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Volevamo
iniziare questo incontro nella maniera più ovvia, più normale,
cioè con un saluto, ma un “buongiorno” non ci bastava per
esprimere i sentimenti con cui siamo qui. Così abbiamo chiesto
aiuto a San Paolo che apre in questo modo la Prima Lettera ai
Corinzi: “Paolo,
chiamato ad essere apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio, e
il fratello Sòstene, alla Chiesa di Dio che è in Corinto, a
coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, chiamati ad
essere santi insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il
nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro:
grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù
Cristo”.
(1Co 1,1-3)
Si
tratta della Lettera che culmina nell’Inno alla Carità, a cui
segue – confessiamo che non l’avevamo mai notato – il
capitolo 14°, dedicato ai carismi e all’edificazione della
Comunità.
Proprio
per quello che con il nostro servizio facciamo vogliamo
appropriarci di un’espressione, di un auspicio di questo
capitolo: “Chi parla in lingue, preghi di poterle
interpretare” (1Co 14,13). Ci pare un’esortazione bella
per chiunque eserciti un servizio, sempre rivolto a molti, dotati
di linguaggi diversi, cioè espressione di sensibilità, formazioni,
cammini umani e di fede differenti.
Dobbiamo
confessarvi anche due nostri stati d’animo: da un lato il
parlare ad amici che conosciamo da parecchi anni ci fa sentire a
nostro agio, dall’altro ci sentiamo un po’ imbarazzati perché,
proprio per il fatto di “giocare in casa”, sentiamo il peso
della responsabilità di quello che diremo. Da qui allora la
scelta di lasciarci guidare parecchio dalla Parola che accompagnerà
le varie tappe dell’intervento.
“La
gratuità dei servizi nell’équipe”: è il titolo che avete
dato a questa giornata, ma ci siamo permessi di sviluppare
soprattutto il “senso” che diamo ad un servizio
nell’END: dunque, partendo dalla risposta ad una chiamata non
nostra, e passando attraverso la gioia di ricevere il dono di
questa chiamata e la missione/testimonianza che il servizio
comporta, concluderemo con la domanda: “Ma c’è un momento
giusto per un servizio?”, alla quale tenteremo di dare una
nostra risposta.
Il
nostro percorso è stato costruito attingendo ai vari Documenti
che il Movimento ci mette a disposizione anche su questa tematica.
Il
servizio come risposta ad una chiamata
Sappiamo
che tanti di noi, prima o poi, si sono trovati seduti intorno ad
un tavolo per prendere un caffè, o i più fortunati per una cena.
In quel momento qualcuno ci chiede di mettere in gioco i nostri
“talenti”, i talenti e non le capacità, ci chiede di
spenderci per gli altri, di mettere a disposizione un po’ del
nostro tempo per occuparci della crescita dei fratelli.
Ma
quante volte, a queste richieste, il nostro pensiero è andato a
Dio? Quante volte ci siamo immaginati che a prendere il caffè con
noi c’era Qualcuno con la Q maiuscola?
Se
ragionassimo solamente da un punto di vista umano, potremmo
chiederci perché tutte le volte che occorre trovare una coppia
per un servizio, non facciamo “semplicemente” una bella lista
di nomi e non organizziamo le “primarie”, che adesso van tanto
di moda?
È
invece Dio che ha bisogno di noi per realizzare il suo progetto
d’Amore, Dio che ci dice: “Venite con me, io vi farò
pescatori di uomini. Ed essi, lasciate all'istante le reti, lo
seguirono" (Mc 1,17-18)
Dio
si serve anche di intermediari, così nel Vangelo
dell’Annunciazione leggiamo: “L’Angelo Gabriele fu
mandato da Dio…” (Lc 1,26). Siamo certamente di fronte ad
un intermediario non così consueto, ma certamente era
straordinario il messaggio di cui era portatore a Maria. E
tuttavia Maria si rende “semplicemente disponibile” di fronte
al bisogno di salvezza dell’umanità, al desiderio divino di
ricucire un dialogo.
Spesso
noi sottovalutiamo intermediari certo più consueti, persone che
spesso ci sono vicine, con cui abbiamo una frequentazione
familiare che ci interpellano facendoci presenti bisogni e
aspettative di cui farci espressamente carico.
“L’Angelo
Gabriele fu mandato da Dio… ad una vergine promessa sposa… La
vergine si chiamava Maria.” (Lc 1,26-27).
