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Anche
quest’anno le CRS dei vostri 4 Settori hanno creduto bene
invitarci ad un momento così importante, nel cammino del
Movimento di Genova, come quello dell’incontro di inizio
d’anno con le CRE. Siamo loro grati perché ci hanno offerto
ancora una volta la possibilità di rivolgerci a tante coppie di
équipiers, ma soprattutto di sperimentare nuovamente
l’accoglienza e l’amicizia che riscaldano i nostri incontri.
Ci accorgiamo che un numero sempre maggiore di volti, di nomi, di
voci ci diventano famigliari e questa è una vera linfa vitale per
il nostro servizio. Senza questa condizione si rischia di sentirsi
al servizio di qualcosa e non di qualcuno, di un’entità
astratta e non di un organismo vivo.
Premesso
questo vorremmo riprendere le fila del discorso iniziato qui, lo
scorso anno, con chi svolgeva, allora, il servizio di CRE.
“La
coppia responsabile è la custode dei fratelli”, è stato
detto. Ammettiamo che la parola “custode”, di primo acchito,
ci aveva lasciati un po’ perplessi. Forse che chi, come voi o
come noi, esercita una responsabilità, deve “fare la guardia”
a qualcuno, a che tutto sia fatto per bene, le regole siano ben
rispettate, il metodo applicato alla lettera…?
Poi
ci è tornato alla mente il passo della Genesi (4,9) in cui si
legge: “Il Signore disse a Caino: «Dov’è Abele, tuo
fratello?». Ed egli rispose: «Non lo so. Sono forse io il
custode di mio fratello?»”. La custodia è allora
una cosa seria. È il Signore che ci affida gli altri, i nostri
fratelli, i nostri coéquipiers; magari per un tempo breve, ma
non per questo meno significativo.
Allora
chi esercita una responsabilità nell’END, chi nello specifico
opera come CRE, è custode di una realtà preziosa e delicata.
Perciò, alla fine di ogni servizio, dobbiamo idealmente
immaginare che ci venga chiesto dal Signore “dove sono i nostri
fratelli” e se siamo stati loro custodi.
Avevamo
intitolato il nostro intervento dello scorso anno: “CRE: una
coppia nella rete… o per la rete?” proprio perché la
metafora della rete con i suoi nodi e le maglie che la
compongono rendeva e rende l’idea dell’identità che il
Movimento sta sforzandosi di esprimere. Ci viene spontaneo pensare
ad ogni responsabilità come ad un nodo: la CRE “annoda” la
maglia della sua équipe a quella di altre équipes, e fonda il
settore, la regione, la super-regione…
Tuttavia
non saremmo realistici se non riferissimo che la nostra esperienza
concreta e contemporanea di membri di un’équipe di base e di
responsabili regionali ci fa toccare con mano come spesso manchi
proprio quel nodo costituito dalla CRE. Manca, cioè, quel
flusso di comunicazione in entrata e in uscita dall’équipe
di base che è vitale per l’équipe stessa e che passa
attraverso la CRE. È importante che, ad esempio,
attraverso le coppie di collegamento e le CRS vengano messe in
comune e compartecipate esperienze, decisioni, problemi
affinché nessuna équipe si senta totalmente bastante a se stessa
o sola nella ricerca di soluzioni.
La
CRE, infatti, non è solo custode del lavoro e della relazionalità
interna alla sua équipe, ma è come una “porta aperta”
attraverso cui l’équipe di base si alimenta del respiro vasto
del Movimento e il Movimento può raccogliere e valorizzare le
potenzialità delle relazioni ravvicinate, intimamente fraterne
che gli sono proprie.
Ecco
perché il servizio di CRE è tutt’altro che routinario e
scarsamente impegnativo.
A
questo punto ci si potrebbe chiedere se anche per prestare questo
servizio ci si debba preparare, formare… Tutti certamente
sappiamo che c’è un Documento specifico che riguarda la CRE.
Come tutti i documenti END corre il rischio di essere, purtroppo,
semisconosciuto. Eppure i Documenti sono un patrimonio del
Movimento stesso, sono frutto di esperienza e discernimento di
tanti équipiers che si sono dedicati alla loro elaborazione per
offrire a tutti punti di riferimento, paracarri per non finire
troppo rovinosamente in qualche fosso, ma anche blocchi di
partenza per corridori che affrontano la pista.
