Sessione Nazionale estiva a Ciampino, agosto 2002

"Dal Rito celebrato al Sacramento permanente"

di Renata e Daniele Rocchetti

 

 

 
 

Innanzi tutto vogliamo dirvi che i pensieri che stiamo per esporvi e che noi condividiamo appieno, sono stati espressi da Emanuela e Josef Lee (attuali Responsabili Nazionali) e Carlo a Maria Carla Volpini (ex Responsabili Nazionali) in una precedente Minisessione per Coppie Responsabili d’équipe.

Noi li abbiamo rielaborati e fatti nostri e speriamo di riuscire ad ottenere la stessa chiarezza espositiva. Per questo preferiamo leggere i nostri appunti.

 

1.  Di solito nel movimento quando si parla di servizi e di disponibilità ai servizi, ci si riferisce ai servizi rivolti ad équipes che sono diverse dalla propria équipe di base e per i quali a volte è difficile trovare disponibilità tra le coppie (ad es. la coppia di collegamento, la coppia responsabile di settore, regionale, ecc.)

Si parla meno invece del servizio dei responsabili d’équipe, forse anche perché qui il problema della disponibilità non esiste, in quanto il servizio, almeno nominalmente, viene sempre assicurato (a rotazione). Ma proprio questo facile, veloce e garantito passaggio di responsabilità, che avviene in un ambito ristretto e quasi “privato”, può causare da un lato un calo d’attenzione su questo servizio che è l’unico che serve direttamente ed immediatamente la vita di un’équipe, e dall’altro può portare a sottovalutarne l’importanza, proprio perché rivolto ad un piccolo gruppo di  persone

 

La vita d’équipe peraltro è il vero nocciolo dell’esperienza comunitaria che abbiamo deciso di intraprendere e la coppia responsabile di équipe (CRE), quindi, è una coppia importante e fondamentale per la vitalità di un movimento come questo, che poggia il suo carisma non sull’esigenza di una aggregazione ideologica, ma sulla possibilità di offrire, ad  ogni singola coppia ed alle coppie in relazione fra loro, un cammino di spiritualità che possa dare un senso profondo alla vita, un cammino che testimoni ed interpreti l’amore di Dio incarnato tra gli uomini.

 

La CRE, dunque, durante il suo servizio è chiamata a vivere e a far vivere la proposta cristiana dell’ “amatevi gli uni gli altri” più delle altre coppie.

E’ un cammino lungo e difficoltoso perché nel profondo di ciascuno di noi risuona spesso l’eco, la tentazione di quelle lontane, inquietanti parole: “sono forse il guardiano di mio fratello?”

Ma è proprio tra quella domanda provocatoria ed il comandamento nuovo di Cristo che si svolge una commovente storia tra Dio e l’umanità, tra Dio ed ognuno di noi.

 

Il richiamo biblico ci aiuta a ridare significato e spessore a ciò che facciamo: se l’essenziale del nostro cammino di fede consiste nell’“avere cura” dell’altro e degli altri, se consiste nel riprendere il dialogo interrotto tra i fratelli, nel dedicare la propria vita alla ricerca del regno di Dio nella nostra realtà, anche servire in un’équipe diventa un’ottima occasione.

 

Cerchiamo di approfondire il modo in cui interpretare il servizio nella responsabilità di un’équipe.

Esiste un libretto intitolato “La coppia responsabile al servizio della propria équipe”. A nostro avviso, il libretto dice già tutto e bene sul tema specifico e v’invitiamo a leggerlo. Questa nostra sarebbe pertanto una riflessione superflua se non fossimo convinti che le parole, i pensieri comunicati, condivisi servano più immediatamente a suscitare reazioni, siano esse positive o negative.

 

Cominciamo allora proprio dal titolo di questo libretto per sottolineare come ogni parola - coppia, responsabile, servizio, équipe – rappresenti un mondo da esplorare.

 

Cominciamo dalla parola servizio: è la traduzione letterale della parola latina servitium, che ha la sua radice in servus.

La parola servo ha avuto per molto tempo il significato di schiavo, ma questo è stato solo un valore successivo dato alla parola per le situazioni storiche-sociali e non è il reale significato della parola servus e certamente non è questo che vogliamo essere quando scegliamo di fare servizio ...

La parola servus ha in realtà un’esatta corrispondenza formale con la parola iranica haurvo che ha il significato di guardiano (certamente riferito al bestiame o al villaggio).

A sua volta la radice della parola haurvo è costituita da swer che significa esattamente osservo.