Dio chiama sempre una persona, nel nostro caso una coppia, e la chiama
per nome. Lo fa perché conosce i nostri nomi, ovvero conosce
i nostri cuori e sa quanto bisogno di conversione abbiamo…
“Entrò
da lei e le disse: “Ti
saluto, o piena di grazia, il Signore è con te” (Lc 1,28)
“…A
queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse
un tale saluto.” (Lc 1,29)
La
chiamata inevitabilmente
suscita turbamento, meraviglia, stupore, incredulità,
dubbio, timore… è stato vero per Maria, a maggior ragione è
vero per noi e per le tante chiamate, piccole e grandi, ordinarie
e straordinarie, con le quali ci confrontiamo in tutto l’arco
della nostra vita. Perché proprio io, perché proprio noi? Ci
viene spontaneo chiederci.
Ecco
perché ogni chiamata esige un atto di fiducia nei
confronti di Dio. “Avvenga di me quello che hai detto…” (Lc
1,38) risponde Maria, sapendo che “nulla è impossibile a
Dio” (Lc 1,37).
Si
tratta di confidare nella potenza dello Spirito e lasciarlo agire
ogni qual volta abbiamo necessità di trovare risposte ai nostri
dubbi, alle nostre perplessità, ogni qual volta ci viene da
rispondere da uomini alle provocazioni, ogni qual volta vediamo e
sentiamo cose che urtano la nostra sensibilità, ogni qual volta
non ci sentiamo adeguati alle situazioni della vita e anche della
vita in équipe.
Ma
noi non recitiamo quotidianamente nel Magnificat: “…grandi
cose ha fatto in me l’Onnipotente” (Lc 1,49) e allora
perché non fidarsi di Dio visto che Dio ripone in noi tanta
fiducia.
E
poi, sempre nel Vangelo di Luca leggiamo: “Quale
padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra o se gli chiede un
pesce gli darà al posto del pesce una serpe? […] quanto più il
Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo
chiedono!” (Lc 11,11-13)
Sembra
quasi un luogo comune, una specie di tormentone dire che il
servizio serve prima di tutto alla coppia che lo esercita, che si
riceve più di quello che si dà… E noi per primi ci rendiamo
ben conto che il servizio è impegnativo se non addirittura,
qualche volta, faticoso. Mettere in comune i pensieri e le idee,
condividere le stesse soluzioni, ritagliarsi sempre più spazi
“di coppia”, mette alla prova. Ci costringe a impegnare
energie prima di tutto nella nostra relazione di coppia,
introduce elementi di confronto e discussione (come se il lavoro,
i figli… non ci fornissero già abbastanza argomenti), ma è una
palestra straordinaria perché ci chiama a misurarci in due fuori
dai nostri ambiti più ristretti, a fare unità nella diversità,
il che non guasterebbe anche in contesti più allargati.
Il
servizio come missione e annuncio
Gli aspetti della testimonianza, cioè
l’annuncio fatto con la vita, e della missione sono forse quelli
che richiamano più chiaramente la nostra inadeguatezza, la nostra
fragilità, solo perché non ci ricordiamo abbastanza delle parole
di Gesù: “Ecco,
io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt
28,20)
Se
ci sentissimo davvero alla presenza di Cristo, fatti oggetto del
suo Amore, presi a cuore da Lui, diventeremmo costituzionalmente
annunciatori di questo amore.
Crederemmo
davvero che l’END possa diventare, per altri, come è stata per
noi, manifestazione di questa presa a cuore! Oggi più che mai ci
sembra ci sia bisogno di queste “Buone notizie” sulla vita di
coppia.
Nel Vangelo di
Giovanni leggiamo: “Come
il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (Gv 20,21)
Se
siamo convinti di ricevere, dall’incontro e dal confronto, se la
nostra vita di coppia ne trae un beneficio per il fatto di stare
in équipe, perché, allora, tenere tutto per sé? Perché non
essere fecondi verso altre coppie…? In fondo - come diceva don
Nino Carta
nella Sessione Regionale sulla DIP di quest’anno - “nel DNA
del carisma END c’è la fecondità”.
Siamo
chiamati ad essere fecondi sempre. Se non generiamo
qualcosa vuol dire che qualcosa non funziona. Si tratta di donare
quanto ci è stato donato.
Se
fatichiamo a far questo tra noi, all’interno del nostro
Movimento, come potremo aprirci verso l’esterno, cercare il
coraggio e i modi di contattare altre coppie a cui offrire
l’esperienza END o anche soltanto offrirci come semplici
compagni di viaggio.
È
fin troppo chiaro che tante, troppe coppie, sposate, credenti…
si trovano sole ed esposte a dolorosi fallimenti.
