Giornata di Ritiro Alessandria, 29.10.2000

"Far parte di... Partecipare a..."

di Carla e Antonello Famà

 

 

 
 

Alcuni modelli di Chiesa nella storia e nella teologia

 

1.   La storia della Chiesa affonda le sue radici in Gesù di Nazaret, nel suo messaggio, comunicato con parole ed opere e nella sua vita che vide nel sepolcro vuoto la straordinaria convalida del Padre, liberamente accettata dalle prime generazione dei cristiani. È nell’evento della risurrezione, fatto non ipotizzato dai seguaci di Gesù e che si presentava come novità assoluta e a rischio di rigetto, che unanimemente la prima comunità cristiana  riconobbe in Gesù il Signore: «Se nel tuo cuore credi che Dio ha risuscitato Gesù dai morti e con la tua voce dichiari che Gesù è il Signore, sarai salvato.» (Rm 10, 9).

Scrive Mircea Eliade: «L’arresto, il processo e il supplizio di Gesù valsero a disperdere i fedeli e poco dopo l’arresto, Pietro, il suo discepolo preferito, lo rinnegò tre volte. È certo che la predicazione di Gesù e, forse il suo nome stesso, sarebbero sprofondati nell’oblio, senza un episodio singolare e incomprensibile, al di fuori della fede: la resurrezione del giustiziato. La tradizione trasmessa da Paolo e dai Vangeli accorda un’importanza fondamentale alla tomba vuota e alle numerose apparizioni di Gesù risuscitato: qualunque sia la natura di queste esperienze, esse costituiscono la fonte e il fondamento del cristianesimo. La fede in Gesù Cristo risorto ha trasformato quel pugno di fuggiaschi demoralizzati in un gruppo di uomini risoluti e sicuri di essere invincibili; si potrebbe quasi dire che gli Apostoli hanno conosciuto – anch’essi – la prova iniziatica della dispersione e della morte spirituale, prima di rinascere a una nuova vita e diventare i primi missionari dell’Evangelo.»[1]

Possiamo quindi affermare con certezza che all’inizio del cristianesimo c’è la testimonianza/certezza che Gesù di Nazaret il crocifisso è stato risuscitato da Dio. Tale “confessione” fondamentale anche per chi oggi si dice cristiano, oggi come allora non può che essere accettata e “confessata” nella libertà. Come allora solo la fede nel Risorto diede significato al sepolcro vuoto, anche oggi solo la fede nel Risorto da significato alla testimonianza della prima comunità, tramandata, dalle chiese cristiane, fino ai nostri giorni.

 

**   La chiesa è comunità di testimoni del Cristo morto e risorto

Il Risorto oggi, come allora, non violenta la libertà degli uomini con prove di forza ma interpella, nella libertà, la fede degli uomini. A tale proposito può essere illuminante questa storielle rabbinica narrata dall’intellettuale ebreo Franz Rosenzweig: la leggenda narra di un fiume che scorre in terre lontane, un fiume talmente pio che durante il sabato cessava di scorrere. Se in luogo del Meno attraverso Francoforte scorresse quel fiume, senza dubbio tutti quanti gli ebrei di Francoforte osserverebbero scrupolosamente il sabato. Ma Dio non opera tali segni. Egli ha palesemente orrore della inevitabile conseguenza: che in tal caso proprio i meno liberi, i timorosi e i meschini diverrebbero i più pii. E, si sa, Dio vuole per sé soltanto uomini liberi.[2]

**      La chiesa è fatta da uomini liberi

 

2.    Al cap. 10 del vangelo di Matteo è riportato dall’evangelista quello che viene detto il discorso apostolico, nel quale Gesù istruisce i dodici circa le modalità per la proclamazione del suo messaggio. Centrale nella predicazione di Gesù, e centrale nella predicazione chiesta ai suoi discepoli, è l’annuncio della venuta del Regno. Gesù raccomanda che questo avvenga apertamente e senza timore: «quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio predicatelo sui tetti.» (Mt 10, 27).

Dopo lo sbandamento iniziale provocato dalla morte del maestro, la crocifissione non riuscì ad imporre il silenzio ai predicatori del Regno di Dio, ma Pietro, Giovanni e tutti i Dodici, Stefano e gli altri dei così detti “sette”, Giacomo e gli altri fratelli, tutti ebrei, tenendo fede al mandato del maestro, cominciarono a proclamare che il Regno annunziato era presente ed aperto a tutti, non solo agli ebrei. Inoltre, che la salvezza non consisteva più nell’osservanza scrupolosa  della Legge di Mosè ma nella ferma adesione a Gesù morto e risorto che glorioso, presto, sarebbe tornato.

Avrà così inizio il cristianesimo, o meglio i cristianesimi, perché da subito, la fedeltà al messaggio e la testimonianza della fede nel Gesù morto e risorto assumerà modalità diverse che, attraverso i secoli, daranno origine a chiese diverse.

Dobbiamo ricordare che la vita e l’attività di Gesù si muove quasi esclusivamente nel quadro della comunità e della religione ebraica, del suo tempo. Basandosi su questa constatazione, alcuni studiosi, hanno formulato la tesi che Gesù non avrebbe fondato nessuna chiesa: la sua chiesa era, di fatto, già Israele. La chiesa sarebbe nata dopo, quando, i primi cristiani e in particolare Paolo, forzando il messaggio di Gesù, entreranno in rotta di collisione e si separeranno da Israele. Questa tesi paradossale, di fatto, esagerando mette però in risalto una situazione reale: saranno, infatti, le circostanze successive alla resurrezione e all’azione degli apostoli e dei discepoli che, in alcuni gruppi in continuità in altri in aperta rottura con la comunità ebraica, sorgeranno le prime comunità che lentamente si renderanno totalmente autonome e originali. Questo passaggio dal piccolo gruppo ancora sostanzialmente legato al giudaismo a quella che possiamo definire la “grande chiesa” copre, grosso modo, l’arco di tre secoli e, tradizionalmente viene suddiviso in tre fasi:

*     la prima, che va dal 30 al 125 d.C. circa, si costituiscono le prime comunità cristiane e assistiamo a una rapida espansione e alla progressiva emancipazione dal giudaismo.

*     La seconda fase, dal 125 al 250 circa. In questo periodo assistiamo al passaggio da quella che possiamo definire una struttura settaria al costituirsi della Chiesa. Sempre più numeroso e diffuso nelle varie zone dell’impero, il cristianesimo assumerà dimensioni di massa e, sempre di più influenzato dalla cultura ellenistica, si presenterà con molteplici volti. Sorgono le prime eresie e si delinea il sorgere di quella che sarà l’ortodossia.

*     È nel corso del III secolo che si consolida il processo di omogenizzazione dottrinale risposta, obbligata, al consolidarsi delle multiformi tradizioni e, in particolare, al rafforzarsi di quelle posizioni che prenderanno la forma di eresia. Il costituirsi del canone scritturistico, l’affermarsi di un credo comune, di una liturgia comune, incentrata in particolare sul battesimo e sull’eucarestia, l’attestazione del “primato romano”, sono il segno più evidente di questo processo.

