Incontro CRE dei Settori di Genova, 6.11.2005

"CRE"

di Patrizia e Marco Rena

 

 

 
 

Anche quest’anno le CRS dei vostri 4 Settori hanno creduto bene invitarci ad un momento così importante, nel cammino del Movimento di Genova, come quello dell’incontro di inizio d’anno con le CRE. Siamo loro grati perché ci hanno offerto ancora una volta la possibilità di rivolgerci a tante coppie di équipiers, ma soprattutto di sperimentare nuovamente l’accoglienza e l’amicizia che riscaldano i nostri incontri. Ci accorgiamo che un numero sempre maggiore di volti, di nomi, di voci ci diventano famigliari e questa è una vera linfa vitale per il nostro servizio. Senza questa condizione si rischia di sentirsi al servizio di qualcosa e non di qualcuno, di un’entità astratta e non di un organismo vivo.

Premesso questo vorremmo riprendere le fila del discorso iniziato qui, lo scorso anno, con chi svolgeva, allora, il servizio di CRE.

La coppia responsabile è la custode dei fratelli”, è stato detto. Ammettiamo che la parola “custode”, di primo acchito, ci aveva lasciati un po’ perplessi. Forse che chi, come voi o come noi, esercita una responsabilità, deve “fare la guardia” a qualcuno, a che tutto sia fatto per bene, le regole siano ben rispettate, il metodo applicato alla lettera…?

Poi ci è tornato alla mente il passo della Genesi (4,9) in cui si legge: “Il Signore disse a Caino: «Dov’è Abele, tuo fratello?». Ed egli rispose: «Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?»”. La custodia è allora una cosa seria. È il Signore che ci affida gli altri, i nostri fratelli, i nostri coéquipiers; magari per un tempo breve, ma non per questo meno significativo.

Allora chi esercita una responsabilità nell’END, chi nello specifico opera come CRE, è custode di una realtà preziosa e delicata. Perciò, alla fine di ogni servizio, dobbiamo idealmente immaginare che ci venga chiesto dal Signore “dove sono i nostri fratelli” e se siamo stati loro custodi.

 

Avevamo intitolato il nostro intervento dello scorso anno: “CRE: una coppia nella rete… o per la rete?” proprio perché la metafora della rete con i suoi nodi e le maglie che la compon­gono rendeva e rende l’idea dell’identità che il Movimento sta sforzandosi di esprimere. Ci viene spontaneo pensare ad ogni responsabilità come ad un nodo: la CRE “annoda” la maglia della sua équipe a quella di altre équipes, e fonda il settore, la regione, la super-regione…

 

Tuttavia non saremmo realistici se non riferissimo che la nostra esperienza concreta e contemporanea di membri di un’équipe di base e di responsabili regionali ci fa toccare con mano come spesso manchi proprio quel nodo costituito dalla CRE. Manca, cioè, quel flusso di comunicazione in entrata e in uscita dall’équipe di base che è vitale per l’équipe stessa e che passa attraverso la CRE. È importante che, ad esempio, attraverso le coppie di collegamento e le CRS vengano messe in comune e compartecipate esperienze, decisioni, problemi affinché nessuna équipe si senta totalmente bastante a se stessa o sola nella ricerca di soluzioni.

La CRE, infatti, non è solo custode del lavoro e della relazionalità interna alla sua équipe, ma è come una “porta aperta” attraverso cui l’équipe di base si alimenta del respiro vasto del Movimento e il Movimento può raccogliere e valorizzare le potenzialità delle relazioni ravvicinate, intimamente fraterne che gli sono proprie.

Ecco perché il servizio di CRE è tutt’altro che routinario e scarsamente impegnativo.

 

A questo punto ci si potrebbe chiedere se anche per prestare questo servizio ci si debba preparare, formare… Tutti certamente sappiamo che c’è un Documento specifico che riguarda la CRE. Come tutti i documenti END corre il rischio di essere, purtroppo, semisconosciuto. Eppure i Documenti sono un patrimonio del Movimento stesso, sono frutto di esperienza e discernimento di tanti équipiers che si sono dedicati alla loro elaborazione per offrire a tutti punti di riferimento, paracarri per non finire troppo rovinosamente in qualche fosso, ma anche blocchi di partenza per corridori che affrontano la pista.