Il loro bisogno può
lasciarci indifferenti? Possiamo guardare loro con distacco, quasi
a elemosinare qualcosa che ci è stato invece gratuitamente e
generosamente regalato?
Più
volte, in questi ultimi anni, i Documenti END hanno trattato
questo argomento richiamando le coppie del Movimento al dovere di
questa testimonianza.
Padre
Caffarel invita tutte le coppie dell’END ad essere “un vivaio di uomini e di
donne pronti ad assumere tutte le loro responsabilità nella
Chiesa e nel mondo”.
Il
servizio come dono
“Chi esercita un ufficio, lo
compia con l’energia ricevuta da Dio”
(1 Pt, 4,11). Quindi, ancora una volta, stiamo a ricordarci che
non siamo soli.
Che
cos’è questa energia che viene da Dio? Abbiamo scoperto che
l’espressione “dono gratuito” rimanda al termine
greco “charisma” che ha la stessa radice della parola “charis”,
ovvero “grazia”. La grazia è dono dello Spirito, è
quell’energia che Dio non fa mancare a chi lo chiama in causa
nelle scelte di vita che intraprende. E non c’è dono dello
Spirito che non sia finalizzato al bene di ciascuno e di tutti.
Come
ci ha detto mons. Renzo Bonetti
nella bellissima Sessione estiva di Nocera, noi coppie, abbiamo
ricevuto da Dio dei doni specifici, che in un certo senso ci
allenano al servizio.
Questi
doni sono: complementarietà, condivisione, corresponsabilità,
compresenza. Li vorremmo analizzare con le stesse parole di Mons.
Bonetti.
Nella
coppia si vive la COMPLEMENTARIETÀ
Complementarietà
dal latino complére, che significa compiere, completare, colmare.
Gli sposi sono due persone che portano a pienezza il coniuge ma
anche se stessi. Dio ha espresso la complementarietà nel racconto
della Genesi, con il riconoscimento del coniuge come “carne
della mia carne, osso delle mia ossa”; oppure come “un
aiuto (che ci è) simile”.
Chi
vive la complementarietà ricercando ogni giorno, a partire dalla
distinzione, l’unità nell’amore è certamente allenato a
costruire rapporti di complementarietà anche nella Chiesa e nella
società.
Nella
coppia si vive la CONDIVISIONE
La
condivisione per una coppia è un vero e proprio stile di vita,
che intesse nel profondo tutte le giornate attimo per attimo.
Condividere, per due sposi, è mettere in comune il tutto di
ognuno, rivelandolo e donandolo all’altro, nella consapevolezza
che questa è la sola strada per conoscere se stessi nella verità.
Allenati
alla condivisione, sapremo condividere gioie e dolori, speranze e
timori anche in realtà più allargate di quella della coppia.
Nella
coppia si vive la CORRESPONSABILITÀ
Se
osserviamo la vita di due sposi balza subito agli occhi che essi
hanno una grande responsabilità nella gestione quotidiana della
casa, del denaro e delle risorse educative che mettono in gioco
con i figli. Ma bisogna fare attenzione ad un pericolo: che
moglie, marito e figli siano considerati come i vari soci di un
consorzio familiare o di una cooperativa coniugale (e, se sposati
in chiesa, di una pia cooperativa coniugale). Dove sta il
sacramento delle nozze? Manca una voce indispensabile, quella del
NOI. Ragionare in questo particolare “sistema metrico” (quello
del NOI) vuol dire mettere da parte il mio e il tuo, i miei doveri
e i tuoi, i miei diritti e i tuoi, e iniziare a parlare di
corresponsabilità nell’essere coppia.
La
corresponsabilità come nota qualificante la vita di coppia e
familiare non può fermarsi dentro casa, ma è chiamata ad
estendersi al condominio, alla via, alla istituzione pubblica.
Nella
coppia si vive la COMPRESENZA
Compresenza
non fa minimamente riferimento a “convivenza”. Compresenza è
un fatto “spirituale” interiore, è quella “sensibilità”
che possiamo chiamare coscienza, o “consapevolezza”, per la
quale, indipendentemente dalla presenza fisica, la moglie è
presente nel marito, il marito nella moglie. E’ quella
sensibilità per la quale il coniuge mi fa sentire ciò che sono
per il fatto di “sentirlo dentro”. Non è solo una esperienza
umana, ma anche e soprattutto divina: “Se
uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e
noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23).
E
poi la promessa finale:
“Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro
parola crederanno in me; perché tutti siano una sola cosa. Come
tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa
sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. E la gloria
che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano come
noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti
nell’unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai
amati come hai amato me” (Gv 14,20-23).
