Giornata di Settore Alessandria, 23.10.2005

"Chiamati a servire"

di Patrizia e Marco Rena

 

 

 
 

Volevamo iniziare questo incontro nella maniera più ovvia, più normale, cioè con un saluto, ma un “buongiorno” non ci bastava per esprimere i sentimenti con cui siamo qui. Così abbiamo chiesto aiuto a San Paolo che apre in questo modo la Prima Lettera ai Corinzi: Paolo, chiamato ad essere apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio, e il fratello Sòstene, alla Chiesa di Dio che è in Corinto, a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, chiamati ad essere santi insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro: grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo”. (1Co 1,1-3)

Si tratta della Lettera che culmina nell’Inno alla Carità, a cui segue – confessiamo che non l’avevamo mai notato – il capitolo 14°, dedicato ai carismi e all’edificazione della Comunità.

Proprio per quello che con il nostro servizio facciamo vogliamo appropriarci di un’espressione, di un auspicio di questo capitolo: “Chi parla in lingue, preghi di poterle interpretare” (1Co 14,13). Ci pare un’esortazione bella per chiunque eserciti un servizio, sempre rivolto a molti, dotati di linguaggi diversi, cioè espressione di sensibilità, for­mazioni, cammini umani e di fede differenti.

 

Dobbiamo confessarvi anche due nostri stati d’animo: da un lato il parlare ad amici che conosciamo da parecchi anni ci fa sentire a nostro agio, dall’altro ci sentiamo un po’ imbarazzati perché, proprio per il fatto di “giocare in casa”, sentiamo il peso della responsabilità di quello che diremo. Da qui allora la scelta di lasciarci guidare parecchio dalla Parola che accompagnerà le varie tappe dell’intervento.

“La gratuità dei servizi nell’équipe”: è il titolo che avete dato a questa giornata, ma ci siamo permessi di sviluppare soprattutto il “senso” che diamo ad un servizio nell’END: dunque, partendo dalla risposta ad una chiamata non nostra, e passando attraverso la gioia di ricevere il dono di questa chiamata e la missione/testimonianza che il servizio comporta, concluderemo con la domanda: “Ma c’è un momento giusto per un servizio?”, alla quale tenteremo di dare una nostra risposta.

Il nostro percorso è stato costruito attingendo ai vari Documenti che il Movimento ci mette a disposizione anche su questa tematica.

 

Il servizio come risposta ad una chiamata

Sappiamo che tanti di noi, prima o poi, si sono trovati seduti intorno ad un tavolo per prendere un caffè, o i più fortunati per una cena. In quel momento qualcuno ci chiede di mettere in gioco i nostri “talenti”, i talenti e non le capacità, ci chiede di spenderci per gli altri, di mettere a disposizione un po’ del nostro tempo per occuparci della crescita dei fratelli.

Ma quante volte, a queste richieste, il nostro pensiero è andato a Dio? Quante volte ci siamo immaginati che a prendere il caffè con noi c’era Qualcuno con la Q maiuscola?

Se ragionassimo solamente da un punto di vista umano, potremmo chiederci perché tutte le volte che occorre trovare una coppia per un servizio, non facciamo “semplicemente” una bella lista di nomi e non organizziamo le “primarie”, che adesso van tanto di moda?

 

È invece Dio che ha bisogno di noi per realizzare il suo progetto d’Amore, Dio che ci dice: “Venite con me, io vi farò pescatori di uomini. Ed essi, lasciate all'istante le reti, lo seguirono" (Mc 1,17-18)

 

Dio si serve anche di intermediari, così nel Vangelo dell’Annunciazione leggiamo: “L’Angelo Gabriele fu mandato da Dio…” (Lc 1,26). Siamo certamente di fronte ad un intermediario non così consueto, ma certamente era straordinario il messaggio di cui era portatore a Maria. E tuttavia Maria si rende “semplicemente disponibile” di fronte al bisogno di salvezza dell’umanità, al desiderio divino di ricucire un dialogo.

Spesso noi sottovalutiamo intermediari certo più consueti, persone che spesso ci sono vicine, con cui abbiamo una frequentazione familiare che ci interpellano facendoci presenti bisogni e aspettative di cui farci espressamente carico.