Per questo, attingendo ai documenti, ma anche a quanto continuamente si elabora nel nostro Movimento (incontri, sessioni, ritiri… tutto diventa fucina di idee e non esserci è un vero peccato!) abbiamo pensato ad un modo nostro, che speriamo possa diventare anche vostro, di dire CRE. Faremo qualche gioco di parole (ma non solo) sulla sigla CRE, una delle tante che costituiscono il nostro codice “equipico”.

 

Prima condizione per essere una CRE è quella di essere una C” ovvero una Coppia, perché i servizi nell’END si fanno in coppia ed è facendo sempre meglio coppia che serviremo sempre meglio. Quindi non siamo chiamati a formarci per essere altro, perché la coppia è, e resta, il nostro specifico. La coppia è addirittura il nostro primo luogo e la nostra prima scuola di servizio. La prima persona di cui siamo chiamati al servizio è proprio il nostro coniuge.

 

Come ci ha detto mons. Renzo Bonetti[1] nella bellissima Sessione estiva di Nocera, noi coppie, abbiamo ricevuto da Dio dei doni specifici, che ci allenano al servizio.

Questi doni sono: complementarietà, condivisione, corresponsabilità, compresenza. Ve li proponiamo sintetizzando le sue stesse parole.

 

Nella coppia si vive la COMPLEMENTARIETÀ

Complementarietà dal latino complére, che significa compiere, completare, colmare. Gli sposi sono due persone che portano a pienezza il coniuge ma anche se stessi. Dio ha espresso la complementarietà nel racconto della Genesi, con il riconoscimento del coniuge come “carne della mia carne, osso delle mia ossa”; oppure come “un aiuto (che ci è) simile”.

 

Chi vive la complementarietà ricercando ogni giorno, a partire dalla distinzione, l’unità nell’amore è certamente allenato a costruire rapporti di complementarietà anche all’esterno.

 

Nella coppia si vive la CONDIVISIONE

La condivisione per una coppia è un vero e proprio stile di vita, che intesse nel profondo tutte le giornate attimo per attimo. Condividere, per due sposi, è mettere in comune il tutto di ognuno, rivelandolo e donandolo all’altro, nella consapevolezza che questa è la sola strada per conoscere se stessi nella verità.

 

Allenati alla condivisione, sapremo condividere gioie e dolori, speranze e timori anche in realtà più allargate di quella della coppia.

 

Nella coppia si vive la CORRESPONSABILITÀ

Se osserviamo la vita di due sposi balza subito agli occhi che essi hanno una grande responsabilità nella gestione quotidiana della casa, del denaro e delle risorse educative che mettono in gioco con i figli. Ma bisogna fare attenzione ad un pericolo: che moglie, marito e figli siano considerati come i vari soci di un consorzio familiare o di una cooperativa coniugale (e, se sposati in chiesa, di una pia cooperativa coniugale). Dove sta il sacramento delle nozze? Manca una voce indispensabile, quella del NOI. Ragionare in questo particolare “sistema metrico” (quello del NOI) vuol dire mettere da parte il mio e il tuo, i miei doveri e i tuoi, i miei diritti e i tuoi, e iniziare a parlare di corresponsabilità nell’essere coppia.

 

La corresponsabilità come nota qualificante la vita di coppia e familiare non può fermarsi dentro casa, ma è chiamata ad estendersi al condominio, alla via, alla istituzione pubblica.

 

Nella coppia si vive la COMPRESENZA

Compresenza non fa minimamente riferimento a “convivenza”. Compresenza è un fatto “spirituale” interiore, è quella “sensibilità” che possiamo chiamare coscienza, o “consapevolezza”, per la quale, indipendentemente dalla presenza fisica, la moglie è presente nel marito, il marito nella moglie. E’ quella sensibilità per la quale il coniuge mi fa sentire ciò che sono per il fatto di “sentirlo dentro”. Non è solo una esperienza umana, ma anche e soprattutto divina: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23).

E poi la promessa finale: “Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me” (Gv 14,20-23).