La
compresenza è il volto e il luogo di una appartenenza reciproca
uomo-donna; è il sentirsi stabilmente parte di un NOI.
Ed
è proprio questa esperienza che manca alle nostre comunità. Le
coppie cristiane, allenate alla compresenza, devono essere capaci
di “estendere” la propria compresenza.
Se
è vero, dunque, che siamo allenati al servizio mediante la complementarietà,
la condivisione, la corresponsabilità,
la compresenza, in
quanto beneficiari di questi doni, è quindi più facile metterli
a disposizione nel nostro servizio, e tutto, con l’aiuto del
Signore, funzionerà.
Cristo,
Maestro del servizio
“Se dunque io, il Signore e
il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i
piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché
come ho fatto io, facciate anche voi. In verità, vi dico: un
servo non è più grande del suo padrone, né un apostolo è più
grande di chi lo ha mandato”. (Gv 13,14-16)
Una
delle tentazioni alle quali, chi svolge un servizio, è, pur senza
volerlo, sottoposto, è quella del “successo personale”. Si
pecca di protagonismo, si vuole “fare bella figura” attraverso
le iniziative proposte.
“…Colui
che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo, e
colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo;
appunto come il Figlio dell'uomo, che non è venuto per essere
servito, ma per servire…” (Mt 20,26-28).
Lo
spirito del servizio invece è comunione, condivisione,
collegialità, unità di intenti per il bene comune, è farsi
servi per servire…
Non
sempre è facile da accettare: la nostra idea è quasi certamente
migliore di altre, le nostre soluzioni sono più adeguate per
questa o quell’altra situazione, se proponiamo questo percorso,
ci sarà ben un motivo? La tentazione è grande: è l’eterna
tentazione dell’affermazione di sé.
Il
servizio è invece fatto di relazioni, è lasciarsi mettere in
discussione, è stravolgere la propria idea a favore di quella di
altri. Possiamo non essere d’accordo sulle scelte, non
condividerle, ma nel discernimento collegiale troviamo, alla fine,
la “chiave di volta” per scegliere il meglio.
Il
momento del servizio
Come
si fa ad “essere pronti”, qual è il momento giusto per
servire…?
Per
ogni cosa c'è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda
sotto il cielo. Si
legge sul (Qoelet
3,1)
Il
momento non può che essere quello in cui si manifesta la necessità.
Il momento è qui e ora, è sempre “contemporaneo”.
Un
servizio non può che essere così e una responsabilità
nell’END vale per quanto “serve” la realtà di coppia oggi.
I
discepoli, secondo il Vangelo di Marco - quello della
moltiplicazione dei pani e dei pesci - di fronte alla moltitudine
di folla accorsa da Gesù, ci sembrano guardare con
un’apprensione – in cui tutti, prima o poi, ci riconosciamo
– tanta gente da sfamare. Prospettano anche al Signore delle
soluzioni sagge: “Congedali…
in modo che possano andare a comprarsi da mangiare…” (Mc 6,
36).
Gesù
non solo li esorta a dare loro stessi da mangiare a tutte quelle
persone, a non rinviarle altrove, ma a farlo con quegli
“inadeguatissimi” cinque pani e due pesci che avevano. Servire
è essere disponibili a dividere con altri il nostro poco, alla
“moltiplicazione”, poi, ci pensa Dio.
Nello
sforzo di recuperare il senso del servizio abbiamo toccato
inevitabilmente, anche se forse solo tra le righe, la dimensione
della “gratuità”, ma non saremmo sinceri se non
confessassimo di sperare, come coppia in servizio, in un
“tornaconto” proprio per la nostra coppia. Noi speriamo
fermamente in quel “centuplo” che il Signore promette
già qui a chi si pone alla sua sequela. Chiamati ad un ascolto più
attento della Parola e dei fratelli, ad una riflessione non
superficiale, ad una accoglienza senza riserve, ci aspettiamo di
poterci portare via, “ceste piene di pezzi di pane e anche di
pesci”; il tutto sicuramente non per i nostri meriti, ma grazie
alla sovrabbondanza della generosità divina di cui non dubitiamo.
Bibliografia
La
Carta delle Equipes Notre Dame (1947)
Guida
delle Equipes Notre Dame (ERI 2001)
La
responsabilità nelle Equipes Notre Dame (ERI 1993)
La
chiamata al servizio nelle Equipes Notre Dame (ERI 2004)
La
coppia responsabile di Settore (ERI 2005)
Il
significato del termine missione (Mons. Bonetti, Sessione
Nazionale 2005)
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