 

Abbiamo così ricostruito la nascita di questa parola che ci si rivela in una dimensione del tutto opposta a quella che siamo abituati a pensare e a conoscere: servo e servizio per nulla affatto come schiavo e sottomissione, ma come osservatore e guardiano.

 

Se ci viene richiesto di fare un servizio, ci viene chiesto di essere osservatori e guardiani, osservatori e custodi.

Osservare e custodire: che cosa meglio di questi due verbi per comprendere il significato ed il valore del servizio?

Osservare significa prima di tutto essere attenti a ciò che accade intorno e, soprattutto, a chi abbiamo intorno.

Il servizio è un tempo d’osservazione per capire le esigenze e i problemi, per intervenire se possibile, per essere comunque presenti, dando maggiore spazio agli altri nella propria vita.

Osservare non è solo guardare: a volte il guardare è semplicemente una far scivolare i nostri occhi sulle cose e sulle persone senza realmente vederle, penetrarle.

Essere guardiani nel senso di custodire implica un atteggiamento che è insieme di responsabilità ma anche di affettività.

Si può essere guardiani per senso del dovere e si può anche svolgere bene il compito con freddezza, senza una reale compartecipazione affettiva ed emotiva.

Ma essere custodi è un’altra cosa, implica tenerezza, compartecipazione, protezione verso ciò che ci è affidato ... Implica amore per gli uomini.

Cristo si è presentato come guardiano o come custode nelle vesti di pastore delle sue pecore?

E se Caino si fosse sentito custode invece che guardiano di suo fratello? ...

E se noi ci sentissimo davvero custodi degli altri per il tempo del nostro servizio non cambierebbero forse i nostri atteggiamenti? Non ci sentiremmo responsabili per affetto di ciò che accade loro?

 

Responsabile: è un aggettivo proviene da una forma sostantivata del verbo respondere (rispondere). Nella parola respondere troviamo due elementi: re – sponsus.

Sponsus è il sostantivo di spondere, che significa promettere e che a sua volta viene da spendo, che significa libare.

Libare è precisamente “versare goccia a goccia”; e allora così come la promessa degli sposi nel matrimonio è una promessa che non si esaurisce in un’unica libagione ma si versa e si spande reciprocamente goccia a goccia, giorno per giorno, allo stesso modo chi è responsabile non può esaurire il suo impegno tutto in una volta o per niente o in modo discontinuo.

 

Deve invece versare goccia a goccia il suo impegno, mantenendo costante nel tempo la sua attenzione e la sua disponibilità, così da far sentire all’altro tutto il valore di un impegno che si fonda sull’amore nostro per Cristo e per i fratelli.

 

Coppia responsabile d’ équipe

Se notate, la parola responsabile è collocata al centro, nel bel mezzo tra coppia ed équipe ed è però inscindibile sia dall’una che dall’altra; infatti, è legata alla coppia perché lo scopo del nostro cammino è quello di approfondire la spiritualità coniugale, ed è legata all’équipe perché è da quest’ambito specifico che dipende il tipo di responsabilità che si è chiamati ad esercitare.

Poiché allora non trattiamo di un consiglio d’amministrazione o di una società sportiva, non possiamo parlare di questa responsabilità se non ci rifacciamo a che cosa è un’équipe, o a cosa dovrebbe essere.

Ci piace definire l’équipe come un luogo in cui si cerca di fare un cammino di formazione e conversione permanente, cammino che ha come oggetto la singola coppia e le coppie insieme, cammino che parte dalla nostra nuda realtà per cercare di arrivare, con l’aiuto dello Spirito, a realizzare almeno un piccolo riflesso di quel mondo d’amore che ci è stato promesso.

Un luogo…oggi viviamo gran parte della nostra vita in transito tra un luogo e l’altro, sempre in movimento, senza fermata, senza riposo, incrociamo le persone ma troppo spesso non riusciamo ad allacciare relazioni, a costruire storie.

L’equipe invece è un luogo in cui ci s’incontra per confrontarsi sul senso profondo del nostro essere sposi, della nostra vita continuamente riconsiderata alla luce della nostra fede, un luogo in cui i cammini s’intrecciano non per disperdersi, come tra occasionali compagni di viaggio, ma per costruire una rete di sostegno, ed in definitiva per scrivere una storia di relazione, la nostra storia.

Questa rete ha una trama costituita per un verso dai punti concreti di impegno e per l’altro verso dagli atteggiamenti che ciascuna coppia assume in questa ricerca della verità e della volontà di Dio su se stessa.

