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Innanzi
tutto vogliamo dirvi che i pensieri che stiamo per esporvi e che
noi condividiamo appieno, sono stati espressi da Emanuela e Josef
Lee (attuali Responsabili Nazionali) e Carlo a Maria Carla Volpini
(ex Responsabili Nazionali) in una precedente Minisessione per
Coppie Responsabili d’équipe.
Noi
li abbiamo rielaborati e fatti nostri e speriamo di riuscire ad
ottenere la stessa chiarezza espositiva. Per questo preferiamo
leggere i nostri appunti.
1.
Di
solito nel movimento quando si parla di servizi e di disponibilità
ai servizi, ci si riferisce ai servizi rivolti ad équipes che
sono diverse dalla propria équipe di base e per i quali a volte
è difficile trovare disponibilità tra le coppie (ad es. la
coppia di collegamento, la coppia responsabile di settore,
regionale, ecc.)
Si
parla meno invece del servizio dei responsabili d’équipe, forse anche perché qui il problema della
disponibilità non esiste, in quanto il servizio, almeno
nominalmente, viene sempre assicurato (a rotazione). Ma proprio
questo facile, veloce e garantito passaggio di responsabilità,
che avviene in un ambito ristretto e quasi “privato”, può
causare da un lato un calo d’attenzione su questo servizio che
è l’unico che serve direttamente ed immediatamente la vita di
un’équipe, e dall’altro può portare a sottovalutarne
l’importanza, proprio perché rivolto ad un piccolo gruppo di
persone
La
vita d’équipe peraltro è il vero nocciolo dell’esperienza
comunitaria che abbiamo deciso di intraprendere e la coppia
responsabile di équipe (CRE), quindi, è una coppia importante e
fondamentale per la vitalità di un movimento come questo, che
poggia il suo carisma non sull’esigenza di una aggregazione
ideologica, ma sulla possibilità di offrire, ad
ogni singola coppia ed alle coppie in relazione fra loro,
un cammino di spiritualità che possa dare un senso profondo alla
vita, un cammino che testimoni ed interpreti l’amore di Dio
incarnato tra gli uomini.
La
CRE, dunque, durante il suo servizio è chiamata a vivere e a far
vivere la proposta cristiana dell’ “amatevi gli uni gli
altri” più delle altre coppie.
E’
un cammino lungo e difficoltoso perché nel profondo di ciascuno
di noi risuona spesso l’eco, la tentazione di quelle lontane,
inquietanti parole: “sono forse il guardiano di mio fratello?”
Ma
è proprio tra quella domanda provocatoria ed il comandamento
nuovo di Cristo che si svolge una commovente storia tra Dio e
l’umanità, tra Dio ed ognuno di noi.
Il
richiamo biblico ci aiuta a ridare significato e spessore a ciò
che facciamo: se l’essenziale del nostro cammino di fede
consiste nell’“avere cura” dell’altro e degli altri, se
consiste nel riprendere il dialogo interrotto tra i fratelli, nel
dedicare la propria vita alla ricerca del regno di Dio nella
nostra realtà, anche servire in un’équipe diventa un’ottima
occasione.
Cerchiamo
di approfondire il modo in cui interpretare il servizio nella
responsabilità di un’équipe.
Esiste
un libretto intitolato “La
coppia responsabile al servizio della propria équipe”.
A nostro avviso, il libretto dice già tutto e bene sul tema
specifico e v’invitiamo a leggerlo. Questa nostra sarebbe
pertanto una riflessione superflua se non fossimo convinti che le
parole, i pensieri comunicati, condivisi servano più
immediatamente a suscitare reazioni, siano esse positive o
negative.
Cominciamo
allora proprio dal titolo di questo libretto per sottolineare come
ogni parola - coppia, responsabile, servizio, équipe
– rappresenti un mondo da esplorare.
Cominciamo
dalla parola servizio: è la traduzione
letterale della parola latina servitium, che ha la sua
radice in servus.
La
parola servo ha avuto per molto tempo il significato di schiavo,
ma questo è stato solo un valore successivo dato alla parola per
le situazioni storiche-sociali e non è il reale significato della
parola servus e certamente non è questo che vogliamo essere
quando scegliamo di fare servizio ...
La
parola servus ha in realtà un’esatta corrispondenza
formale con la parola iranica haurvo che ha il significato
di guardiano (certamente
riferito al bestiame o al villaggio).
A
sua volta la radice della parola haurvo è costituita da swer che
significa esattamente osservo.
Abbiamo
così ricostruito la nascita di questa parola che ci si rivela in
una dimensione del tutto opposta a quella che siamo abituati a
pensare e a conoscere: servo e servizio per nulla affatto come
schiavo e sottomissione, ma come osservatore e guardiano.