 

3.   Gli Atti degli Apostoli, opera composta dal Luca, autore del terzo vangelo, attorno all’80, quando la grande stagione della chiesa delle origini si avviava a conclusione, sono l’unica fonte per ricostruire la storia della comunità cristiana prima del 70. Questo testo, ritenuto dai cristiani ispirato e quindi inserito nelle Scritture, pone l’inizio dell’avventura bimillenaria della chiesa il giorno di Pentecoste dell’anno 30. (At 2, 1- 13)

Questo importante fatto, descritto secondo i canoni delle solenni teofanie del Primo Testamento, visto in modo unanime dalle varie tradizioni cristiane come evento “fondante” della prima comunità cristiana, non è certo di facile lettura, lo stesso Luca sottolinea la meraviglia e la perplessità dei presenti; l'intuizione più evidente del racconto tende a mostrare come la venuta dello Spirito Santo abbia dato agli apostoli la capacità di annunciare il vangelo di Cristo a tutti gli uomini. Perciò la Pentecoste è assunta come data di inizio della chiesa di Cristo.

Lo storico Micea Eliade ci ricorda che le epifanie ignee dello Spirito divino costituiscono un tema noto nella storia delle religioni ma, afferma, che il contesto della Pentecoste mira una finalità più precisa: «il vento impetuoso, le lingue di fuoco e la glossolalia ricordano alcune tradizioni ebraiche a proposito della teofania del Sinai; in altri termini, la discesa dello Spirito Santo viene interpretata come una nuova rivelazione di Dio, analoga a quella del Sinai. Nel giorno della Pentecoste nasce la Chiesa cristiana: solo dopo aver ricevuto lo Spirito Santo gli Apostoli cominciarono la predicazione del Vangelo e compirono “prodigi e segni” (At 2, 43).»[3]

 

Come abbiamo già rilevato e come possiamo desumere dalla testimonianza di Luca, i primi aderenti al movimento di Gesù erano tutti ebrei. L’autore degli Atti ci presenta all’inizio una prima comunità a Gerusalemme, guidata dai Dodici, ricostituiti nel numero dopo aver sostituito Giuda, morto suicida, con Mattia (At 1, 15-26). Assistiamo subito ad una notevole crescita del gruppo che presto raggiunge alcuna migliaia di aderenti: «Molti però di quelli che avevano ascoltato il discorso credettero e il numero degli uomini raggiunse i cinquemila.» (At 4, 3)

L’irenica descrizione che Luca fa della prima comunità (At 2, 42 – 48), descrizione più ideale che reale, non tace i diversi gruppi presenti in essa. Infatti troviamo all’interno della prima comunità due gruppi distinti: gli ellenisti:  cioè Giudei provenienti dalla diaspora, ellenizzati per lingua e costumi, questi convertitosi al cristianesimo non tenevano in grande considerazione il culto al Tempio e gli ebrei cioè Giudei di lingua e costumi ebraici, questi più conservatori e legalisti e malgrado la loro fervente attesa della parusia, seguivano fedelmente il codice giudaico delle prescrizioni rituali.

Non abbiamo molte informazioni sulla prima evangelizzazione, sembra però certo, secondo lo schema proposto da Luca, che i primi missionari si rivolgevano da prima ai Giudei e, solo dopo essere stati respinti da questi, ai pagani. Il rivolgersi ai pagani deve aver causato non pochi contrasti, infatti, è interessante osservare come Luca narri che Pietro si convinca della liceità di battezzare Cornelio, un centurione “timorato di Dio” che viveva a Cesarea, solo dopo un deciso e molteplice intervento dello Spirito con visioni ed apparizione angeliche, così che nessuno poteva mettere in discussione la liceità di tale atto (At 10, 1 – 48).

L’importanza dell’attività missionaria, il crescente numero dei membri della comunità impone il sorgere delle prime misure organizzative, quindi agli apostoli, che dovevano essere lasciati liberi nel loro compito di predicazione missionaria, furono affiancati sette uomini, detti diaconi, col compito di organizzare il servizio alle mense, l’assistenza ai poveri, aiutare nell’attività pastorale gli apostoli (At 6, 1 – 7).

Da un punto di vista sociologico possiamo notare che:

*     La storia della comunità primitiva è una storia inserita nell’ambiente ebraico: sono tutti ebrei di nascita nell’ambito ellenistico-palestinese;

*     come composizione sociale la comunità è storia di ceti inferiori: gente comune, normalmente al margine della storia;

*     contro la convenzione del tempo, ci troviamo di fronte ad un gruppo non composto da soli uomini ma anche da donne, che stando alle testimonianze degli Atti avevano un ruolo non marginale nel movimento.

 

4.    Dobbiamo ora domandarci ma quale era il clima spirituali della comunità apostolica? Basandoci sulle varie ricerche storiche possiamo affermare con sicurezza che ci troviamo di fronte a quello che possiamo definire un clima di tipo apocalittico o meglio escatologico: ad un gruppo che aspettava come imminente la fine dei tempi. Come sottolinea Hans Küng, ai primi cristiani interessava l’avvenire, ma non nel senso di futuro, cioè come qualcosa che si sviluppa dal basso, dall’uomo e dal mondo, me come avvento, cioè come qualcosa che proviene , che irrompe dall’alto, che parte da Dio[4]. I primi cristiani, d'altronde, vedevano la resurrezione di Gesù e l’esperienza della discesa dello Spirito Santo a Pentecoste come una prima realizzazione di questa attesa.

Inoltre ci troviamo di fronte ad una comunità che avendo accolto Gesù come il vero Messia era convinta che ben presto tutto Israele avrebbe accettato questa “buona novella”; ecco quindi che l’intera vita della comunità è centrata attorno alla proclamazione che Gesù il crocifisso è stato da Dio risuscitato. Gesù è «la pietra che, scartata da voi, costruttori, e diventata testata d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati.» (At 4, 11 – 12).

Assistiamo quindi ad un mutamento: dalla predicazione teocentrica di Gesù sul Regno di Dio passiamo alla predicazione cristocentrica di Gesù in quanto Cristo. I cristiani si proclamano quindi credenti in Cristo, tale convinzione è ben sintetizzata dai primi brevi simboli dell’antica fede delle comunità cristiane.

Questa vita cristiana è segnata anche da due, fondamentali, cerimonie di culto: il battesimo e l’eucarestia.  

5.    Ben presto le diverse modalità di porsi della prima comunità cristiana nei confronti del giudaismo ufficiale provocano i primi conflitti. Fu in particolare la dura critica portata dal gruppo degli ellenisti alla Legge mosaica e al Tempio di Gerusalemme, causa della prima “persecuzione” da parte delle autorità giudaiche. L’aumento delle ostilità obbligò gli ellenisti a fuggire da Gerusalemme; da ciò scaturì quello che fu l’evento decisivo del primo cristianesimo, cioè la missione ai pagani e la nascita della comunità di Antiochia. Schematizzando possiamo dire che due furono i punti di rottura:

*     Il messaggio evangelico non è legato a Gerusalemme. A questo proposito è illuminate la dura requisitoria di Stefano, il capo dei “sette” e protomartire; l’ardito discorso e la sua azione furono causa della sua lapidazione (At 6-7)

*     Per diventare discepolo di Gesù non è necessario farsi giudeo. Significativi tre episodi:

a.   il già ricordato episodio della conversione del centurione Cornelio.

b.   L’aumento dei paganocristiani e il consolidarsi della comunità di Antiochia. Ricordo che proprio ad Antiochia i discepoli di Cristo ricevono il nome di cristiani, fatto significativo nel delineare l’avvenuta distinzione di questo gruppo dagli altri gruppi ebraici. Questa comunità diventerà, con Barnaba e Paolo il punto di partenza per l’evangelizzazione dell’impero (At 13-14).