Questo significa, però, che ogni singola coppia è chiamata ad una responsabilità precisa, che deriva dalla scelta fatta. Nessuno è una ruota di scorta od un rimorchio senza motrice, nessuno può delegare ad altri il proprio cammino.

 

In che cosa differisce allora la responsabilità di ogni singola coppia con quella che una coppia è chiamata ad esercitare nella propria équipe per un tempo definito?

La differenza sta tutta in quel “di più” che viene chiesto: amare di più, pregare di più, vegliare di più, prendere più a carico, forse in una parola “custodire” di più e farlo con costanza, versando il proprio impegno goccia a goccia.

 

Un “di più” che si rende necessario, indispensabile proprio perché siamo umani e fragili, deboli e fallibili, ma anche forti della forza che il Signore ci dà per essere le sue mani che soccorrono, i suoi occhi che trasmettono amore, le sue spalle che si caricano del peso della croce, i suoi piedi per seguire un cammino di cui non c’è dato vedere la fine.

 

Passiamo allora velocemente in rassegna la  trama di questa rete di sostegno.

 

2. Se parliamo di Équipes Notre Dame, parliamo inevitabilmente di metodo, di un metodo che accomuna migliaia di coppie in tutto il mondo, di un metodo che ha fatto e fa la storia del movimento e che lo differenzia da altri movimenti.

Un metodo che non precisa solo gli strumenti, ovvero i mezzi concreti utilizzati per progredire in questo cammino di coppia e di coppie, ma anche lo stile d’utilizzo, l’atteggiamento con cui ciascuno cerca, per quanto gli è possibile, d’essere fedele alla scelta compiuta.

Pensiamo pertanto che la prima domanda che una CRE dovrebbe porsi è “la nostra équipe è fedele al metodo?”

Ripetiamo, non si tratta di un’osservanza formale, si tratta di una fedeltà che tende alla ricerca del significato profondo delle cose (compresi i punti concreti di impegno ed il modo di viverli, di attualizzarli oggi) una fedeltà che si pone degli obiettivi, delle mete da raggiungere, una fedeltà che non si nasconde le difficoltà, che accetta i momenti bui, i limiti e le povertà,  ma che sperimenta anche la gioia della scoperta condivisa e fonda sulla speranza di un cammino comunitario.

 

“La nostra équipe è fedele al metodo?”…con questa domanda non intendiamo dire che la CRE. debba porsi come guardiano, controllore o supervisore, ma è una domanda che non si può eludere, perché solo dalla risposta che daremo riusciremo a progettare, a proporre, a stimolare.

Infatti,  uno dei compiti della CRE. è proprio l’animazione.

 

Ora, posto che non siamo chiamati a fare gli animatori di un villaggio vacanze, ma di un’équipe, potremmo chiederci quale significato dare alla parola animare

Altri prima di noi hanno definito questo concetto come “dare l’anima” e “suscitare l’anima”, due definizioni che ci piacciono molto e che potremmo altrimenti definire come “spendersi senza riserve” - spendere il proprio tempo, le proprie energie, i propri pensieri - per “rendere vivo, vitale” il nostro luogo di incontro.

 

Spendersi per rendere vivo e vitale…a questo punto occorre fare un piccolo inciso sulla rotazione del servizio. Diciamo spesso che la rotazione è una felice intuizione del nostro movimento perché permette il fiorire di carismi diversi. Nelle singole équipes tuttavia emergono spesso due atteggiamenti, diametralmente opposti, che sono entrambi dannosi alla vita dell’équipe:

ü     la rotazione tout court “ a chi tocca, tocca”

ü     la rotazione zoppa

La rotazione “a chi tocca, tocca” è quella che viene messa in atto quando il servizio viene interpretato più che altro come una formalità o una scocciatura, che si riduce ad un puro lavoro organizzativo, per cui non importa se una coppia, quella coppia, avrebbe in quel momento più bisogno di essere sostenuta che di sostenere, se è il suo turno….non si discute.

 

La rotazione zoppa è quella in cui alcuni continuano a “non sentirsi in grado, o all’altezza…o a non avere tempo”, per cui la responsabilità è una partita che si gioca tra le solite coppie che alla fine “diventano così brave, così professionali” che non c’è ragione di cambiare.

Ma se ogni coppia dell’équipe è responsabile della scelta fatta, è anche corresponsabile della vita della propria équipe, per cui non si possono creare situazioni in cui alcuni diventano pozzi senza fondo ai quali tutti possono attingere fino a prosciugarli, o situazioni in cui i legami tra le coppie sono esclusivamente formali, senza una vera presa a carico reciproca.