 

“L’Angelo Gabriele fu mandato da Dio… ad una vergine promessa sposa… La vergine si chiamava Maria.” (Lc 1,26-27). Dio chiama sempre una persona, nel nostro caso una coppia, e la chiama per nome. Lo fa perché conosce i nostri nomi, ovvero conosce i nostri cuori e sa quanto bisogno di conversione abbiamo…

 

“Entrò da lei e le disse: “Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te” (Lc 1,28)

“…A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto.” (Lc 1,29)

La chiamata inevitabilmente suscita turbamento, meraviglia, stupore, incredulità, dubbio, timore… è stato vero per Maria, a maggior ragione è vero per noi e per le tante chiamate, piccole e grandi, ordinarie e straordinarie, con le quali ci confrontiamo in tutto l’arco della nostra vita. Perché proprio io, perché proprio noi? Ci viene spontaneo chiederci.

Ecco perché ogni chiamata esige un atto di fiducia nei confronti di Dio. “Avvenga di me quello che hai detto…” (Lc 1,38) risponde Maria, sapendo che “nulla è impossibile a Dio” (Lc 1,37).

        

Si tratta di confidare nella potenza dello Spirito e lasciarlo agire ogni qual volta abbiamo necessità di trovare risposte ai nostri dubbi, alle nostre perplessità, ogni qual volta ci viene da rispondere da uomini alle provocazioni, ogni qual volta vediamo e sentiamo cose che urtano la nostra sensibilità, ogni qual volta non ci sentiamo adeguati alle situazioni della vita e anche della vita in équipe.

Ma noi non recitiamo quotidianamente nel Magnificat: “…grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente” (Lc 1,49) e allora perché non fidarsi di Dio visto che Dio ripone in noi tanta fiducia.

 

E poi, sempre nel Vangelo di Luca leggiamo: Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra o se gli chiede un pesce gli darà al posto del pesce una serpe? […] quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!” (Lc 11,11-13)

 

Sembra quasi un luogo comune, una specie di tormentone dire che il servizio serve prima di tutto alla coppia che lo esercita, che si riceve più di quello che si dà… E noi per primi ci rendiamo ben conto che il servizio è impegnativo se non addirittura, qualche volta, faticoso. Mettere in comune i pensieri e le idee, condividere le stesse soluzioni, ritagliarsi sempre più spazi “di coppia”, mette alla prova. Ci costringe a impegnare energie prima di tutto nella nostra relazione di coppia, introduce elementi di confronto e discussione (come se il lavoro, i figli… non ci fornissero già abbastanza argomenti), ma è una palestra straordinaria perché ci chiama a misurarci in due fuori dai nostri ambiti più ristretti, a fare unità nella diversità, il che non guasterebbe anche in contesti più allargati.

 

 

Il servizio come missione e annuncio

Gli aspetti della testimonianza, cioè l’annuncio fatto con la vita, e della missione sono forse quelli che richiamano più chiaramente la nostra inadeguatezza, la nostra fragilità, solo perché non ci ricordiamo abbastanza delle parole di Gesù: Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20)

Se ci sentissimo davvero alla presenza di Cristo, fatti oggetto del suo Amore, presi a cuore da Lui, diventeremmo costituzionalmente annunciatori di questo amore.

Crederemmo davvero che l’END possa diventare, per altri, come è stata per noi, manifestazione di questa presa a cuore! Oggi più che mai ci sembra ci sia bisogno di queste “Buone notizie” sulla vita di coppia.

 

Nel Vangelo di Giovanni leggiamo: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (Gv 20,21)

Se siamo convinti di ricevere, dall’incontro e dal confronto, se la nostra vita di coppia ne trae un beneficio per il fatto di stare in équipe, perché, allora, tenere tutto per sé? Perché non essere fecondi verso altre coppie…? In fondo - come diceva don Nino Carta[1] nella Sessione Regionale sulla DIP di quest’anno - “nel DNA del carisma END c’è la fecondità”.

Siamo chiamati ad essere fecondi sempre. Se non generiamo qualcosa vuol dire che qualcosa non funziona. Si tratta di donare quanto ci è stato donato.

Se fatichiamo a far questo tra noi, all’interno del nostro Movimento, come potremo aprirci verso l’esterno, cercare il coraggio e i modi di contattare altre coppie a cui offrire l’esperienza END o anche soltanto offrirci come semplici compagni di viaggio.

 

È fin troppo chiaro che tante, troppe coppie, sposate, credenti… si trovano sole ed esposte a dolorosi fallimenti.

Il loro bisogno può lasciarci indifferenti? Possiamo guardare loro con distacco, quasi a elemosinare qualcosa che ci è stato invece gratuitamente e generosamente regalato?