La compresenza è il volto e il luogo di una appartenenza reciproca uomo-donna; è il sentirsi stabilmente parte di un NOI.

 

Ed è proprio questa esperienza che manca alle nostre comunità. Le coppie cristiane, allenate alla compresenza, devono essere capaci di “estendere” la propria compresenza.

 

Se è vero, dunque, che siamo allenati al servizio mediante la complementarietà, la condivisione, la corresponsabilità, la compresenza, in quanto beneficiari di questi doni, non dovrebbe, quindi, essere automatico metterli a disposizione svolgendo il compito di CRE? Le nostre équipes di base non hanno anch’esse bisogno di vivere la complementarietà, la condivisione, la corresponsabilità e la compresenza?

Quale miglior formazione al servizio ci potrebbe essere se non quella di coltivare quanto gratuitamente il Signore ci ha donato? Nessun dono, infatti, è dato per essere trattenuto.

E tuttavia, come coppie, facciamo spesso fatica a riconoscere le potenzialità di questi doni e ci lasciamo tentare dal percorrere quelle che ci sembrano scorciatoie per la nostra realizzazione e la nostra felicità.

 

Così subiamo quelle che possiamo definire una serie di tentazioni.

La prima può essere quella di permettere alle nostre diversità di coppia e di équipe di non convergere, di non mirare alla complementarietà e alla condivisione. Sappiamo quanto nelle nostre coppie ciascuno viva la tentazione del suo individualismo, per cui l’altro diventa quasi un concorrente, uno che ti toglie spazio e a cui toglierne, nell’illusione di vivere, così, più compiutamente, la realizzazione della propria persona.

Anche l’équipe di base corre il rischio di vedere attivarsi questi meccanismi: così la CRE che sa esperienzialmente quanto il mettersi in gioco in una relazione non deprime ma costruisce il singolo, può lavorare in questo senso anche nella comunità équipe. Quante volte nelle nostre équipes le singole coppie (o addirittura i singoli équipiers) sono tentati di arroccarsi su qualche loro punto di vista, atteggiamento consueto, convincimento, ecc… o al contrario di sopraffare gli altri prendendosi tutto il tempo, le parole…

 

La tentazione, per così dire, opposta, ci sembra quella di preoccuparsi esclusivamente che tutto si svolga “per bene”, secondo le regole, senza sbavature e intoppi, nei tempi e nei modi prestabiliti. Bisognerebbe che “fare le cose per bene” significasse automaticamente “fare il bene”, ma la nostra esperienza di coppia non ci dice questo. Anche il nostro Metodo, a cui giustamente dobbiamo tenere molto, è pur sempre un mezzo, uno strumento, tanto più valido quanto più si piega allo scopo della crescita spirituale di chi lo usa. Crediamo che una relazione vera, profonda, in coppia come in équipe, non è quella fondata sul diritto di ciascuno, ma sul suo bisogno (non sperimentiamo forse questo fatto anche con i figli?). Allora dare più tempo e spazio, come pure rispettare un silenzio, fanno delle nostre coppie e dei nostri gruppi luoghi accoglienti, caldi, vivi, secondo Cristo.

Così l’altro, l’altra coppia, magari con quel particolare problema, “rimane” anche quando l’incontro finisce, alimentando quella dimensione di compresenza che si rivela un antidoto straordinario al male, tanto subdolo quanto assoluto, dell’indifferenza.

 

Ultima, ma non meno decisiva, tentazione è quella di credere che, così impostata, così condotta, la vita di una coppia come quella di un’équipe, possa bastare a sé. Ciò che ruota intorno a livello di Movimento, di Chiesa, di società può essere persino percepito come elemento di disturbo… Così gli input di varia natura che vengono, ad esempio, dal Settore, dalla Regione, ecc., attraverso i vari responsabili, collegamenti,… rischiano di cadere nel vuoto e/o di essere recepiti come fastidiosi sovraccarichi di cose da fare.

 

Eppure essere Responsabili (dal latino “responsum”, risposta) vuol dire appunto saper rispondere, e per noi che ci diciamo di Cristo, vuol dire rispondere, prima di tutto, alla sua chiamata ad amare, ad amare di più, a lasciarci coinvolgere e segnare dalle Relazioni, a curarne la qualità.

