neppure troppo generico: cosa ti è capitato in questo mese? Ma un tema che esplori parti del nostro vissuto poco conosciute: raccontiamoci i Natali della nostra infanzia, chi ha bussato alla porta del nostro cuore?…   e non guasta se al tema diamo una forma nuova che incuriosisce e dà spazio all’interpretazione: dolce e amaro dell’ultimo mese, cosa sta sorgendo e cosa tramontando nella nostra vita, colori e grigi della nostra coppia….

 

Prima di avviarci alla conclusione e dopo tanti discorsi teorici, Giorgio vuol darvi una dimostrazione pratica di Messa in comune sul tema: i luoghi dei nostri ricordi.

 

Siamo giunti al termine della nostra relazione che ha cercato di toccare sia gli aspetti genericamente umani che quelli prettamente religiosi. Le nostre personali esperienze sono alla base di quanto vi abbiamo raccontato, ma non sempre sono messe in evidenza proprio per evitare di fornire ricette che hanno funzionato in alcuni contesti, ma che voi potreste essere costretti a rivedere, a ricreare e soprattutto non vorremmo proprio assumere l’aria dei Pierini venuti da Genova, quando sappiamo che a nostra volta abbiamo tanto da scoprire, tanto da migliorare.

 

Siamo profondamente grati a tutti voi per averci chiamati a fare questa Messa in Comune allargata, nella quale purtroppo però, contrariamente ai nostri consigli, ha parlato una coppia sola!

Grazie del vostro ascolto e della vostra attenzione e speriamo che il Signore ci conceda altri momenti di confronto, ma allora…. sarete voi a parlare!


[1]. Is 25,6

[2] Sal. 22,5

[3] “Il regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non vollero venire. …. Poi disse ai suoi servi: Il banchetto nuziale è pronto, ma gli invitati non ne erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze.…. Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava l’abito nuziale,  gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senz’abito nuziale? Ed egli ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti”. (Mt 22,2-14)

[4] Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: Vieni subito e mettiti a tavola? Non gli dirà piuttosto: Preparami da mangiare, rimboccati la veste e servimi, finché io abbia mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai anche tu? Si riterrà obbligato verso il suo servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”. ( Lc 17,7-10)

[5] Osservando poi come gli invitati sceglievano i primi posti, disse loro una parabola:  “Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più ragguardevole di te e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: Cedigli il posto! Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece quando sei invitato, và a metterti all’ultimo posto, perché venendo colui che ti ha invitato ti dica: Amico, passa più avanti. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato”. Disse poi a colui che l’aveva invitato: “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch’essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti”. (Lc 14,7-14)

[6] Ma il padre disse ai servi: …Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa.

Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. (Lc 15,22-32)

[7] Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù.  Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: “Non hanno più vino”. E Gesù rispose: “Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora”. La madre dice ai servi: “Fate quello che vi dirà”.  Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili. E Gesù disse loro: “Riempite d’acqua le giare”; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: “Ora attingete e portatene al maestro di tavola”. Ed essi gliene portarono. E come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l’acqua), chiamò lo sposo e gli disse: “Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono”. Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui. (Gv 2,1-11)

[8] Entrato in Gerico, attraversava la città. Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”. In fretta scese e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: “È andato ad alloggiare da un peccatore! ”. Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: “Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto”. Gesù gli rispose: “Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo; il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”.

[9] Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: “Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”. Ma Gesù le rispose: “Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta”. (Luca 19,38-42)

Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si    trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. Maria allora, presa una libbra di olio profumato  di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento. (Gv. 12,1-3)

[10] Il primo giorno degli Azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: “Dove vuoi che ti prepariamo, per mangiare la Pasqua? ”. Ed egli rispose: “Andate in città, da un tale, e ditegli: Il Maestro ti manda a dire: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”. I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua. Venuta la sera, si mise a mensa con i Dodici. (Mt 26,17-20)

[11] Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. Ed egli disse loro: “Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino? ”. Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: “Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni? ”. Domandò: “Che cosa? ”. Gli risposero: “Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l’hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevan detto le donne, ma lui non l’hanno visto”.