                  Sempre Antiochia fu teatro dell’esplosione della disputa sulla circoncisione (At 15, 1-4)

c.   Quello che viene ricordato come il “Concilio” di Gerusalemme (At 15): si svolse  probabilmente nel 49 e, nonostante i toni smorzati di Luca, emerge chiaramente quanto fosse lacerante, all’interno delle comunità cristiane, la questione del rapporto col giudaismo e il problema dell’abbandono dell’osservanza della legge. L’accordo raggiunto fu un compromesso: i paganocristiani erano liberi, in linea di principio, dall’osservanza della Legge mosaica, e quindi anche dalla circoncisone.

 

 

6.   La cacciata degli ellenisti da Gerusalemme non pone fine alle persecuzioni della comunità cristiana, ormai composta principalmente dai gruppi di giudeocristini li rimasti, nonostante il sincero tentativo, di questi, di conciliare rispetto della Legge mosaica e sequela di Cristo. Capo della comunità era Pietro detto «la roccia», non dobbiamo dimenticare che Gerusalemme era il luogo principale e la comunità madre della prima cristianità; accanto a lui emergono presto altri, in particolare altri due apostoli: Giovanni e Giacomo. L’arresto e la, miracolosa, fuga di Pietro e l’uccisione di Giacomo (At 12, 3-7), per volere del re Agrippa, testimonia che anche la comunità dei giudeocristiani andava assumendo posizioni ritenute eretiche dai Giudei.

Al ritorno di Pietro, dopo la morte di Agrippa, la leadership sarà assunta da Giacomo detto “il fratello di Gesù”, posizione che mantenne e rafforzò dopo la partenza di Pietro per l’altro luogo, forse Roma.

L’uccisione di Giacomo, avvenuta probabilmente nel 62 con la condanna a morte per lapidazione, perché accusato, dal sinedrio sotto la giuda del sommo sacerdote sadduceo Anna II, di gravi delitti contro la religione, dimostra il crescente stato di persecuzione che culminerà, dopo il 70, con l’esplulsione dei giudeocristiani dalla sinagoga e quindi al definitivo distacco.

**     La Chiesa nasce plurale

 

7.   L’irruzione di Paolo sulla scena del nascente cristianesimo risulterà essenziale per i suoi sviluppi: non solo, Paolo, sarà un eccezionale testimone della fede in Cristo, morto e risorto, ma il suo contributo risulterà fondamentale per il definirsi della formulazione del cristianesimo e la nascita della “grande chiesa”.

Poniamoci una domanda: in che cosa consiste la novità dell’irruzione di Paolo? Qual è la responsabilità di Paolo? Lo storico Lupieri ci fa osservare che : «la novità dirompente dell’interpretazione paolina del cristianesimo fu costituita dal portare alle conseguenze logiche, ma estreme, alcune potenzialità insite nel nuovo messaggio cristiano, una volta che fosse accettata come reale la risurrezione del profeta di Nazaret.»[5] 

È con Paolo che non il giudaismo ellenistico, nonostante il suo monoteismo universale e la sua intensa missione tra i pagani, ma il cristianesimo diventa una religione universale dell’umanità. Infatti, come suggerisce il teologo Hans Küng [6]:

*     con Paolo la missione cristiana ha avuto uno strepitoso successo;

*     per opera sua essa ha trovato un nuovo linguaggio di freschezza originaria, di energia immediata e di appassionata sensibilità;

*     per opera sua la comunità di ebrei palestinesi ed ellenisti è diventata una comunità di ebrei e pagani;

*     per opera sua la piccola “setta” ebraica si è alla fine sviluppata come una “religione mondiale”.

Dobbiamo, inoltre, constatare che la sua azione e il suo pensiero sono essenziali per comprendere la futura teologia dei padri greci e latini, la cultura cristiano-ellenistica e la successiva teologia cristiana in particolare Agostino, Lutero e Barth.

Nonostante la “centralità” dell’opera e del pensiero di Paolo non è però accettabile la teoria, che sulla scia del filosofo Nietzche [7], afferma che Paolo è il vero fondatore del cristianesimo, in quanto una sorta di “paolinismo” sostituì il primitivo cristianesimo. Tale teoria non è sostenibile perché il Risorto apparso a Paolo era lo stesso Gesù della storia, morto e risorto, nel quale i primi seguaci ebrei avevano riconosciuto e proclamato il Cristo, il Messia. All’origine della predicazione di Paolo troviamo quindi lo stesso Gesù testimoniato e proclamato dagli apostoli. È, quindi, a partire dagli apostoli che prende forma la consapevolezza che in Gesù, riconosciuto come Signore e Figlio di Dio, il regno di Dio, predicato dal Nazareno,  aveva preso corpo nella storia, apportando la salvezza. Su tale annuncio si fonda la Chiesa.

**       La Chiesa si propone come portatrice di un messaggio di salvezza per tutte le genti.

 

8.    È dalla fine del I° secolo che compare, quella che con un concetto storiografico viene detta, la “Grande Chiesa”, cioè una realtà emergente dal cristianesimo primitivo dalla quale si svilupperà, in seguito, la chiesa dell’ortodossia contrapposta e separata dalla comunità eterodosse. Come ricorda Luperi da un punto di vista storico «ortodossia» è la linea teologica vincente, mentre «eterodossia» o «eresia» è ogni linea teologica minoritaria o sconfitta[8]. Mentre da un punto di vista teologico per «ortodossia» si intende la retta dottrina: è quindi ortodosso chi permane nella retta professione di fede, mentre è eretico o eterodosso chi, in vario modo, si allontana. È in tale contesto che  individuiamo il sorgere degli antecedenti del magistero, infatti, fu proprio la prese di coscienza del valore della tradizione risalente agli apostoli che indusse la chiesa primitiva a procedere all’istituzione dei presbiteri-episcopi. Troviamo testimonianza di ciò già nelle lettere pastorali. Una corrente storico-esegetica, prevalentemente di ispirazione protestante, ha voluto vedere in questo inizio di istituzionalizzazione l’avvio di un processo di “deformazione cattolica”, giudicandolo un inquinamento del messaggio originale, e denominandolo «protocattolicesimo» (Frühkatholizismus).

Fra la fine del I e il III secolo, avremo il definirsi di tre elementi fondamentali per la piena formazione della chiesa cristiana:

*     L’organizzazione e il rafforzamento delle strutture ecclesiastiche, reso necessario dal confronto/scontro con le eresie del II sec.

La semplice strutturazione della comunità primitiva attorno alla figura dell’apostolo e alla presenza di figure particolari, spesso carismatiche come predicatori itineranti e profeti, vede presto comparire la figura dei presbiteri e di vescovi sedentari. La morte degli apostoli e dei testimoni oculari rese necessaria l’elaborazione di modalità per poter mantenere fedelmente inalterato il deposito della loro fede. A partire dalla fine del I secolo la preminenza del vescovo si impose progressivamente e si costituisce il collegio dei presbiteri. L’autorità del vescovo si basa sul principio di legittima successione apostolica che rappresenta una garanzia di fedeltà a ciò che essi ricevettero in deposito; infatti, funzione primaria del vescovo è quella di essere custode, protettore del vangelo.