Se
ci viene richiesto di fare un servizio, ci viene chiesto di essere
osservatori e guardiani,
osservatori e custodi.
Osservare e custodire:
che cosa meglio di questi due verbi per comprendere il significato
ed il valore del servizio?
Osservare
significa prima di tutto essere attenti a ciò che accade
intorno e, soprattutto, a chi abbiamo intorno.
Il
servizio è un tempo d’osservazione per capire le esigenze e i
problemi, per intervenire se possibile, per essere comunque
presenti, dando maggiore spazio agli altri nella propria vita.
Osservare
non è solo guardare: a volte il guardare è semplicemente una far
scivolare i nostri occhi sulle cose e sulle persone senza
realmente vederle, penetrarle.
Essere
guardiani nel senso di custodire implica un atteggiamento che è
insieme di responsabilità ma anche di affettività.
Si
può essere guardiani per senso del dovere e si può anche
svolgere bene il compito con freddezza, senza una reale
compartecipazione affettiva ed emotiva.
Ma
essere custodi è un’altra cosa, implica tenerezza,
compartecipazione, protezione verso ciò che ci è affidato ...
Implica amore per gli uomini.
Cristo
si è presentato come guardiano o come custode nelle vesti di
pastore delle sue pecore?
E
se Caino si fosse sentito custode invece che guardiano di suo
fratello? ...
E
se noi ci sentissimo davvero custodi degli altri per il
tempo del nostro servizio non cambierebbero forse i nostri
atteggiamenti? Non ci sentiremmo responsabili per affetto di ciò
che accade loro?
Responsabile:
è un aggettivo proviene da una forma sostantivata del verbo respondere (rispondere). Nella parola respondere troviamo due
elementi: re – sponsus.
Sponsus
è il sostantivo di spondere, che significa promettere e
che a sua volta viene da spendo, che significa libare.
Libare
è precisamente “versare goccia a goccia”; e allora così come la promessa degli
sposi nel matrimonio è una promessa che non si esaurisce in
un’unica libagione ma si versa e si spande reciprocamente goccia
a goccia, giorno per giorno, allo stesso modo chi è responsabile
non può esaurire il suo impegno tutto in una volta o per niente o
in modo discontinuo.
Deve
invece versare goccia a goccia il suo impegno, mantenendo
costante nel tempo la sua attenzione e la sua disponibilità, così
da far sentire all’altro tutto il valore di un impegno che si
fonda sull’amore nostro per Cristo e per i fratelli.
Coppia
responsabile d’ équipe
Se
notate, la parola responsabile è collocata al centro, nel bel
mezzo tra coppia ed équipe ed è però inscindibile sia
dall’una che dall’altra; infatti, è legata alla coppia perché
lo scopo del nostro cammino è quello di approfondire la
spiritualità coniugale, ed è legata all’équipe perché è da
quest’ambito specifico che dipende il tipo di responsabilità
che si è chiamati ad esercitare.
Poiché
allora non trattiamo di un consiglio d’amministrazione o di una
società sportiva, non possiamo parlare di questa responsabilità
se non ci rifacciamo a che cosa è un’équipe, o a cosa dovrebbe
essere.
Ci
piace definire l’équipe come un luogo in cui si cerca di
fare un cammino di formazione e conversione permanente, cammino
che ha come oggetto la singola coppia e le coppie insieme, cammino
che parte dalla nostra nuda realtà per cercare di arrivare, con
l’aiuto dello Spirito, a realizzare almeno un piccolo riflesso
di quel mondo d’amore che ci è stato promesso.
Un
luogo…oggi viviamo gran parte della nostra vita in transito tra
un luogo e l’altro, sempre in movimento, senza fermata, senza
riposo, incrociamo le persone ma troppo spesso non riusciamo ad
allacciare relazioni, a costruire storie.
L’equipe
invece è un luogo in cui ci s’incontra per confrontarsi sul
senso profondo del nostro essere sposi, della nostra vita
continuamente riconsiderata alla luce della nostra fede, un luogo
in cui i cammini s’intrecciano non per disperdersi, come tra
occasionali compagni di viaggio, ma per costruire una rete di
sostegno, ed in definitiva per scrivere una storia di relazione,
la nostra storia.
Questa
rete ha una trama costituita per un verso dai punti concreti di
impegno e per l’altro verso dagli atteggiamenti che ciascuna
coppia assume in questa ricerca della verità e della volontà di
Dio su se stessa.