Più volte, in questi ultimi anni, i Documenti END hanno trattato questo argomento richiamando le coppie del Movimento al dovere di questa testimonianza.

Padre Caffarel invita tutte le coppie dell’END ad essere “un vivaio di uomini e di donne pronti ad assumere tutte le loro responsabilità nella Chiesa e nel mondo”.

 

 

Il servizio come dono

“Chi esercita un ufficio, lo compia con l’energia ricevuta da Dio” (1 Pt, 4,11). Quindi, ancora una volta, stiamo a ricordarci che non siamo soli.

Che cos’è questa energia che viene da Dio? Abbiamo scoperto che l’espressione “dono gratuito” rimanda al termine greco “charisma” che ha la stessa radice della parola “charis”, ovvero “grazia”. La grazia è dono dello Spirito, è quell’energia che Dio non fa mancare a chi lo chiama in causa nelle scelte di vita che intraprende. E non c’è dono dello Spirito che non sia finalizzato al bene di ciascuno e di tutti.

 

Come ci ha detto mons. Renzo Bonetti[2] nella bellissima Sessione estiva di Nocera, noi coppie, abbiamo ricevuto da Dio dei doni specifici, che in un certo senso ci allenano al servizio.

Questi doni sono: complementarietà, condivisione, corresponsabilità, compresenza. Li vorremmo analizzare con le stesse parole di Mons. Bonetti.

Nella coppia si vive la COMPLEMENTARIETÀ

Complementarietà dal latino complére, che significa compiere, completare, colmare. Gli sposi sono due persone che portano a pienezza il coniuge ma anche se stessi. Dio ha espresso la complementarietà nel racconto della Genesi, con il riconoscimento del coniuge come “carne della mia carne, osso delle mia ossa”; oppure come “un aiuto (che ci è) simile”.

Chi vive la complementarietà ricercando ogni giorno, a partire dalla distinzione, l’unità nell’amore è certamente allenato a costruire rapporti di complementarietà anche nella Chiesa e nella società.

 

Nella coppia si vive la CONDIVISIONE

La condivisione per una coppia è un vero e proprio stile di vita, che intesse nel profondo tutte le giornate attimo per attimo. Condividere, per due sposi, è mettere in comune il tutto di ognuno, rivelandolo e donandolo all’altro, nella consapevolezza che questa è la sola strada per conoscere se stessi nella verità.

Allenati alla condivisione, sapremo condividere gioie e dolori, speranze e timori anche in realtà più allargate di quella della coppia.

 

Nella coppia si vive la CORRESPONSABILITÀ

Se osserviamo la vita di due sposi balza subito agli occhi che essi hanno una grande responsabilità nella gestione quotidiana della casa, del denaro e delle risorse educative che mettono in gioco con i figli. Ma bisogna fare attenzione ad un pericolo: che moglie, marito e figli siano considerati come i vari soci di un consorzio familiare o di una cooperativa coniugale (e, se sposati in chiesa, di una pia cooperativa coniugale). Dove sta il sacramento delle nozze? Manca una voce indispensabile, quella del NOI. Ragionare in questo particolare “sistema metrico” (quello del NOI) vuol dire mettere da parte il mio e il tuo, i miei doveri e i tuoi, i miei diritti e i tuoi, e iniziare a parlare di corresponsabilità nell’essere coppia.

La corresponsabilità come nota qualificante la vita di coppia e familiare non può fermarsi dentro casa, ma è chiamata ad estendersi al condominio, alla via, alla istituzione pubblica.

 

Nella coppia si vive la COMPRESENZA

Compresenza non fa minimamente riferimento a “convivenza”. Compresenza è un fatto “spirituale” interiore, è quella “sensibilità” che possiamo chiamare coscienza, o “consapevolezza”, per la quale, indipendentemente dalla presenza fisica, la moglie è presente nel marito, il marito nella moglie. E’ quella sensibilità per la quale il coniuge mi fa sentire ciò che sono per il fatto di “sentirlo dentro”. Non è solo una esperienza umana, ma anche e soprattutto divina: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23).

E poi la promessa finale: “Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me” (Gv 14,20-23).

La compresenza è il volto e il luogo di una appartenenza reciproca uomo-donna; è il sentirsi stabilmente parte di un NOI.

Ed è proprio questa esperienza che manca alle nostre comunità. Le coppie cristiane, allenate alla compresenza, devono essere capaci di “estendere” la propria compresenza.