Già prima dell’inizio del III secolo, proprio sulla base dell’importanza della successione apostolica, emerge la questione del ruolo particolare del vescovo di Roma, che risale per successione fino a Pietro e Paolo, considerati le “colonne” della Chiesa. Significativo a tale proposito, quanto scrive, attorno al 185 d.C., nella sua opera Adversus haereses, il vescovo di Lione, Ireneo: «A questa chiesa [di Roma], a motivo della sua preminenza più  rilevante, occorre che faccia riferimento la chiesa, vale a dire tutti i credenti da ogni parte, in quanto in essa da sempre fu conservata la tradizione apostolica da parte di coloro che da ogni parte provengono» (3,2).  E dopo aver enumerato i vescovi romani fino ad Eluterio (174-189) prosegue con queste parole: «In questo ordine e attraverso questa successione sono pervenute fino a noi la tradizione che è nella Chiesa a partire dagli apostoli, e la predicazione della verità. Ed è questa una prova assai completa che è una e sempre la stessa questa fede vivificatrice che nella Chiesa, a cominciare dagli apostoli, si è conservata fino ai nostri giorni e si e trasmessa nella verità. » (3,3,3).

*     La fissazione della confessione di fede. Sin dall’inizio abbiamo la presenza di bervi formule, detti “simboli”, che ben sintetizzavano la fede della prima comunità cristiana e che venivano usate nella pratica battesimale e nella catechesi. Ma ben presto le prime semplici formule non consentivano più di riassumere l’intero insegnamento della chiesa, che si andava meglio delineando, anche in reazione alle prime eresie cristologiche e trinitarie.  Risulta, quindi, molto importante la formulazione del credo che sin  dal II secolo sarà articolato in tre articoli, ciascuna con struttura ternaria:

·        credo in Dio, Padre, Onnipotente,

·        credo in Gesù Cristo, suo Figlio Unico, nostro Signore,

·        credo nello Spirito Santo, nella Santa Chiesa, nella resurrezione della carne.

*     Ultimo elemento ma fondamentale fu la formazione e la canonizzazione delle Sacre scritture, che saranno la base per regolare la fede e la vita delle comunità. La formazione dei testi, tutti in lingua greca, è già completa agli inizi del II secolo; agli inizi del III secolo abbiamo le prime traduzioni in latino, copto e siriaco. La definitiva fissazione canonica avverrà più in là nel tempo, però già verso il 200 abbiamo un canone fissato dalla Chiesa di Roma: il «canone di Muratori», dal nome dello studioso che lo ha ritrovato nel XVIII secolo.

 

9.   Con Costantino si realizza un nuovo rapporto fra stato e chiesa che vedrà, nel giro di pochi anni passare il cristianesimo da religione permessa a religione favorita e infine, con una serie di decreti emanati da Teodosio I fra il 380 e il 392, a religione esclusiva dell’impero.

 

La trasformazione del cristianesimo in religione di stato ebbe come effetto il riconoscimento di una catholica ecclesia, di una chiesa universale e come conseguenza il costituirsi di un particolare intreccio tra chiesa e stato, che inaugurò un periodo che si suole chiamare l’era costantiniana. Caratteristica sarà il tentativo, mai pienamente realizzato, di costruire uno stato cristiano nel quale: da una parte le leggi civili recepiscono le norme fondamentali del cristianesimo e proteggono le regole religiose ed ecclesiastiche, dall’altra le gerarchie ecclesiastiche, attraverso la legittimazione religiosa dei comportamenti politici, garantiscono la subordinazione e il consenso ai governati.

L’impero diventa per i cristiani, e lo sarà per oltre un millennio, la forma ideale di stato e la forma ideale di società, sarà quella permeata integralmente dal cristianesimo; tale concezione prenderà il nome di “cristianità”.

 

Modelli ecclesiologici

 

Nella storia della chiesa e presenti ancora oggi, abbiamo vari modelli che illustrano diversi modi di concepire, o meglio di autoconcepirsi della chiesa; questi esprimono varie ecclesiologie.

Il primo modello è quello che possiamo sintetizzare con la formule: Chiesa come civitas Dei. Questo modello propone una chiesa rivolta quasi unicamente verso l’interno; concepisce la chiesa come unica ed esclusiva portatrice di salvezza; la chiesa, o meglio la chiesa cattolica, è l’unica che attualizza il gesto redentore di Gesù per mezzo dei sacramenti, della liturgia, dell’organizzazione parrocchiale. Propone una concezione clericale, nel senso che senza il clero niente di decisivo può avvenire nella comunità. I rapporti col mondo sono recepiti unicamente entro la categoria di conversione. L’ecclesiologia che ne scaturisce è quella della chiesa-società-perfetta. Questo modello ecclesiologico, dominate per molti secoli, è stato superato dal concilio Vaticano II.

 

Un secondo modello è quello che possiamo definire della Chiesa come mater et magistra. In questo secondo modello la chiesa emerge come madre e maestra: su tutte le questioni possiede un insegnamento che è desunto dal proprio depusitum, costituto dalle Scritture, dalla tradizione, dall’insegnamento del magistero e dal particolare modo di leggere la “legge naturale”. È una chiesa che si fa presente nel mondo mediante patti con lo Stato che provvede a tutte le necessità della chiesa e ne garantisce il funzionamento. Sintetizzando possiamo dire che è un rapporto fra due gerarchie: quella civile e quella religiosa. Nei rapporti con gli ultimi, con i dimenticati della terra, con i poveri è una chiesa per: una chiesa per i poveri, non una chiesa con i poveri e dei poveri.

Volendo schematizzare questi primi modelli possiamo procedere così:

 

Dio


Cristo

Apostoli


(Papa) Vescovi


Preti


Fedeli

In questa concezione, il fedele non ha niente, ha solo in diritto di ricevere.

I clero è fattore di tutto: vescovi e preti producono i valori religiosi, il popolo, passivamente li consuma. Ha uno stile monarchico e piramidale.

 

Il terzo modello è quello che fu elaborato dal Vaticano II, frutto di un profondo rinnovamento teologico e di una nuova concezione di prassi ecclesiale, possiamo definirlo in un espressione: Chiesa come sacramentum salutis. La chiesa viene rappresentata come sacramento di salvezza universale; non c’è contrapposizione col mondo, la realtà va pensata in termini di mysterium salutis e di universalità dell’offerta di salvezza; la chiesa è il momento di condensazione e di celebrazione della salvezza universale del Cristo. Quindi è una chiesa che si universalizza, si modernizza nella sue strutture, si secolarizza semplificando la liturgia, adeguando i simboli al linguaggio e allo spirito del tempo. In un certo senso è una chiesa che si mondanizza; il suo rapporto col mondo è di compagnia, ma è anche una chiesa che riscopre la forza della profezia, è una chiesa che denuncia gli abusi del sistema capitalistico, del liberismo esasperato, dell’idolatria del mercato, dell’emarginazione del popolo.