Per
questo, attingendo ai documenti, ma anche a quanto continuamente
si elabora nel nostro Movimento (incontri, sessioni, ritiri…
tutto diventa fucina di idee e non esserci è un vero peccato!)
abbiamo pensato ad un modo nostro, che speriamo possa diventare
anche vostro, di dire CRE. Faremo qualche gioco di parole (ma non
solo) sulla sigla CRE, una delle tante che costituiscono il nostro
codice “equipico”.
Prima
condizione per essere una CRE è quella di essere una “C”
ovvero una Coppia,
perché i servizi nell’END si fanno in coppia ed è
facendo sempre meglio coppia che serviremo sempre meglio. Quindi
non siamo chiamati a formarci per essere altro, perché la coppia
è, e resta, il nostro specifico. La coppia è addirittura il
nostro primo luogo e la nostra prima scuola di servizio. La prima
persona di cui siamo chiamati al servizio è proprio il nostro
coniuge.
Come
ci ha detto mons. Renzo Bonetti
nella bellissima Sessione estiva di Nocera, noi coppie, abbiamo
ricevuto da Dio dei doni specifici, che ci allenano al servizio.
Questi
doni sono: complementarietà, condivisione, corresponsabilità,
compresenza. Ve li proponiamo sintetizzando le sue stesse
parole.
Nella
coppia si vive la COMPLEMENTARIETÀ
Complementarietà
dal latino complére, che significa compiere, completare, colmare.
Gli sposi sono due persone che portano a pienezza il coniuge ma
anche se stessi. Dio ha espresso la complementarietà nel racconto
della Genesi, con il riconoscimento del coniuge come “carne
della mia carne, osso delle mia ossa”; oppure come “un
aiuto (che ci è) simile”.
Chi
vive la complementarietà ricercando ogni giorno, a partire dalla
distinzione, l’unità nell’amore è certamente allenato a
costruire rapporti di complementarietà anche all’esterno.
Nella
coppia si vive la CONDIVISIONE
La
condivisione per una coppia è un vero e proprio stile di vita,
che intesse nel profondo tutte le giornate attimo per attimo.
Condividere, per due sposi, è mettere in comune il tutto di
ognuno, rivelandolo e donandolo all’altro, nella consapevolezza
che questa è la sola strada per conoscere se stessi nella verità.
Allenati
alla condivisione, sapremo condividere gioie e dolori, speranze e
timori anche in realtà più allargate di quella della coppia.
Nella
coppia si vive la CORRESPONSABILITÀ
Se
osserviamo la vita di due sposi balza subito agli occhi che essi
hanno una grande responsabilità nella gestione quotidiana della
casa, del denaro e delle risorse educative che mettono in gioco
con i figli. Ma bisogna fare attenzione ad un pericolo: che
moglie, marito e figli siano considerati come i vari soci di un
consorzio familiare o di una cooperativa coniugale (e, se sposati
in chiesa, di una pia cooperativa coniugale). Dove sta il
sacramento delle nozze? Manca una voce indispensabile, quella del
NOI. Ragionare in questo particolare “sistema metrico” (quello
del NOI) vuol dire mettere da parte il mio e il tuo, i miei doveri
e i tuoi, i miei diritti e i tuoi, e iniziare a parlare di
corresponsabilità nell’essere coppia.
La
corresponsabilità come nota qualificante la vita di coppia e
familiare non può fermarsi dentro casa, ma è chiamata ad
estendersi al condominio, alla via, alla istituzione pubblica.
Nella
coppia si vive la COMPRESENZA
Compresenza
non fa minimamente riferimento a “convivenza”. Compresenza è
un fatto “spirituale” interiore, è quella “sensibilità”
che possiamo chiamare coscienza, o “consapevolezza”, per la
quale, indipendentemente dalla presenza fisica, la moglie è
presente nel marito, il marito nella moglie. E’ quella
sensibilità per la quale il coniuge mi fa sentire ciò che sono
per il fatto di “sentirlo dentro”. Non è solo una esperienza
umana, ma anche e soprattutto divina: “Se
uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e
noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23).