 

Se è vero, dunque, che siamo allenati al servizio mediante la complementarietà, la condivisione, la corresponsabilità, la compresenza, in quanto beneficiari di questi doni, è quindi più facile metterli a disposizione nel nostro servizio, e tutto, con l’aiuto del Signore, funzionerà.

 

 

Cristo, Maestro del servizio

“Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi. In verità, vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un apostolo è più grande di chi lo ha mandato”. (Gv 13,14-16)

 

Una delle tentazioni alle quali, chi svolge un servizio, è, pur senza volerlo, sottoposto, è quella del “successo personale”. Si pecca di protagonismo, si vuole “fare bella figura” attraverso le iniziative proposte.

“…Colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo, e colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo; appunto come il Figlio dell'uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire…” (Mt 20,26-28).

 

Lo spirito del servizio invece è comunione, condivisione, collegialità, unità di intenti per il bene comune, è farsi servi per servire…

Non sempre è facile da accettare: la nostra idea è quasi certamente migliore di altre, le nostre soluzioni sono più adeguate per questa o quell’altra situazione, se proponiamo questo percorso, ci sarà ben un motivo? La tentazione è grande: è l’eterna tentazione dell’affermazione di sé.

 

Il servizio è invece fatto di relazioni, è lasciarsi mettere in discussione, è stravolgere la propria idea a favore di quella di altri. Possiamo non essere d’accordo sulle scelte, non condividerle, ma nel discernimento collegiale troviamo, alla fine, la “chiave di volta” per scegliere il meglio.

 

 

Il momento del servizio

Come si fa ad “essere pronti”, qual è il momento giusto per servire…?

 

Per ogni cosa c'è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo. Si legge sul (Qoelet 3,1)

 

Il momento non può che essere quello in cui si manifesta la necessità. Il momento è qui e ora, è sempre “contemporaneo”.

Un servizio non può che essere così e una responsabilità nell’END vale per quanto “serve” la realtà di coppia oggi.

I discepoli, secondo il Vangelo di Marco - quello della moltiplicazione dei pani e dei pesci - di fronte alla moltitudine di folla accorsa da Gesù, ci sembrano guardare con un’apprensione – in cui tutti, prima o poi, ci riconosciamo – tanta gente da sfamare. Prospettano anche al Signore delle soluzioni sagge: “Congedali… in modo che possano andare a comprarsi da mangiare…” (Mc 6, 36).

Gesù non solo li esorta a dare loro stessi da mangiare a tutte quelle persone, a non rinviarle altrove, ma a farlo con quegli “inadeguatissimi” cinque pani e due pesci che avevano. Servire è essere disponibili a dividere con altri il nostro poco, alla “moltiplicazione”, poi, ci pensa Dio.

 

Nello sforzo di recuperare il senso del servizio abbiamo toccato inevitabilmente, anche se forse solo tra le righe, la dimensione della “gratuità”, ma non saremmo sinceri se non confessassimo di sperare, come coppia in servizio, in un “tornaconto” proprio per la nostra coppia. Noi speriamo fermamente in quel “centuplo” che il Signore promette già qui a chi si pone alla sua sequela. Chiamati ad un ascolto più attento della Parola e dei fratelli, ad una riflessione non superficiale, ad una accoglienza senza riserve, ci aspettiamo di poterci portare via, “ceste piene di pezzi di pane e anche di pesci”; il tutto sicuramente non per i nostri meriti, ma grazie alla sovrabbondanza della generosità divina di cui non dubitiamo.

 

 
 
Bibliografia

La Carta delle Equipes Notre Dame (1947)

Guida delle Equipes Notre Dame (ERI 2001)

La responsabilità nelle Equipes Notre Dame (ERI 1993)

La chiamata al servizio nelle Equipes Notre Dame (ERI 2004)

La coppia responsabile di Settore (ERI 2005)

Il significato del termine missione (Mons. Bonetti, Sessione Nazionale 2005)



[1] Missionario in Brasile per 27 anni dove ha fondato 22 équipes, ora è parroco di una piccola Parrocchia a Buddusò (SS) e in pochi anni ha già favorito la nascita di 3 équipes.

[2] Parroco di Bovolone (Verona), Coordinatore del Progetto nazionale “Parrocchia-Famiglia” della Con­fe­renza Episcopale Italiana e consulente del Pontificio Consiglio per la Famiglia. Come Direttore dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale della Famiglia (1995-2002) ha promosso, tra le varie iniziative, le Settimane Nazionali di studi sulla spiritualità coniugale e familiare.