 

Negli anni ’60 del secolo scorso, sulla scia del Vaticano II, ci troviamo di fronte al delinearsi di un quarto modello che possiamo dire: la chiesa a partire dai poveri. Il modello è frutto dell’elaborazione della teologia della liberazione e della prassi ecclesiale della chiesa latino-americana, che preso atto dei “demoniaci” meccanismi di sfruttamento esistenti si rende conto che la salvezza, o meglio la liberación, non può essere concepita unicamente come liberazione dal peccato ma deve essere perseguita anche come liberazione dai meccanismi di oppressione economico-politici. Si attua il passaggio dal religioso al politico, non nel senso che la comunità parrocchiale diventa una cellula politica, ma nel senso che senso che la comunità diventa il luogo dove si giudicano eticamente, alle luce della Parola di Dio e degli insegnamenti della chiesa, le azioni umane. Ne consegue che le comunità cristiane diventano il luogo, la forma nuova e originale di vivere la fede cristiana. In questa visione ecclesiale assistiamo ad una nuova distribuzione dei ministeri, fra clero e laici; le categorie ecclesiologiche portanti sono quelle di Popolo di Dio, di Koinonia, di profezia, di diakonia. Fondamentale è quella che viene detta, e che sarà ripresa con forza da Giovanni Paolo II, l’opzione fondamentale per i poveri: non è più una chiesa per i poveri, ma una chiesa dei poveri e con i poveri. In questa concezione la chiesa gerarchica non è abolita ma riprende la sua struttura evangelica di puro servizio interno alla comunità dei credenti.

Volendo schematizzare i due ultimi modelli possiamo procedere così

Cristo – Spirito Santo


Comunità – Popolo di Dio


(Papa) Vescovi – preti – ministri

In questa concezione è prioritario l’aspetto comunitario, la chiesa, la comunità viene prima. Tutti i servizi sono dati dal Popolo di Dio (laici, preti, vescovi), nel Popolo di Dio e per il Popolo di Dio. Lo stile è quello fraterno comunitario.

  Carla e Antonello Famà



[1] Mircea Eliade, Storia delle credenze e della idee religiose. Da Gautama Buddha al trionfo del cristianesimo, Vol. II, Firenze, Sansoni, 1982, pp. 337-338.

[2] Franz Rosenzweig, La stella della redenzione, Casale Monferrato (AL), Piemme, 1985, p. 286.

[3] Mircea Eliade, op. cit., p. 344.

[4] Cfr.: Hans Küng, Cristianesimo, Milano, Rizzoli, pp. 78-79.

[5] G. Filoramo, D. Menozzi (a cura di), Storia del Cristianesimo. L’Antichità, Roma-Bari, Laterza, 1997, pp. 102-103.

[6] Hans Küng, Grandi pensatori cristiani, Milano, Rizzoli, 1999, p. 19.

[7] È in particolare nell’opera L’Anticristo che Nietzsche sostiene la teoria che il “vero” fondatore del cristianesimo sia stato Paolo. Friedrich Nietzsche, L’Anticristo. Maledizione del cristianesimo, Milano, Adelphi, 1977.

[8] G. Filoramo, D. Menozzi (a cura di), Storia…, p. 106.

inizio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Movimenti come risveglio e rinnovamento della vita ecclesiale

 

 

1.      Alcune considerazioni generali.

 

Col termine movimento si indica, sociologicamente, quella specifica forma di comportamento collettivo che vede mobilitate determinate masse e gruppi sociali dall’intento di produrre un mutamento dell’ordine sociale esistente.

Ogni movimento quindi

*      Si riconosce in una particolare ideologia,

*      in determinai valori,

*      in una specifica concezione della realtà, che si sforza di realizzare nella società attraverso forme di azione        sociale (quando ci troviamo di fronte a movimenti politici è opportuno usare la categoria di lotte),

*      di organizzazione,

*      di pratiche di vita.

 

Tra le caratteristiche di ogni movimento emergono:

1.      la coscienza di essere portatore di un progetto e di valori diversi da quelli esistenti e, quindi, di dover rompere una situazione cristallizzata, l’equilibrio di uno staus quo.

2.      La presenza di una solidarietà e di un sistema integrato di relazioni tra i soggetti.

 

Dal punto di vista sociologico il movimento si fonda o su una concezione di classe o sulla condivisione di una situazione di marginalità o di dipendenza o su una comune esperienza o credenza (politica, religiosa …) che distingue e per certi versi contrappone i soggetti alla società globale e ai gruppi in essa dominanti (Franco Garelli).

 

Sono varie le modalità di formazione di un movimento, per comprendere i complessi meccanismi, grande importanza riveste quella che il sociologo Alberoni [1] chiama “stato nascente”. Esso rappresenta quel particolare tipo di condizione o esperienza che si contrappone a quella quotidiana e che è alla base del sorgere di nuovi gruppi che si diversificano rispetto alle strutture consolidate di una società.

Alberoni osserva che in questo caso il gruppo appare «discontinuo rispetto all’assetto istituzionale e alla vita quotidiana; aggregato da una comune esperienza di privazione o di marginalità sociale o da una condizione che si pone di fatto in antagonismo rispetto alla società dominate; caratterizzato da una tensione utopica a sostegno della propria azione e collocazione e da una forma di solidarietà particolare; interpretato e coordinato da una leadership a cui compete la funzione di mediazione tra le diverse tendenze del gruppo. Lo sbocco del gruppo allo “stato nascente” è il movimento e successivamente lo stesso processo di istituzionalizzazione nel tentativo di tradurre e consolidare nel quotidiano i suoi caratteri specifici. Nato in contrapposizione al quotidiano e alla struttura, il movimento tende a diventare esso stesso istituzione, con le inevitabili conseguenze di “normalizzazione” e “burocratizzazione” delle credenze, dei valori, dell’organizzazione».

 

2.  Movimenti ecclesiali.

Penso che il XX secolo, per la Chiesa, passerà  alla storia come il secolo dei movimenti ecclesiali e in particolare come il secolo dei movimenti ecclesiali laicali. Nella storia della chiesa abbiamo trovato vari movimenti di rinnovamento/contestazione; proviamo ad analizzarne alcuni.

 

2.1.  Il monachesimo.

 Il radicale cambiamento dei rapporti fra impero e chiesa, l’evangelizzazione estensiva del cristianesimo, provocò un inarrestabile processo di mondanizzazione della chiesa come reazione a tale processo nasce una delle forme più vive di tentativo di riforma della chiesa: il monachesimo.

Il Monachesimo, dal gr. mònachos, derivato da mònos, solo, è un fenomeno religioso di grande importanza e di vasta estensione nel tempo come nello spazio, presente non solo nel cristianesimo. Anche se sembra non manchino anche nei primissimi tempi cristiani spinte alla scelta di una vita monastica, il monachesimo cristiano nasce in Egitto con Antonio, detto Magno, vissuto intorno al 300, che si ritirò nel deserto per praticarvi in pieno i consigli evangelici di povertà, di abbandono del mondo e di mortificazione della carne. Questa forma di isolamento in luoghi deserti prese il nome di anacoretismo, dal greco anachorè , ritirarsi. Presto l’esempio di Antonio fu seguito da gruppi di eremiti o anacoreti che ne seguivano le norme di vita e ne emulavano le pratiche ascetiche.