La nostra fede ci insegna che Dio stesso è relazione e la nostra salvezza sta nella risposta all’offerta divina di dialogo, di interazione, di relazione autentica con l’uomo.

Sarebbe bello poter guardare alle nostre vite di coppia, di équipe, di Movimento, non tanto come a percorsi chiaramente tracciati, grandi arterie autostradali dritte e ben individuabili, ma piuttosto come mappe, cartine su cui sono segnati tanti luoghi e tante strade che costituiscono una vera Rete.

 

Ci resta ancora un terzo passo, ci resta ancora da dire “E” come Equipe. Qui vogliamo farci aiutare direttamente dalla Carta la quale ci ricorda che dire équipe significa dire un “progetto”, un modo di essere.

Da quanto abbiamo finora detto è già certamente emersa la natura di questa condizione comunitaria basilare per il cammino di crescita spirituale in coppia. L’interazione e la reciprocità che l’équipe favorisce diventa linfa per ciascuna coppia, e ciascuna coppia capisce che anch’essa può e deve contribuire a fare dell’équipe un luogo di crescita per tutti.

Sempre la Carta ci ricorda che “le Equipes Notre Dame sono un Movimento di spiritualità coniugale”. Vogliamo sottolineare come l’espressione “le Equipes sono un Movimento” è tanto semplice quanto efficace. Il Movimento non è quindi una struttura “altra” rispetto alle sue équipes, ma vive se vivono le sue équipes, vive, cioè, della loro stessa vita; vive se esse sentono la straordinaria opportunità di ricircolo e arricchimento che l’essere Movimento offre.

 

Ripercorriamo ancora un momento la nostra sigla “CRE” per concludere queste poche osservazioni.

Siamo chiamati, tanto in coppia quanto in équipe, a fare sostanzialmente Comunione perché l’Amore di Cristo si faccia visibile e attraente. I primi cristiani si connotavano proprio per il modo con cui si amavano. Solo in questa ottica assumono significato anche la missionarietà e l’annuncio di cui sentiamo di doverci fare carico. Questo avviene certamente quando andiamo a proporre ad altre coppie di vivere l’esperienza END. Ma non dobbiamo dimenticarci che Cristo ci vuole “pescatori di uomini”, capaci di gettare la sua Rete nel mare vasto e vario dell’umanità. Ci piace credere che fare équipe, utilizzare un metodo, diventi qualcosa di talmente interiorizzato, di così naturalmente costitutivo, da essere esportabile indipendentemente da ogni simbolo di riconoscimento, da ogni sigla, ecc… D’altra parte essere “lievito nella pasta”, secondo lo Spirito evangelico, significa diventare tutt’uno con essa; se il lievito non si scioglie nella pasta è solo un grumo inutile e dal sapore orribile.

Ricordare, infine, l’icona mariana del nostro Movimento ci sembra un bel modo per chiudere: Maria dice il suo “Eccomi”. Anche noi coppie, e coppie in servizio, siamo chiamate a ripeterlo nel poco e nel molto. D’altra parte da quando Cristo si è incarnato proprio attraverso Maria ha sconvolto i criteri puramente umani di distinzione tra il poco e il molto, tra il piccolo e il grande… Come Maria siamo chiamati a partire per andare a visitare Elisabetta, siamo chiamati ad uscire da ogni nostra cerchia troppo ristretta per portare l’abbraccio di Cristo agli altri, a chi nel Movimento o fuori lo aspetta, magari inconsciamente. Solo così potremo ripetere, come siamo invitati a fare dal Metodo, il nostro “Magnificat” perché esso diventerà naturale coronamento, risposta del cuore alla chiamata che il Signore ci fa, gratitudine per quanto raccogliamo, sempre infinitamente più abbondante di quanto siamo capaci di seminare.


[1] Parroco di Bovolone (Verona), Coordinatore del Progetto nazionale “Parrocchia-Famiglia” della Conferenza Episcopale Italiana e consulente del Pontificio Consiglio per la Famiglia. Come Direttore dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale della Famiglia (1995-2002) ha promosso, tra le varie iniziative, le Settimane Nazionali di studi sulla spiritualità coniugale e familiare.