Questo
significa, però, che ogni singola coppia è chiamata ad una
responsabilità precisa, che deriva dalla scelta fatta. Nessuno è
una ruota di scorta od un rimorchio senza motrice, nessuno può
delegare ad altri il proprio cammino.
In
che cosa differisce allora la responsabilità di ogni singola
coppia con quella che una coppia è chiamata ad esercitare nella
propria équipe per un tempo definito?
La
differenza sta tutta in quel “di più” che viene chiesto:
amare di più, pregare di più, vegliare di più, prendere più a
carico, forse in una parola “custodire” di più e farlo con
costanza, versando il proprio impegno goccia a goccia.
Un
“di più” che si
rende necessario, indispensabile proprio perché siamo umani e
fragili, deboli e fallibili, ma anche forti della forza che il
Signore ci dà per essere le sue mani che soccorrono, i suoi occhi
che trasmettono amore, le sue spalle che si caricano del peso
della croce, i suoi piedi per seguire un cammino di cui non c’è
dato vedere la fine.
Passiamo
allora velocemente in rassegna la
trama di questa rete di sostegno.
2.
Se parliamo di Équipes Notre Dame, parliamo inevitabilmente di
metodo, di un metodo che accomuna migliaia di coppie in tutto il
mondo, di un metodo che ha fatto e fa la storia del movimento e
che lo differenzia da altri movimenti.
Un
metodo che non precisa solo gli strumenti, ovvero i mezzi concreti
utilizzati per progredire in questo cammino di coppia e di coppie,
ma anche lo stile d’utilizzo, l’atteggiamento con cui ciascuno
cerca, per quanto gli è possibile, d’essere fedele alla scelta
compiuta.
Pensiamo
pertanto che la prima domanda che una CRE dovrebbe porsi è “la
nostra équipe è fedele al metodo?”
Ripetiamo,
non si tratta di un’osservanza formale, si tratta di una fedeltà
che tende alla ricerca del significato profondo delle cose
(compresi i punti concreti di impegno ed il modo di viverli, di
attualizzarli oggi) una fedeltà che si pone degli obiettivi,
delle mete da raggiungere, una fedeltà che non si nasconde le
difficoltà, che accetta i momenti bui, i limiti e le povertà,
ma che sperimenta anche la gioia della scoperta condivisa e
fonda sulla speranza di un cammino comunitario.
“La
nostra équipe è fedele al metodo?”…con questa domanda non
intendiamo dire che la CRE. debba porsi come guardiano,
controllore o supervisore, ma è una domanda che non si può
eludere, perché solo dalla risposta che daremo riusciremo a
progettare, a proporre, a stimolare.
Infatti,
uno dei compiti della CRE. è proprio l’animazione.
Ora,
posto che non siamo chiamati a fare gli animatori di un villaggio
vacanze, ma di un’équipe, potremmo chiederci quale significato
dare alla parola animare
Altri
prima di noi hanno definito questo concetto come “dare
l’anima” e “suscitare l’anima”, due
definizioni che ci piacciono molto e che potremmo altrimenti
definire come “spendersi senza riserve” - spendere il proprio tempo, le proprie
energie, i propri pensieri - per “rendere vivo, vitale” il
nostro luogo di incontro.
Spendersi
per rendere vivo e vitale…a questo punto occorre fare un piccolo
inciso sulla rotazione del servizio. Diciamo spesso che la
rotazione è una felice intuizione del nostro movimento perché
permette il fiorire di carismi diversi. Nelle singole équipes
tuttavia emergono spesso due atteggiamenti, diametralmente
opposti, che sono entrambi dannosi alla vita dell’équipe:
ü
la rotazione tout court “ a chi tocca, tocca”
ü
la rotazione zoppa
La
rotazione “a chi tocca, tocca” è quella che viene
messa in atto quando il servizio viene interpretato più che altro
come una formalità o una scocciatura, che si riduce ad un puro
lavoro organizzativo, per cui non importa se una coppia, quella
coppia, avrebbe in quel momento più bisogno di essere
sostenuta che di sostenere, se è il suo turno….non si discute.
La
rotazione zoppa è quella in cui alcuni continuano a “non
sentirsi in grado, o all’altezza…o a non avere tempo”, per
cui la responsabilità è una partita che si gioca tra le solite
coppie che alla fine “diventano così brave, così
professionali” che non c’è ragione di cambiare.
Ma
se ogni coppia dell’équipe è responsabile della scelta fatta,
è anche corresponsabile della vita della propria équipe, per cui
non si possono creare situazioni in cui alcuni diventano pozzi
senza fondo ai quali tutti possono attingere fino a prosciugarli,
o situazioni in cui i legami tra le coppie sono esclusivamente
formali, senza una vera presa a carico reciproca.