La vita monastica, però, non si esprime unicamente secondo la modalità eremitica ma, nel cristianesimo come in altre religioni prende anche, e nella storia del monachesimo occidentale è quella prevalente, forma cenobitica, dal gr. koinòs, comune, e bìos, vita, una forma di vita monastica che senza rinnegare il meglio del fenomeno eremitico tiene conto delle esigenze di vita associata.

Sintetizzando possiamo dire che fin dalle origini tre sono le vie  principali della vita monastica:

1.      eremitismo assoluto, con la scelta di una vita in totale solitudine;

2.      cenobitismo, con la scelta di vita in comune sotto regole più o meno codificate;

3.      eremitismo con momenti di cenobitismo.

Il primo maestro che codificò un progetto di vita in comune fu Pacomio (Egitto 292-346): sotto il suo insegnamento i monaci si riunivano sotto l’autorità d’un padre e maestro, l’abate, da cui accettavano le norme ascetiche, fissate in una regola, e praticando la vita comune, che riguardava la preghiera, il pranzo e il lavoro. Il monastero si presentava così come la palestra ideale del monaco, il luogo ove egli poteva, sotto la guida del padre, e insieme con i fratelli, praticare le virtù cristiane, e soprattutto quelle della povertà e dell’obbedienza.

Il Monachesimo conobbe una considerevole diffusione, grazie soprattutto alla Vita di Antonio, opera agiografica scritta dal battagliero Atanasio e poi all’azione di Basilio Magno, da considerarsi, il vero organizzatore del Monachesimo orientale.

In Occidente il monachesimo incontrò difficoltà per la sua diffusione, all’inizio, anche se non mancarono esempi di vita ascetica. Come abbiamo già accennato fu preferito il monachesimo di forma cenobitica e fu attorno alla figura di grandi vescovi, come Ambrogio, Agostino, Martino di Tour che sorgono le prime comunità.

Verso i secc. VI-VII, sotto l’influenza di Cassiano, si venne formando in Irlanda un movimento monastico che ebbe eccezionale diffusione anche nell’Europa occidentale, fondamentale fu l’opera di Colombano. Ma la figura che esercitò un influsso decisivo per la diffusione del monachesimo in Occidente e, che ha ragione, ne è considerato il padre è Benedetto da Norcia (Norcia ca. 480- Cassino 547)

Benedetto, riprendendo gli insegnamenti fondamentali di Cassiano e di Basilio, seppe ricondurli alle esigenze profonde della mentalità latina, cercando d’esaltarne i pregi e di correggerne i difetti. Così, contro le stranezze di monaci vaganti senza legge, esaltò e affermò la validità della regola, che egli indicò come la norma, che consentiva di militare per Cristo sotto la guida dell’abate; questi poi è considerato padre dei suoi monaci, ma anche capo di tutta quella organizzazione sociale ed economica che è il monastero. Inoltre al vagabondaggio egli contrappose la dura norma della stabilitas, per cui il monaco deve rimanere nella sua sede, senza allontanarsene, se non nei casi di forza maggiore e quando non sia possibile diversamente. Infine, pur lasciando largo tempo alla preghiera, Benedetto affermò la dignità del lavoro, come fuga dell’ozio e mezzo d’ascesi. Prescrivere per i monaci il lavoro manuale, pur considerandolo come forma di penitenza e mezzo per resistere alle tentazioni del demonio, e dare uguale peso alla vita attiva e a quella contemplativa, fu un novità assoluta che ribaltava l’esaltazione dell’idea dell’otium e la conseguente visione degradante del lavoro manuale, ereditata dall’aristocrazia romana, inoltre, riabilitava la vita di lavoro tipica dei contadini, duramente bistrattata dalla cultura barbarica che esaltava la vita militare e, infine, riabilitava l’idea dell’azione messa, spesso in discussione, da un radicale lettura dell’evangelo che esaltava la provvidenza che sfama gli uccelli del cieli e veste i gigli del campo.

 

2.2. movimenti ereticali e ordini mendicanti.

Il movimento di riforma ecclesiastica dell’XI secolo (la riforma gregoriane) aveva avviato processi di chiarificazione, di formalizzazione e di distinzione sul piano istituzionale, mentre sul piano religioso e morale non era stato altrettanto efficace. La questione fu posta con toni radicali dal movimento dei patarini. La pataria era un movimento riformatore sorto a Milano all’inizio della seconda metà dell’XI secolo. Composto da elementi laici sostenuti dei monaci vallambrosiani e da elementi del clero di provata ortodossia questi, sollevatosi contro il clero, e in particolare l’alto clero, simoniaco e concubino, negavano il valore dei sacramenti somministrati da quei “cattivi chierici” e pretendevano che facessero penitenza e rinunciassero alla loro cariche, asserendo, quindi,  coerenza fra formulazioni teoriche e azioni pratiche.  Tolto alcuni eccessi il movimento della pataria non ebbe alcunché di eterodosso. La reazione della gerarchia ecclesiastica di fronte all’aumento di protagonismo e di presa di coscienza del laicato col secondo concilio lateranense, del 1116, fu un rafforzamento del concetto di sacerdozio,  affermando che la potenza del sacerdozio era segno della potenza di Dio in terra. Questo atteggiamento è alla base di una serie di movimenti ereticali che si formano a partire dal XII secolo. Tra questi è da ricordare Arnaldo da Brescia che portò alle conseguenze più radicali le posizioni dei patarini; la sua predicazione di contenuto prevalentemente ascetico si rivolse contro il clero mondano e, in particolare, contro il potere temporale del papa. Morì impiccato a Roma nel 1155. 

Ma la minaccia più grande all’ortodossia della cristianità romana fu portata dal catarismo: movimento nel quale confluirono molte correnti ereticali del XI secolo che si caratterizzavano per una forte tendenza anticlericale e antisacramentale. Pur differenziandosi sul piano dottrinale, tutte le chiese avevano in comune  precetti di vita, di morale e i riti. Ben organizzati e ben diretti, nonostante le divergenze interne, si presentarono come precisa alternativa alla chiesa ufficiale, accusata di corruzione. Di fronte alla minaccia catara, la chiesa cattolica non esitò a ricorrere all'appoggio della forza politica, ma lo strumento di lotta più efficace contro l'eresia fu rappresentato dai nuovi Ordini dei domenicani e dei francescani.  L'opera di predicatori e minori fu più efficace della stessa Inquisizione organizzata verso il 1230 per la ricerca e la punizione degli eretici.

Non possiamo non considerare le radicali trasformazioni sociali imposte dal fenomeno dell’urbanizzazione che si consolida a partire dal XII secolo; lo sviluppo urbano impone una nuova divisione del lavoro, il diffondersi dell’economia monetaria, una società articolata in nuove classi: manuali-artigiani e la borghesia, emergente nuova classe dominate; si configura sempre di più una società stratificata in ricchi e poveri e, in questo contesto, la gerarchia procede alla legittimazione di tale società, indicando come le varie componenti possano, nell’esercizio del ruolo ad esse assegnato nella vita collettiva, conseguire l’obiettivo del raggiungimento della vita ultraterrena. In tale situazione acquista sempre più importanza la parrocchia, cellula di chiesa nel cuore della società nella quale si incontrano ricchi e poveri[2].