E
poi la promessa finale:
“Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro
parola crederanno in me; perché tutti siano una sola cosa. Come
tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa
sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. E la gloria
che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano come
noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti
nell’unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai
amati come hai amato me” (Gv 14,20-23).
La
compresenza è il volto e il luogo di una appartenenza reciproca
uomo-donna; è il sentirsi stabilmente parte di un NOI.
Ed
è proprio questa esperienza che manca alle nostre comunità. Le
coppie cristiane, allenate alla compresenza, devono essere capaci
di “estendere” la propria compresenza.
Se
è vero, dunque, che siamo allenati al servizio mediante la complementarietà,
la condivisione, la corresponsabilità,
la compresenza, in
quanto beneficiari di questi doni, non dovrebbe, quindi, essere
automatico metterli a disposizione svolgendo il compito di CRE? Le
nostre équipes di base non hanno anch’esse bisogno di vivere la
complementarietà, la condivisione, la corresponsabilità e la
compresenza?
Quale
miglior formazione al servizio ci potrebbe essere se non quella di
coltivare quanto gratuitamente il Signore ci ha donato? Nessun
dono, infatti, è dato per essere trattenuto.
E
tuttavia, come coppie, facciamo spesso fatica a riconoscere le
potenzialità di questi doni e ci lasciamo tentare dal percorrere
quelle che ci sembrano scorciatoie per la nostra realizzazione e
la nostra felicità.
Così
subiamo quelle che possiamo definire una serie di tentazioni.
La
prima può essere quella di permettere alle nostre diversità
di coppia e di équipe di non convergere, di non mirare
alla complementarietà e alla condivisione. Sappiamo quanto
nelle nostre coppie ciascuno viva la tentazione del suo individualismo,
per cui l’altro diventa quasi un concorrente, uno che ti toglie
spazio e a cui toglierne, nell’illusione di vivere, così, più
compiutamente, la realizzazione della propria persona.
Anche
l’équipe di base corre il rischio di vedere attivarsi questi
meccanismi: così la CRE che sa esperienzialmente quanto il
mettersi in gioco in una relazione non deprime ma costruisce il
singolo, può lavorare in questo senso anche nella comunità
équipe. Quante volte nelle nostre équipes le singole coppie (o
addirittura i singoli équipiers) sono tentati di arroccarsi su
qualche loro punto di vista, atteggiamento consueto,
convincimento, ecc… o al contrario di sopraffare gli altri
prendendosi tutto il tempo, le parole…
La
tentazione, per così dire, opposta, ci sembra quella di
preoccuparsi esclusivamente che tutto si svolga “per
bene”, secondo le regole, senza sbavature e intoppi, nei
tempi e nei modi prestabiliti. Bisognerebbe che “fare le cose
per bene” significasse automaticamente “fare il bene”, ma la
nostra esperienza di coppia non ci dice questo. Anche il nostro
Metodo, a cui giustamente dobbiamo tenere molto, è pur sempre un
mezzo, uno strumento, tanto più valido quanto più si piega allo
scopo della crescita spirituale di chi lo usa. Crediamo che una
relazione vera, profonda, in coppia come in équipe, non è
quella fondata sul diritto di ciascuno, ma sul suo bisogno
(non sperimentiamo forse questo fatto anche con i figli?). Allora
dare più tempo e spazio, come pure rispettare un silenzio, fanno
delle nostre coppie e dei nostri gruppi luoghi accoglienti, caldi,
vivi, secondo Cristo.
Così
l’altro, l’altra coppia, magari con quel particolare problema,
“rimane” anche quando l’incontro finisce, alimentando
quella dimensione di compresenza che si rivela un antidoto
straordinario al male, tanto subdolo quanto assoluto,
dell’indifferenza.
Ultima,
ma non meno decisiva, tentazione è quella di credere che, così
impostata, così condotta, la vita di una coppia come quella di
un’équipe, possa bastare a sé. Ciò che ruota intorno a
livello di Movimento, di Chiesa, di società può essere persino
percepito come elemento di disturbo… Così gli input di varia
natura che vengono, ad esempio, dal Settore, dalla Regione, ecc.,
attraverso i vari responsabili, collegamenti,… rischiano di
cadere nel vuoto e/o di essere recepiti come fastidiosi
sovraccarichi di cose da fare.