 

Sgombriamo allora il campo dall’idea che la CRE debba essere una coppia perfetta, la più in gamba, la meglio organizzata, quella con più strumenti culturali o con più tempo libero, perché il servizio migliore lo svolge la coppia che cerca il senso nelle cose, negli avvenimenti, nel proprio essere équipier; la coppia che accetta i propri e gli altrui limiti senza lasciarsene scoraggiare; la coppia che è capace, per amore, di moltiplicare il tempo, la coppia che non si ritiene mai arrivata ma sempre in divenire…e tutte le coppie prima o poi, salvo gravi impedimenti contingenti, sono chiamate a dare questo di più, a dare l’anima per dare anima

 

 

3. L’altra domanda, ancora più importante della prima, che dovrebbe rivolgersi una CRE è: “Nella nostra équipe, cresciamo nell’amore?”

Siamo tutti abbastanza adulti e vaccinati per non pensare all’amore come a quella cosa romantica che ci fa sentire appagati dal guardarci negli occhi; sappiamo invece che l’amore è un costante e difficile atto di volontà che non va riservato solo a quelli che appagano i nostri desideri o le nostre necessità.

L’amore è quella decisione per la quale riusciamo ad accettare ed accogliere la diversità non come un male inevitabile, ma come ricchezza e riflesso di una Diversità totalmente Altra che ci ha pensati e voluti.

E quando parliamo di diversità, pensiamo anche solo alla difficoltà che possiamo avere nel nostro quotidiano quando ci incontriamo/scontriamo con sensibilità diverse, opinioni diverse, modi di agire diversi, tempi di reazione diversi, caratteri diversi, culture diverse, fedi diverse.

Ma dicevamo prima, è proprio la nostra fede che ci dovrebbe spingere ad andare all’incontro e non allo scontro, perché la diversità ci dà una misura dell’infinita fantasia del Padre che ha voluto, attraverso tanti piccoli corsi d’acqua diversi, farci capire che corriamo tutti verso il mare e che ciascuno porta un’acqua che è indispensabile.

In che modo allora ci accogliamo e ci valorizziamo nella nostra équipe? Siamo capaci di accogliere ed apprezzare il dono che ci viene offerto nella condivisione delle nostre vite, nella confidenza preziosa che va salvaguardata come sacra, e mai banalizzata o peggio svilita nel pettegolezzo o nell’indiscrezione?

Siamo canali…ma un canale non ha un letto sempre immutabile, perché basta un sasso un po’ più grosso degli altri o una pioggia più torrenziale per mutarne, anche di poco, il corso.

E noi…siamo capaci di aspettarci ancora un mutamento da noi stessi, dagli altri, o abbiamo perso ogni speranza?

 

Ma non siamo entrati solo in un’équipe, siamo entrati in un Movimento; allora è importante rapportarsi anche con le coppie delle altre équipes, delle équipes collegate.

Non dimentichiamo infatti che un altro fondamentale compito della CRE è proprio quello di garantire il collegamento con il movimento, perché quando abbiamo accettato di entrare nelle END, abbiamo accettato di entrare in un movimento e non semplicemente in una singola équipe, ed abbiamo accettato anche uno stile di relazione che privilegia la corresponsabilità e la collegialità, il che significa che siamo in prima persona chiamati a contribuire alla riflessione comune, che può così arricchirsi di un dibattito pluralista che altrove non è così…incoraggiato!

 

Siamo infine, ma soprattutto, persone, pienamente inserite nella società e nella chiesa: il cammino che stiamo percorrendo ci dovrebbe sostiene nel nostro tentativo di essere cittadini migliori e credenti più convinti, credibili e coerenti.

Perché i frutti dell’équipe, i frutti del metodo sarebbero frutti ben miseri se rimanessero confinati e surgelati solo in un piccolo gruppo, il nostro.

 

E prima di lasciarvi alle parole di Don Aldo, vorremmo proporvi un piccolo “Bignami della CRE.” per riassumere i contenuti che vi abbiamo proposti.

Sono 11 punti perché non pretendono di essere esaustivi come un “decalogo”,  ma vorrebbero solo essere delle piccole parole chiave che, nel tempo, possono aiutarci a ricordare tutte le altre parole e tutte le altre esperienze che in questi giorni ci saremo scambiati; sono 11 punti, ma ciascuno di noi è invitato ad aggiungerne qualcuno, per sottolineare un particolare aspetto, una particolare necessità della vita della propria équipe.