 Ed egli disse loro: “Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria? ”. E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: “Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino”. Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l’un l’altro: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture? ”. E partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone”.  Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane. (Lc 24,13-35)

[12] Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”. In fretta scese e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: “È andato ad alloggiare da un peccatore! ”. Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: “Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto”. Gesù gli rispose: “Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo;  il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”. (Lc 19,6-10)

[13]È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e hanno detto: Ha un demonio. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori. Ma alla sapienza è stata resa giustizia dalle sue opere”. (Mt 11,18-19)

[14]È venuto infatti Giovanni il Battista che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: Ha un demonio. È venuto il Figlio dell’uomo che mangia e beve, e voi dite: Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori. Ma alla sapienza è stata resa giustizia da tutti i suoi figli”. (Lc 7,10-11)

[15] Sul far della sera, gli si accostarono i discepoli e gli dissero: “Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare”. Ma Gesù rispose: “Non occorre che vadano; date loro voi stessi da mangiare”. Gli risposero: “Non abbiamo che cinque pani e due pesci! ”. Ed egli disse: “Portatemeli qua”. E dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci e, alzati gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli li distribuirono alla folla. Tutti mangiarono e furono saziati; e portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini. (Mt 14, 15 – 21)

Sbarcando, vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose. Essendosi ormai fatto tardi, gli si avvicinarono i discepoli dicendo: “Questo luogo è solitario ed è ormai tardi; congedali perciò, in modo che, andando per le campagne e i villaggi vicini, possano comprarsi da mangiare”. Ma egli rispose: “Voi stessi date loro da mangiare”. Gli dissero: “Dobbiamo andar noi a comprare duecento denari di pane e dare loro da mangiare? ”. Ma egli replicò loro: “Quanti pani avete? Andate a vedere”. E accertatisi, riferirono: “Cinque pani e due pesci”. Allora ordinò loro di farli mettere tutti a sedere, a gruppi, sull’erba verde. E sedettero tutti a gruppi e gruppetti di cento e di cinquanta. Presi i cinque pani e i due pesci, levò gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li dava ai discepoli perché li distribuissero; e divise i due pesci fra tutti. Tutti mangiarono e si sfamarono, e portarono via dodici ceste piene di pezzi di pane e anche dei pesci. Quelli che avevano mangiato i pani erano cinquemila uomini. (Mc 6,34-44)

Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: “Congeda la folla, perché vada nei villaggi e nelle campagne dintorno per alloggiare e trovar cibo, poiché qui siamo in una zona deserta”. Gesù disse loro: “Dategli voi stessi da mangiare”. Ma essi risposero: “Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente”. C’erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai discepoli: “Fateli sedere per gruppi di cinquanta”. Così fecero e li invitarono a sedersi tutti quanti. Allora egli prese i cinque pani e i due pesci e, levati gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò e li diede ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono e si saziarono e delle parti loro avanzate furono portate via dodici ceste. (Lc 9,12-17)

Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: “Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?”. Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva bene quello che stava per fare. Gli rispose Filippo: “Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo”. Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: “C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?”. Rispose Gesù: “Fateli sedere”. C’era molta erba in quel luogo. Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero. E quando furono saziati, disse ai discepoli: “Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto”. Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. (Gv 6,5-13)

[16] Ora, mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: “Prendete e mangiate; questo è il mio corpo”. Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: “Bevetene tutti,  perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati. (Mt 26,26-27)

Mentre mangiavano prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: “Prendete, questo è il mio corpo”. Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti.  E disse: “Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza versato per molti. (Mc 14,22-23)

Poi, preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: “Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo dopo aver cenato, prese il calice dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi”. (Lc 22,19-20)

[17] (Lc 14,13-14)

[18] Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena. (Mt 6,25-34)

[19] (Gv 11,5)

[20] Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere… Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo. (At 2,42-47)

[21] Il primo giorno della settimana ci eravamo riuniti a spezzare il pane e Paolo conversava con loro; e poiché doveva partire il giorno dopo, prolungò la conversazione fino a mezzanotte. Poi … spezzò il pane e ne mangiò e dopo aver parlato ancora molto fino all’alba, partì. (At 20,7-11)

[22] Finché non spuntò il giorno, Paolo esortava tutti a prendere cibo: “Oggi è il quattordicesimo giorno che passate digiuni nell’attesa, senza prender nulla. Per questo vi esorto a prender cibo; è necessario per la vostra salvezza… Ciò detto, prese il pane, rese grazie a Dio davanti a tutti, lo spezzò e cominciò a mangiare. Tutti si sentirono rianimati, e anch’essi presero cibo. (At 27,33-36)

[23] Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana – A Giampaolo Meucci 19.12.1952