Sgombriamo
allora il campo dall’idea che la CRE debba essere una coppia
perfetta, la più in gamba, la meglio organizzata, quella con più
strumenti culturali o con più tempo libero, perché il servizio
migliore lo svolge la coppia che cerca il senso nelle cose, negli
avvenimenti, nel proprio essere équipier; la coppia che accetta i
propri e gli altrui limiti senza lasciarsene scoraggiare; la
coppia che è capace, per amore, di moltiplicare il tempo, la
coppia che non si ritiene mai arrivata ma sempre in divenire…e
tutte le coppie prima o poi, salvo gravi impedimenti contingenti,
sono chiamate a dare questo di più, a dare
l’anima per dare anima
3.
L’altra domanda,
ancora più importante della prima, che dovrebbe rivolgersi una
CRE è: “Nella nostra équipe, cresciamo nell’amore?”
Siamo
tutti abbastanza adulti e vaccinati per non pensare all’amore
come a quella cosa romantica che ci fa sentire appagati dal
guardarci negli occhi; sappiamo invece che l’amore è un
costante e difficile atto di volontà che non va riservato solo a
quelli che appagano i nostri desideri o le nostre necessità.
L’amore
è quella decisione per la quale riusciamo ad accettare ed
accogliere la diversità non come un male inevitabile, ma come
ricchezza e riflesso di una Diversità totalmente Altra che ci ha
pensati e voluti.
E
quando parliamo di diversità, pensiamo anche solo alla difficoltà
che possiamo avere nel nostro quotidiano quando ci
incontriamo/scontriamo con sensibilità diverse, opinioni diverse,
modi di agire diversi, tempi di reazione diversi, caratteri
diversi, culture diverse, fedi diverse.
Ma
dicevamo prima, è proprio la nostra fede che ci dovrebbe spingere
ad andare all’incontro e non allo scontro, perché la diversità
ci dà una misura dell’infinita fantasia del Padre che ha
voluto, attraverso tanti piccoli corsi d’acqua diversi, farci
capire che corriamo tutti verso il mare e che ciascuno porta
un’acqua che è indispensabile.
In
che modo allora ci accogliamo e ci valorizziamo nella nostra équipe?
Siamo capaci di accogliere ed apprezzare il dono che ci viene
offerto nella condivisione delle nostre vite, nella confidenza
preziosa che va salvaguardata come sacra, e mai banalizzata o
peggio svilita nel pettegolezzo o nell’indiscrezione?
Siamo
canali…ma un canale non ha un letto sempre immutabile, perché
basta un sasso un po’ più grosso degli altri o una pioggia più
torrenziale per mutarne, anche di poco, il corso.
E
noi…siamo capaci di aspettarci ancora un mutamento da noi
stessi, dagli altri, o abbiamo perso ogni speranza?
Ma
non siamo entrati solo in un’équipe, siamo entrati in un
Movimento; allora è importante rapportarsi anche con le coppie
delle altre équipes, delle équipes collegate.
Non
dimentichiamo infatti che un altro fondamentale compito
della CRE è proprio quello di garantire il collegamento con il
movimento, perché quando abbiamo accettato di entrare
nelle END, abbiamo accettato di entrare in un movimento e non
semplicemente in una singola équipe, ed abbiamo accettato anche
uno stile di relazione che privilegia la corresponsabilità e la
collegialità, il che significa che siamo in prima persona
chiamati a contribuire alla riflessione comune, che può
così arricchirsi di un dibattito pluralista che altrove non è
così…incoraggiato!
Siamo
infine, ma soprattutto, persone, pienamente inserite nella società
e nella chiesa: il cammino che stiamo percorrendo ci dovrebbe
sostiene nel nostro tentativo di essere cittadini migliori e
credenti più convinti, credibili e coerenti.
Perché
i frutti dell’équipe, i frutti del metodo sarebbero frutti ben
miseri se rimanessero confinati e surgelati solo in un piccolo
gruppo, il nostro.
E
prima di lasciarvi alle parole di Don Aldo, vorremmo proporvi un
piccolo “Bignami della CRE.” per riassumere i contenuti che vi
abbiamo proposti.
Sono
11 punti perché non pretendono di essere esaustivi come un
“decalogo”, ma
vorrebbero solo essere delle piccole parole chiave che, nel tempo,
possono aiutarci a ricordare tutte le altre parole e tutte le
altre esperienze che in questi giorni ci saremo scambiati; sono 11
punti, ma ciascuno di noi è invitato ad aggiungerne qualcuno, per
sottolineare un particolare aspetto, una particolare necessità
della vita della propria équipe.
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