Eppure
essere Responsabili (dal latino “responsum”, risposta)
vuol dire appunto saper rispondere, e per noi che ci diciamo di
Cristo, vuol dire rispondere, prima di tutto, alla sua chiamata ad
amare, ad amare di più, a lasciarci coinvolgere e segnare dalle Relazioni,
a curarne la qualità.
La
nostra fede ci insegna che Dio stesso è relazione e la
nostra salvezza sta nella risposta all’offerta divina di
dialogo, di interazione, di relazione autentica con l’uomo.
Sarebbe
bello poter guardare alle nostre vite di coppia, di équipe, di
Movimento, non tanto come a percorsi chiaramente tracciati, grandi
arterie autostradali dritte e ben individuabili, ma piuttosto come
mappe, cartine su cui sono segnati tanti luoghi e tante strade che
costituiscono una vera Rete.
Ci
resta ancora un terzo passo, ci resta ancora da dire “E”
come Equipe.
Qui vogliamo farci aiutare direttamente dalla Carta la quale ci
ricorda che dire équipe significa dire un “progetto”, un
modo di essere.
Da
quanto abbiamo finora detto è già certamente emersa la natura di
questa condizione comunitaria basilare per il cammino di crescita
spirituale in coppia. L’interazione e la reciprocità che l’équipe
favorisce diventa linfa per ciascuna coppia, e ciascuna coppia
capisce che anch’essa può e deve contribuire a fare dell’équipe
un luogo di crescita per tutti.
Sempre
la Carta ci ricorda che “le Equipes Notre Dame sono un Movimento
di spiritualità coniugale”. Vogliamo sottolineare come
l’espressione “le Equipes sono un Movimento” è tanto
semplice quanto efficace. Il Movimento non è quindi una struttura
“altra” rispetto alle sue équipes, ma vive se vivono
le sue équipes, vive, cioè, della loro stessa vita; vive se esse
sentono la straordinaria opportunità di ricircolo e arricchimento
che l’essere Movimento offre.
Ripercorriamo
ancora un momento la nostra sigla “CRE” per concludere queste
poche osservazioni.
Siamo
chiamati, tanto in coppia quanto in équipe, a fare
sostanzialmente Comunione
perché l’Amore di Cristo si faccia visibile e attraente. I
primi cristiani si connotavano proprio per il modo con cui si
amavano. Solo in questa ottica assumono significato anche la
missionarietà e l’annuncio di cui sentiamo di doverci fare
carico. Questo avviene certamente quando andiamo a proporre ad
altre coppie di vivere l’esperienza END. Ma non dobbiamo
dimenticarci che Cristo ci vuole “pescatori di uomini”,
capaci di gettare la sua Rete
nel mare vasto e vario dell’umanità. Ci piace credere che fare
équipe, utilizzare un metodo, diventi qualcosa di talmente
interiorizzato, di così naturalmente costitutivo, da essere
esportabile indipendentemente da ogni simbolo di riconoscimento,
da ogni sigla, ecc… D’altra parte essere “lievito nella
pasta”, secondo lo Spirito evangelico, significa diventare
tutt’uno con essa; se il lievito non si scioglie nella pasta è
solo un grumo inutile e dal sapore orribile.
Ricordare,
infine, l’icona mariana del nostro Movimento ci sembra un bel
modo per chiudere: Maria dice il suo “Eccomi”.
Anche noi coppie, e coppie in servizio, siamo chiamate a ripeterlo
nel poco e nel molto. D’altra parte da quando Cristo si è
incarnato proprio attraverso Maria ha sconvolto i criteri
puramente umani di distinzione tra il poco e il molto, tra il
piccolo e il grande… Come Maria siamo chiamati a partire per
andare a visitare Elisabetta, siamo chiamati ad uscire da ogni
nostra cerchia troppo ristretta per portare l’abbraccio di
Cristo agli altri, a chi nel Movimento o fuori lo aspetta, magari
inconsciamente. Solo così potremo ripetere, come siamo invitati a
fare dal Metodo, il nostro “Magnificat” perché esso diventerà
naturale coronamento, risposta del cuore alla chiamata che il
Signore ci fa, gratitudine per quanto raccogliamo, sempre
infinitamente più abbondante di quanto siamo capaci di seminare.
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