È in tale contesto che il movimento di riforma si radicalizzerà, dando origine a nuovi movimenti ereticali e dall’altro lato agli ordini mendicanti, entrambi propongono sull’esempio, idealizzato,  della chiesa primitiva:

*      un modello di vita apostolica basato sulla mendicità,

*      condivisione di vita con i poveri,

*      predicazione itinerante del vangelo.

Tra i movimenti ereticali, particolare attenzione spetta ai valdesi: il movimento, detto dei “poveri di Lione” fu iniziato da Valdesio o Valdo, un ricco mercante di Lione che, convertito alla povertà evangelica, nel 1173, dopo aver donato tutti i suoi averi ai poveri, assume le condizioni di “povero di Cristo”. Ben presto circondato da un gruppo di seguaci, comincia a predicare la povertà volontaria. Nonostante il valdismo primitivo si muovesse nella perfetta ortodossia da subito dovette affrontare contrasti e persecuzioni, perché come ricorda lo storico Grado Merlo: non trovò «la comprensione degli uomini di chiesa, incapaci di accettare  che i seguaci di Valdesio … possano assumersi un compito pastorale senza la necessaria cultura teologica e, poi (quando tra loro entrano i chierici), senza subordinarsi disciplinarmente alle gerarchie ecclesiastiche.»[3]

Nello stesso periodo troviamo in Italia altri gruppi che vivono e predicano l’assoluta povertà, come degli umiliati  e, unendo all’ansia di povertà assoluta idee millenariste, tutta una pletora di gruppi minori che si riconoscevano nelle idee del monaco cistercense calabrese Gioacchino da Fiore. Dalle passioni millenariste furono travolti anche gruppi all’interno della corrente più rigorista dei francescani: gli spirituali, guidati da Pietro Oliveri e Ubertino da Casale e i fraticelli, capeggiati da Angelo Clareno.

La lotta contro le eresia, che ebbe il suo culmine durante il pontificato di Innocenzo III, si caratterizzò non solo per la repressione ma, grande fu lo sforzo di assimilazione e di protezione dei gruppi disposti a lasciarsi disciplinare; in tale situazione assistiamo al sorgere di sintesi innovative di movimenti che cercano di conciliare la fedeltà alla chiesa e la pratica “rivoluzionaria” della povertà, sono gli ordini mendicanti che sono precisamente i francescani e i domenicani a cui si aggiungeranno, nei secoli successivi, i carmelitani, i trinitari, i mercedari, i serviti, i minimi, i fatebenefratelli, i gesuiti e l’Ordine della penitenza di Gesù Nazareno. Furono così chiamati perché, diversamente dagli Ordini monacali, emettono il voto di povertà, che non solo importa la rinuncia a ogni diritto di possessione individuale, ma anche a quello collettivo, affinché l’unico mezzo di sostentamento rimanga il lavoro e, nel caso questo non basti, l’elemosina dei fedeli.

 

2.3. Francesco d’Assisi

Nato ad Assisi alla fine del 1181, in una ricca famiglia di mercanti, Giovanni, a cui il padre Pietro di Bernardone, tornato dalla Francia, aggiunse quello di Francesco ebbe una giovinezza agiata; a vent'anni circa partecipò  alle imprese militari contro Perugia, ma la prigionia  (1202-03) e una lunga malattia misero in crisi il suo modo di vivere.

Tornato ad Assisi, cambiò radicalmente vita, scegliendo il servizio dei lebbrosi e la povertà.  È del 1206 il famoso episodio della rinuncia  alla paternità di Pietro. Condusse poi un biennio di vita solitaria e a S. Maria degli Angeli (detta  Porziuncola). Presto si unirono a lui Bernardo da Quintavalle, Pietro Cattani ed altri vollero imitarlo. Nel 1209 andarono a Roma, dove Innocenzo III approvò oralmente la Regola: l'Ordine dei frati minori era così nato. Dal papa ottenne pure il permesso di predicare. Tornato ad Assisi, fondò con santa Chiara il secondo Ordine delle clarisse. Il numero dei suoi seguaci era cresciuto tanto che al Capitolo delle Stuoie, del 1221, intervennero ca. 5000 frati. La sete del martirio lo spinse ancora verso l'Egitto (1219), dove fu accolto con onore dal sultano Melek-el-Kâmel e poi visitò la Palestina. Ritornato in Italia nel 1220, lasciò la direzione dell'ordine a Pietro Cattani e successivamente a frate Elia, mentre egli preparò, con frate Cesario da Spira, la Regula prima (1221), e poi dettò il testo definitivo della Regula secunda (bullata), che Onorio III approvò nel 1223. Continuando la sua intensa vita spirituale e la predicazione, diede anche a coloro che volevano vivere nel mondo una regola, fondando così il terz'ordine dei penitenti (1221). La tradizione lo descrive come il primo stimmatizzato, avendo ricevuto, sul monte Verna, nel settembre del 1224 le stimmate. Tornato ad Assisi scrisse lettere di esortazione, in latino, a tutti i fedeli, ai governatori, ai frati: in esse si rispecchiano tutto l'ardore serafico di Francesco e la sua cultura, fondamentalmente biblica; inoltre compose il Cantico di frate Sole. Sul suo corpo stremato si aggiunse ancora una grave malattia agli occhi; per obbedienza verso i superiori andò a Rieti per essere curato; ma a nulla valsero le cure (1225/26). Tornato ad Assisi dettò il suo Testamento spirituale per i suoi frati; poi si fece trasportare a S. Maria degli Angeli, dove, sulla nuda terra e cantando, accolse la morte, la sera del 3/X/1226. Solo due anni dopo nel 1228 venne canonizzato da Gregorio IX .

 

2.4. Domingo de Guzmán

Domenico, nato in Spagna a Calaruega,  nel 1170, dopo gli studi universitari entrò fra i canonici della cattedrale di Osma. Nel 1203  di passaggio per la Linguadoca, andando verso la Danimarca, ebbe modo di conoscere da vicino gli effetti prodotti dagli albigesi. Qui comprese che la lotta contro il catarismo poteva essere condotta solo accogliendo alcuni dei fermenti nuovi di cui gli eretici si facevano portatori, portando all'interno della chiesa quella pratica di povertà, quella completa dedizione alla vita religiosa da cui essa si era troppo spesso allontanata. Per 10 anni esercitò la sua azione continuando nella sua lotta contro gli eretici, convertì, secondo alcune testimonianze, oltre 100.000 persone. A rendere più efficace e continua la sua opera apostolica ideò i domenicani. Onorio III  approvò l'Ordine nel 1216. Morto a Bologna nel 1222, venne canonizzato dal papa Gregorio IX nel 1234.

 

 

3.      la fioritura delle congregazioni religiose.

Nel processo di riforma un ruolo importante sarà quello occupato dagli ordini religiosi: in parte si trattò del rinnovamento degli ordini già esistenti, all’interno dei quali si sviluppò quel fenomeno detto dell’osservanza. Agostiniani, benedettini, domenicani, francescani reagendo ad un generale stato di decadenza si attivarono per ripristinare l’osservanza della regola propria dell’ordine. Si trattò di un opera di rinnovamento ampia e complessa che incontrò non pochi ostacoli anche all’interno degli ordini stessi; all’interno dei francescani si assiste al sorgere di un nuovo ramo, quello dei cappuccini, che intendevano riproporre la piena osservanza della regola di Francesco, individuando nella povertà e nell’eremitismo gli elementi cardine. Approvati nel 1536, furono riconosciuti come pienamente autonomi nel 1619, nelle loro costituzioni si sottolinea l’importanza dell’apostolato e della presenza nella società in particolare in prossimità ai più poveri. L’ordine ebbe rapida espansione e divenne molto amato dal popolo.

Rilevante, anche se notevolmente osteggiata, fu la carica di riforma espressa dall’ordine carmelitano, nel 1562 Teresa d’Avila fondava il primo monastero riformato. Nel ramo maschile fu instancabile l’opera di Giovanni della Croce che verso la fine del XVI secolo riusciva a portare a termine il suo progetto con la costituzione dei carmelitani scalzi come ordine a se stante.

Le istanze di riforma furono anche all’origine della costituzione di nuovi ordini che, uniti al movimento dell’osservanza, rivitalizzarono la vita religiosa; a differenza degli ordini medioevali, monastici o mendicanti, si tratta di congregazioni di chierici regolari, cioè di sacerdoti che vivono in comunità secondo una regola. Fra gli ordini machili ricordo i Teatini, fondati da Gaetano da Thiene e Gian Pietro Carafa, futuro Paolo IV, nel 1524; i chierici di San Paolo, detti barnabiti, fondati da Antonio Maria Zaccaria; la Compagnia dei poveri, detti somaschi, fondati da Gerolamo Emiliani; la Compagnia dei ministri degli infermi, detti camilliani, fondati da Camillo de Lellis; la Compagnia dei chierici regolari dei poveri delle scuole pie, detti scolopi,  fondati da Giuseppe Colasanzio. Fra gli ordini femminili: la congregazione delle Angeliche, collegate ai barnabiti; le Angeliche di San Paolo fondate dallo Zaccaria con Ludovica Torelli contessa di Guastalla; la Compagnia di S. Orsola, dette orsoline, fondate da Angela Merici.

Menzione particolare meritano la Compagnia di Gesù, detta dei Gesuiti, fondata da Ignazio di Loyla. Ignazio rampollo di una nobile famiglia basca, dopo aver perseguito con tenacia l'onore mondano ed il favore di una dama d'altissimo rango (forse una sorella di Carlo V), ufficiale rimase ferito durante l’assedio di Pamplona del 1521. Durante la lunga convalescenza decise di cambiare l’orientamento della propria vita, consacrandola ad maiorem Dei gloriam; dopo una lunga preparazione spiriruale e culturale e dopo aver puntato originariamente alla Terra Santa per una sbocco missionario della sua nuova vocazione, Ignazio orienta la sua proposta di rinnovamento all’interno della cristianità, lacerata da tensioni e divisioni. Nel 1543 fonda un ordine religioso di chierici regolari. Nel 1540 ottiene l’approvazione canonica da Paolo III con la bolla Regimini militantis Ecclesiae. Dopo una rapida crescita, gli ambiti in cui l’ordine eserciterà la sua azione sono: la predicazione, la formazione del clero, l’insegnamento, l’educazione dei giovani e delle élites nei collegi, la direzione spirituale in particolare dei dirigenti politici. Per assolvere a questi compiti il nuovo ordine chiederà ai suoi aderenti una preparazione lunga e severa, sia dal punto di vista culturale che da quello spirituale, impostato su una severa ascesi spirituale personale, basata sugli Esercizi Spirituali. Tale pratica è delineata nel volume Libro de los ejercicios espirituales, nato dall’esperienza del santo. Con gli Esercizi Spirituali Ignazio propone un nuovo modello di cammino interiore, tuttora punto di riferimento nella tradizione cattolica. Per i religiosi gesuiti ai tre voti tradizionali (povertà, castità, obbedienza), aggiunge un quarto voto di speciale obbedienza al papa. Fondamentale sarà l’impegno dei gesuiti nella formazione e nell’educazione, che si concretizzerà nella fondazione dei collegi; il primo venne eretto a Messina nel 1548; nel 1551 fu fondato il Collegio Romano, destinato a svolgere un ruolo culturale di primaria importanza per lungo tempo. Nel 1556 si contavano già 56 scuole erette dai gesuiti, nel 1608 erano 293 e nel 1679 ben 567. Il metodo educativo della Compagnia trovò la formulazione nella ratio studiorum elaborata definitivamente nel 1599. La ratio rese obbligatorio lo stesso sistema in tutte le scuole e divenne la matrice alla quale si ispireranno le istituzioni scolastiche delle medie superiori nelle epoche successive: 5 anni di studio di base con forte accentuazione della preparazione letteraria, il latino e il greco erano ritenuti essenziali; 3 anni di studi filosofico-scientifici; 4 anni di teologia. Il metodo era progressivo, non accademico e non nozionistico, lo scopo era quello di ottenere una solida formazione improntata ai principi cristiani, senza frattura tra cultura, religione ed etica.

 

4.  Oggi.

 

Il Concilio nella Lumen gentium (n. 33) presenta l’apostolato dei laici come un diritto-dovere del battesimo e della cresima, questa visione ha di fatto rafforzato e incrementato il sorgere nella chiesa di associazioni, movimenti, gruppi.

Mi è impossibile anche solo tracciare una storia dei movimenti ecclesiali nati prima e subito dopo il Concilio, volendo azzardare una tipologia potremmo classificarli in base agli interessi e finalità generali:

*        a forte tendenza spirituale: Rinnovamento dello Spirito, Focolarini, Taizé, Spello …

*        operanti sul fronte dell’evangelizzazione: Neocatecumenali, Cursillos, Movimento per un mondo migliore …

*        operanti, in particolare, nel settore della promozione umana: ACLI, MCL, Mani Tese, Pax Christi, Gruppo Abele, vari Gruppi di volontariato…

*        operanti sia nel settore della promozione umana che nell’evangelizzazione: Comunione e Liberazione, Agesci, Comunità di S. Egidio, GiOC, movimento delle Comunità di Base…

Volendo fissare alcune caratteristiche dei movimenti ecclesiali, sintetizzando possiamo rilevare:

*        Il forte impegno laicale, che ha liberato il laico dal ruolo di semplice aiuto per l’apostolato del clero.

*        Aver favorito l’uscita della chiesa da una cristianità monolitica ad una forma di cristianità più dinamica, con  una riscoperta delle funzioni ministeriali.

*        Favorire una lettura incarnata dei “segni dei tempi”.

*        Provocare la Chiesa a sviluppare e potenziare la “vita comunitaria”

 



[1] Francesco Alberoni, Movimenti e istituzioni, Bologna, Il Mulino, 1978.

[2] Sul rapporto fra chiesa e poveri, suggeriamo la lettura del bel saggio di Daniele Menozzi, Li avrete sempre con voi. Profilo storico del rapporto tra Chiesa e poveri, Torino, Edizioni Gruppo Abele, 1995.

[3] G. Filoramo e D. Menozzi (a cura di), op. cit., p. 243.

 

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